1° febbraio – Sant’Ignazio di Antiochia (Vescovo e Martire)

Alla vigilia del giorno in cui finirà il tempo di Natale, la Chiesa ci presenta uno dei più famosi martiri di Cristo: Ignazio Teoforo, Vescovo d’Antiochia. Un’antica tradizione ci dice che questo santo vegliardo, il quale confessò così coraggiosamente il crocifisso dinanzi a Traiano, era stato quel bambino che Gesù presentò un giorno ai suoi discepoli come il modello di semplicità che dobbiamo possedere per giungere al Regno dei cieli. Oggi egli si mostra a noi, proprio vicino alla culla dalla quale lo stesso Dio ci dà le lezioni dell’umiltà e dell’infanzia.

Ignazio, nella Corte dell’Emmanuele, poggia su Pietro di cui abbiamo glorificato la Cattedra, poiché il Principe degli Apostoli lo ha stabilito come secondo successore sulla sua prima Sede in Antiochia [1]. Fu in questa missione che Ignazio ha dato saggio di tutta la sua fermezza. Ha saputo resistere di fronte ad un potente imperatore, sfidare le bestie dell’anfiteatro, e vincere attraverso il più glorioso martirio. Quasi per indicare la incomunicabile dignità della Sede di Roma, la Provvidenza di Dio ha voluto che, nelle catene della sua prigionia, venisse anche a vedere Pietro, e terminasse la sua vita nella Città santa, mescolando il proprio sangue a quello degli Apostoli. Sarebbe mancata qualche cosa a Roma, se non avesse ereditato la gloria di Ignazio. Il ricordo del combattimento di questo eroe è il più nobile del Colosseo, bagnato dal sangue di migliaia di Martiri.

Il carattere di Ignazio è l’impetuosità dell’amore; egli teme soltanto una cosa: che le preghiere dei Romani plachino la ferocia dei leoni, ed egli sia frustrato nel suo desiderio di essere unito a Cristo. Ammiriamo questa forza sovrumana che si rivela in mezzo al vecchio mondo. Un così ardente amore per Dio, un così bruciante desiderio di vederlo sono potuti nascere solo in seguito agli eventi divini che ci hanno mostrato fino a qual punto l’uomo fosse amato da Dio. Anche se non fosse stato offerto il sacrificio cruento del Calvario, la Mangiatoia di Betlemme basterebbe a spiegare tutto. Dio discende dal cielo per l’uomo; si fa uomo, si fa bambino, nasce in una mangiatoia. Simili miracoli d’amore sarebbero bastati per salvare il mondo colpevole; come potrebbero non stimolare il cuore dell’uomo ad immolarsi a sua volta? E che cosa è il sacrificio della vita umana, quand’anche si limitasse a riconoscere l’amore di Gesù nella sua nascita in mezzo a noi?

La santa Chiesa riporta, nelle Lezioni dell’Ufficio di sant’Ignazio, la breve notizia che san Girolamo gli ha consacrata nel suo libro De Scriptoribus ecclesiasticis. Il santo Dottore ha avuto la felice idea di inserirvi alcuni brani della meravigliosa lettera del Martire ai fedeli di Roma. L’avremmo riprodotta interamente, se non fosse stata lunga, e ci spiacerebbe doverla mutilare. Del resto, quelle citazioni rappresentano le cose migliori che essa contiene.

VITA

Ignazio, terzo successore dell’Apostolo san Pietro sulla sede d’Antiochia, essendo stato condannato alle bestie durante la persecuzione di Traiano, fu inviato a Roma carico di catene. In questo viaggio che egli compì per mare, scese a Smirne, dove Policarpo, discepolo di san Giovanni, era vescovo. Vi scrisse una lettera agli Efesini, un’altra ai Magnesii, una terza ai Tralliani e una quarta ai Romani. Alla sua partenza da quella città, scrisse pure ai fedeli di Filadelfia e di Smirne, e indirizzò una lettera particolare a Policarpo, nella quale gli raccomandava la Chiesa di Antiochia. Appunto in questa lettera egli riporta sulla persona di Gesù Cristo una testimonianza dal Vangelo che ho tradotto da poco tempo.

Ma poiché parliamo di un così illustre uomo, è giusto trascrivere qui alcune righe della sua Epistola ai Romani: “Dalla Siria fino a Roma – egli dice – io combatto contro le bestie per terra e per mare; giorno e notte, sto alla catena con dieci leopardi, cioè con i soldati che mi custodiscono e la cui crudeltà è ancora aumentata dai miei benefici. La loro cattiveria mi serve di insegnamento; ma non sono giustificato per questo. Voglia Dio che io sia dato alle bestie preparate per me! Che esse siano pronte a farmi soffrire i supplizi e la morte; che le incitino a divorarmi, e che non temano di lacerare il mio corpo; e non capiti a me come è capitato ad altri che esse non hanno osato toccare. Se non si decidono, io farò loro violenza, e le forzerò a divorarmi. Perdonatemi, figli miei, ma io so bene ciò che mi torna a vantaggio.

Comincio ad essere Discepolo di Cristo. Non desidero più alcuna delle cose visibili, per trovare Gesù Cristo. Che il fuoco, la croce, le bestie, la rottura delle ossa, la divisione delle membra, la lacerazione di tutto il corpo e tutti i tormenti del demonio mi opprimano, purché io goda di Gesù Cristo”.

Esposto alle bestie e sentendo, nell’impazienza del martirio, i ruggiti dei leoni, disse: “Io sono il frumento di Gesù Cristo, e sarò triturato dai denti delle bestie, per diventare un pane veramente puro”. Fu martirizzato nell’anno undicesimo del regno di Traiano. Le sue reliquie riposano ad Antiochia, nel cimitero fuori la porta di Dafne.

O Pane glorioso e puro di Cristo tuo Maestro, hai dunque ottenuto la realizzazione dei tuoi desideri! Tutta Roma, seduta sui gradini del superbo anfiteatro, applaudiva al laceramento delle tue membra; ma mentre le tue ossa erano frantumate sotto i denti dei leoni, la tua anima, felice di rendere a Cristo vita per vita, s’innalzava d’un tratto fino a lui. Il tuo supremo desiderio fu di soffrire, perché la sofferenza ti sembrava un debito contratto verso il Crocifisso, e desideravi il suo Regno solo dopo aver dato in cambio della sua Passione i tormenti della tua carne. Abbi pietà della nostra debolezza, o Martire! Fa’ che siamo almeno fedeli al nostro Salvatore di fronte al demonio, alla carne e al mondo; che dedichiamo il nostro cuore al suo amore, se non siamo chiamati a offrire il nostro corpo in sacrificio per il suo Nome. Scelto fin dai tuoi primi anni dal Salvatore per servire di modello al cristiano con l’innocenza della tua infanzia, hai conservato quel candore così prezioso anche sotto la canizie. Chiedi a Cristo, il Re dei bambini, che quella semplicità alberghi sempre in noi come il frutto dei misteri che celebriamo.

Successore di Pietro in Antiochia, prega per le Chiese del tuo Patriarcato. Riconducile alla vera fede e all’unità cattolica. Sostieni la Chiesa Romana che hai irrorata del tuo sangue, e che è rientrata in possesso delle tue reliquie. Veglia sul mantenimento della disciplina e della gerarchia ecclesiastica, di cui hai tracciato così splendide norme nelle tue Epistole. Stringi, mediante il sentimento del dovere e della carità, i legami che debbono unire tutti i gradi della gerarchia, affinché la Chiesa di Dio sia bella nella sua unità e terribile per i nemici di Dio come un esercito schierato in campo.


[1]Il nome di Ignazio deriva da Ignis, poiché il suo carattere è dipinto nelle sue Lettere con accenti di fuoco. Il suo secondo nome: Teoforo, preso al passivo (portato da Dio) spiega la leggenda secondo la quale il Signore l’avrebbe mostrato agli Apostoli come un modello d’umiltà; preso all’attivo (che porta Dio), ricorda come sarebbe stato trovato inciso sul suo cuore, a lettere d’oro, il nome di Cristo.

Fu probabilmente discepolo degli Apostoli, di san Pietro o di san Paolo. San Giovanni Crisostomo dichiara che fu costituito vescovo di Antiochia da san Pietro stesso. Eusebio fissa all’anno 69 l’inizio del suo episcopato che termina a Roma con il martirio nel 107 (F. Cayré).

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p.  398-401

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