17 gennaio – Sant’Antonio Abate (liturgia della festa)

Oggi, l’Oriente e l’Occidente si uniscono per celebrare il Patriarca dei Cenobiti, il grande Antonio. Prima di lui, la professione monastica già esisteva, come dimostrano irrefutabili documenti; ma egli appare come il primo degli Abati, perché costituì per primo sotto una forma permanente le famiglie dei monaci, consacrati al servizio di Dio sotto la guida d’un pastore.

Dapprima ospite della solitudine e famoso per le sue lotte con i demoni, ha accolto attorno a sé i discepoli che le sue opere meravigliose e il fascino della perfezione gli avevano acquistati; e il deserto ha visto, con lui, iniziare la vita monastica. L’era dei Martiri volge alla fine; la persecuzione di Diocleziano sarà l’ultima; è tempo per la Provvidenza, che veglia sulla Chiesa, d’inaugurare una nuova milizia. È tempo che si riveli pubblicamente nella società cristiana il carattere del monaco; gli Asceti, anche consacrati, non bastano più. Sorgeranno da ogni parte i monasteri, nei deserti e finanche nelle città, ed i fedeli avranno d’ora in poi sotto gli occhi, come un incoraggiamento ad osservare i precetti di Cristo, la pratica devota e letterale dei suoi consigli. Le tradizioni apostoliche della preghiera continua e della penitenza non si spegneranno più, la dottrina sacra sarà coltivata con amore, non passerà tempo che la Chiesa andrà a cercare in quelle roccaforti spirituali i suoi più validi difensori, i suoi più santi Pontefici e i suoi più generosi Apostoli.

L’esempio d’Antonio ispirerà infatti i secoli avvenire; ci si ricorderà che le attrattive della solitudine e le dolcezze della contemplazione non poterono trattenerlo nel deserto, e che egli venne ad Alessandria, nel cuore della persecuzione pagana, per incoraggiare i cristiani nel martirio. Non si dimenticherà nemmeno che in un’altra lotta ancora più terribile, quella contro l’Arianesimo, egli riapparve nella grande città per predicarvi il Verbo consustanziale al Padre, confessarvi la fede di Nicea e sostenere il coraggio degli ortodossi. Chi potrebbe mai ignorare i legami che univano Antonio al grande Atanasio, o non ricordare che questo illustre campione del Figlio di Dio visitava l’altro Patriarca nel profondo del deserto, procurava in tutti i modi l’avanzamento dell’opera monastica, poneva nella fedeltà dei monaci la speranza della salvezza della Chiesa e volle scrivere egli stesso la vita dell’amico?

È in questo meraviglioso racconto che si impara a conoscere Antonio; è qui che si rivela la grandezza e la semplicità di quell’uomo che fu sempre così vicino a Dio. A diciotto anni, già erede d’una considerevole fortuna, sente leggere in chiesa un passo del Vangelo in cui nostro Signore consiglia a chi vuol tendere alla vita perfetta di disfarsi di tutti i beni terreni. Non gli occorre altro: egli si libera subito di tutto ciò che possiede e si fa povero volontario per tutta la vita.

Lo Spirito Santo lo spinge allora verso la solitudine, dove le potenze infernali hanno piazzato tutte le loro batterie per far retrocedere il soldato di Dio; si direbbe che Satana abbia compreso che il Signore ha deciso di costruirsi una città nel deserto e che Antonio è inviato per eseguirne i piani. Comincia la lotta corpo a corpo con gli spiriti maligni, e il giovane Egiziano rimane vincitore a forza di sofferenze. Egli ha conquistato quella nuova arena nella quale si compirà la vittoria del cristianesimo sul Principe del mondo.

Dopo venti anni di lotte che l’hanno agguerrito, la sua anima si è fissata in Dio; e allora appunto è rivelato al mondo. Malgrado i suoi sforzi per restare nascosto, bisogna che risponda agli uomini che vengono a consultarlo e a chiedere le sue preghiere. Si raccolgono attorno a lui dei discepoli, ed egli diventa il primo degli Abati. Le sue lezioni sulla perfezione cristiana sono accolte con avidità; il suo insegnamento è tanto semplice quanto profondo, e non scende dalle altezze sublimi della contemplazione se non per incoraggiare le anime. Se i suoi discepoli gli chiedono quale è la virtù più adatta per sventare i disegni dei demoni, e per condurre sicuramente l’anima alla perfezione, risponde che la virtù principale è la discrezione.

I cristiani d’ogni condizione accorrono per contemplare questo anacoreta la cui santità e i cui miracoli sono famosi in tutto l’Oriente. Si aspettano qualche cosa di emozionante, e non vedono invece che un uomo dall’aspetto tranquillo, di umore dolce e gradevole. La serenità del volto rispecchia quella dell’anima. Non rivela né inquietudine nel vedersi circondato dalla folla, né vana compiacenza ai disegni di stima e di rispetto che gli si offrono, poiché la sua anima, le cui passioni sono tutte soggiogate, è diventata la dimora di Dio.

Non è fatto per i filosofi che vogliono esplorare la meraviglia del deserto. Vedendoli giungere, Antonio rivolge loro per primo la parola: “Perché dunque, o filosofi, vi siete preoccupati tanto per venire a visitare un insensato?”. Sconcertati per tale accoglienza, quegli uomini gli risposero che non lo credevano tale, ma che erano al contrario convinti della sua grande sapienza. “Quand’è così, riprese Antonio, se mi credete savio, imitate la mia saggezza”. Sant’Atanasio non ci dice se quella visita li portò alla conversione. Ma ne vennero altri che ardirono attaccare, in nome della ragione, il mistero di un Dio incarnato e crocifisso. Antonio sorrise sentendoli spacciare i loro sofismi e finì per dire loro: “Poiché siete così ben ferrati nella dialettica, rispondetemi, di grazia: A che cosa si deve maggiormente credere quando si tratta della conoscenza di Dio, all’azione efficace della fede o agli argomenti della ragione?”. – “All’azione efficace della fede”, risposero. – “Ebbene, riprese Antonio, per mostrarvi la potenza della nostra fede, ecco qui degli indemoniati: guariteli con i vostri sillogismi; se poi non vi riuscite e io vi riuscirò invece per opera della fede, e in nome di Gesù Cristo, confessate l’impotenza dei vostri ragionamenti e glorificate la croce che avete osato disprezzare”. Antonio fece tre volte il segno della croce su quegli indemoniati, invocò il nome di Gesù su di essi, e subito furono liberati.

I filosofi erano sbalorditi e rimanevano muti. “Non crediate disse il santo Abate, che io abbia liberato per mia virtù questi indemoniati, ma unicamente per virtù di Gesù Cristo. Credete anche voi in lui, e proverete che non già la filosofia, bensì una fede semplice e sincera fa compiere i miracoli”. Non si sa se quegli uomini finirono per abbracciare il cristianesimo, ma l’illustre biografo ci dice che se ne andarono, pieni di stima e d’ammirazione per Antonio, e confessarono che la loro visita al deserto non era stata inutile.

Frattanto, il nome di Antonio diventava sempre più celebre e giungeva fino alla corte imperiale. Costantino e i due principi suoi figli gli scrissero come a un padre, implorando da lui il favore d’una risposta. Il santo dapprima non volle; ma avendogli i suoi discepoli mostrato che gli imperatori dopo tutto erano cristiani e che avrebbero potuto ritenersi offesi del suo silenzio, scrisse che era lieto di sapere che essi adoravano Gesù Cristo, e li esortò a non abusare del loro potere così da dimenticare che erano uomini. Raccomandò la clemenza, l’esattezza nell’amministrare la giustizia, l’assistenza ai poveri e di ricordare sempre che Gesù Cristo è l’unico re vero ed eterno.

Così scriveva quest’uomo che era nato sotto la persecuzione di Decio, e che aveva sfidato quella di Diocleziano: sentir parlare di Cesari cristiani era per lui una cosa nuova. A proposito delle lettere della corte di Costantinopoli diceva: “I re della terra ci hanno scritto; ma che significa ciò per un cristiano? Se la loro dignità li ha elevati al disopra degli altri, la nascita e la morte non li rendono forse uguali a tutti? Ciò che deve commuoverci maggiormente e intensificare il nostro amore per Dio è il pensiero che questo sommo Maestro si è non solo degnato di scrivere una legge per gli uomini, ma anche parlato ad essi per mezzo del suo Figliuolo”.

Tuttavia, tanta pubblicità data alla sua vita stancava Antonio, ed egli non vedeva l’ora di andarsi a sprofondare nuovamente nel deserto e ritrovarsi a faccia a faccia con Dio. I discepoli ormai erano formati: la sua parola e le sue opere li avevano ammaestrati; li lasciò dunque segretamente, e dopo aver camminato per tre giorni e per tre notti, giunse al monte Colzim, dove riconobbe la dimora che Dio gli aveva destinata. San Girolamo ci offre, nella Vita di sant’Ilarione, la descrizione di quella solitudine. “La roccia, egli dice, si staglia per un’altezza di mille passi: alla sua base sgorgano acque che la terra assorbe in parte; il resto scende a modo di ruscello, e il suo corso è fiancheggiato da un gran numero di palme che ne fanno un’oasi tranquilla e piacevole alla vista”. Un’angusta anfrattuosità della roccia serviva di riparo all’uomo di Dio contro le intemperie.

L’amore dei suoi discepoli lo perseguitò, e lo scoprì ancora in quel lontano rifugio. Essi venivano spesso a visitarlo e a recargli del pane. Volendo risparmiar loro quella fatica, Antonio li pregò di procurargli una vanga, una scure e un po’ di frumento, che seminò in un piccolo terreno. Sant’Ilarione, che visitò quei luoghi dopo la morte del grande patriarca, era accompagnato dai discepoli di Antonio che gli dicevano con rimpianto: “Qui egli cantava i salmi; là s’intratteneva con Dio nella preghiera; qui lavorava; là si riposava quando si sentiva stanco; egli stesso ha piantato questa vite e questi arbusti, egli stesso ha formato quest’aia, e ha costruito con fatica questo serbatoio per innaffiare l’orto”. A proposito dell’orto, raccontarono al santo, che un giorno alcuni asini selvatici venuti a bere al serbatoio si misero a devastare le piantagioni. Antonio ordinò al primo di fermarsi, e colpendolo leggermente con il bastone al fianco, gli disse: “Perché mangi ciò che non hai seminato?”. Le bestie si fermarono d’improvviso, e da allora non fecero più alcun danno.

Noi ci abbandoniamo al fascino di questi racconti. Ci vorrebbe un intero volume per riportarli tutti. Di tanto in tanto, Antonio scendeva dalla montagna, e veniva ad incoraggiare i suoi discepoli nelle diverse stazioni che avevano nel deserto. Una volta andò anche a visitare la sorella in un monastero di vergini, dove l’aveva messa, prima di lasciare egli stesso il mondo. Infine, essendo giunto ai cento e cinque anni, volle vedere ancora una volta i monaci che abitavano la prima montagna della catena di Colzim, e annunziò loro la sua prossima dipartita per la patria. Appena tornato al suo eremo, chiamò i due discepoli che lo servivano da quindici anni a causa dell’indebolimento delle sue forze, e disse loro: “Diletti figli, ecco l’ora in cui, secondo il linguaggio della sacra Scrittura, io entrerò nella via dei miei padri. Vedo che il Signore mi chiama, e il mio cuore brucia dal desiderio di unirsi a lui nel cielo. Ma voi, figli miei, viscere dell’anima mia, non perdete, per un dannoso rilassamento, il frutto del lavoro al quale vi siete dedicati da tanti anni. Immaginate ogni giorno di non fare altro che entrare al servizio di Dio e compierne gli esercizi: in questo modo, la vostra buona volontà sarà più forte e andrà sempre aumentando. Sapete bene quali inganni ci tendano i demoni. Siete stati testimoni dei loro furori ed anche delle loro debolezze. Legatevi inscindibilmente all’amore di Gesù Cristo; affidatevi completamente a lui e vincerete la malizia di quegli spiriti perversi. Non dimenticate mai i vari insegnamenti che vi ho dati; ma vi raccomando soprattutto di pensare che ogni giorno potete morire”.

Ricordò quindi l’obbligo di non avere alcuna relazione con gli eretici, e chiese che il suo corpo fosse sepolto in un luogo segreto e noto soltanto ad essi. “Quanto agli abiti che io lascio – aggiunse – ecco come li destinerete: darete al vescovo Atanasio una delle mie tuniche insieme con il mantello che egli mi aveva portato nuovo e che gli restituisco usato”. Era un secondo mantello che il grande dottore aveva donato ad Antonio, avendo quest’ultimo usato il primo per seppellire il corpo dell’eremita Paolo. “Darete – riprese il santo – la seconda tunica al vescovo Serapione, e terrete per voi il mio cilicio”. Quindi, sentendo che era giunto l’ultimo istante, volse lo sguardo ai due discepoli: “Addio – disse loro – figli diletti, il vostro Antonio se ne va, e non è più con voi”.

Con questa semplicità e con questa grandezza si inaugurava la Vita monastica nei deserti dell’ Egitto, per irradiarsi di lì in tutta la Chiesa; ma a chi renderemo gloria per una simile istituzione alla quale saranno d’ora in poi legati i destini della Chiesa, sempre forte quando trionfa l’elemento monastico e sempre debole quando esso è in decadenza? Chi ispirò ad Antonio e ai suoi discepoli l’amore di quella vita nascosta e povera ma insieme feconda, se non ancora una volta il mistero degli abbassamenti del Figlio di Dio? Torni dunque tutto l’onore dall’Emmanuele umiliatosi sotto i suoi miseri panni e tuttavia ripieno della forza di Dio.

VITA

Sant’Antonio nacque a Comon, in Egitto, nel 251. Avendo sentito leggere le parole del Vangelo: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri”, le seguì immediatamente alla lettera e si ritirò nella solitudine. Vi subì gli attacchi dei demoni che superò con la penitenza e l’invocazione del nome di Gesù. Morì nel 356 sul monte Kolzim, presso il Mar Rosso. La sua vita fu scritta dal vescovo sant’Atanasio e le sue reliquie sono conservate a S. Giuliano d’Arles.

Noi ci uniamo alla Chiesa intera, o beato Antonio, per offrirti gli omaggi della nostra venerazione e per esaltare i doni che l’Emmanuele ti ha prodigati. Come è stata sublime la tua vita, e come feconde le tue opere! Tu sei veramente il padre d’un gran popolo e uno dei più potenti ausiliari della Chiesa di Dio. Prega dunque per l’Ordine Monastico, e ottieni che esso rinasca e si rigeneri nella società cristiana. Prega anche per ciascuno dei membri della grande famiglia della Chiesa. Spesso, la tua grande intercessione è stata utile ai nostri corpi, spegnendo gli ardori esiziali che li consumavano; degnati di continuare ad esercitare questo benefico potere. Ma guarisci soprattutto le nostre anime, troppo spesso consumate da fiamme ancora più pericolose. Veglia su di noi nelle tentazioni che il nemico non cessa di suscitarci; rendici vigilanti contro i suoi attacchi, prudenti nel prevenire le occasioni funeste, fermi nella lotta, umili nella vittoria. L’angelo delle tenebre appariva a te sotto forme sensibili; per noi, troppo spesso, egli simula i suoi colpi. Che non abbiamo ad essere vittima dei suoi inganni! Il timore dei giudizi di Dio e il pensiero dell’eternità dominino tutta la nostra vita; sia la preghiera il nostro frequente ricorso, e la penitenza la nostra difesa. Infine e soprattutto, secondo il tuo consiglio, o Pastore delle anime, ci riempia in misura sempre più grande l’amore di Gesù; di Gesù che si è degnato di nascere quaggiù per salvarci e per meritarci le grazie per mezzo delle quali vinceremo, di Gesù che si è degnato di soffrire la tentazione, per insegnarci come vi si debba resistere.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p.  332-338

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