2 aprile 1805 nasce Hans Cristian Andersen… anche con le fiabe si può fare buona apologetica

Le fiabe non sono affatto sciocchezze o piccola letteratura. Le fiabe sono la capacità di intravedere la sapienza e la verità perenni attraverso il filtro dell’immaginazione e del fantastico. Un fantastico che non è un tentativo di stravolgere il reale. Tutt’altro.

C’è infatti una differenza importante da tener presente: un conto è la fantasia, altro è l’immaginazione surrealista. La prima è ciò che abbiamo detto più su, ovvero la capacità di scorgere il mistero di un reale oggettivo che umilmente viene riconosciuto e accettato nella sua evidenza; la seconda (l’immaginazione surrealista) è invece la presuntuosa volontà di stravolgere il reale oggettivo perché lo si rifiuta, pretendendo di sostituirlo con un reale fantoccio costruito da una volontà immaginifica secondo la quale tutto sarebbe relativo e interscambiabile. Insomma, la prima serve per capire meglio il reale, la seconda per sostituire il reale con ciò che soggettivamente e anarchicamente si desidera creare.

Da qui il fatto che le fiabe hanno sempre una morale, cioè sono degli apologhi che vogliono insegnare valori veri ed universali. Talmente veri ed universali che non possono non essere riconosciuti ed esaltati.

Visto che nel titolo si fa riferimento ad Andersen, c’è una sua celebre fiaba che vogliamo ricordare e che ha una valenza filosofica importantissima. Sì, avete capito bene: filosofica!

Si tratta de Gli abiti del Granduca.

Un granduca, desideroso di rendere sempre più ricco il suo guardaroba, viene abbindolato da due sarti imbroglioni che riescono a vendergli una magica stoffa invisibile per gli sciocchi. La stoffa in realtà non esiste, ma il Granduca finge di vederla e se ne fa confezionare un abito. La favola termina con il Granduca in mutande a capo di una parata per le vie della città, e con nessuno tra i presenti che ha il coraggio di ridere della stranezza della situazione per il timore di essere considerato sciocco. Alla fine sarà un bambino -non a caso un bambino- che dirà: “Il Granduca è in mutande!” E allora tutti prenderanno coraggio e rideranno a crepapelle, mentre il Granduca si ritroverà rosso paonazzo di vergogna, in mutande, per le vie della città.

Il significato è chiaro: l’uomo non dovrebbe mai perdere la capacità di osservare la realtà con umiltà e rispetto, non dovrebbe mai perdere la capacità di stupirsi.

Lo stupore è una caratteristica peculiare della psicologia infantile; ecco perché i bambini riescono a percepire la verità più rapidamente. Ed ecco perché Gesù afferma che se non si diventa come bambini non si può entrare nel Regno dei Cieli (Matteo 18).

L’incapacità di stupirsi è proprio dell’uomo moderno e contemporaneo.

La negazione della verità e del proprio bisogno di appartenere a Dio conducono inevitabilmente ad una sorta di autosufficienza, menzognera e fallimentare, che illude l’uomo a ritenersi capace di “riscrivere” a proprio piacimento la realtà in cui è inserito e definito. Questo è proprio il contrario della meraviglia, perché non ci può essere meraviglia per ciò che è frutto del proprio pensiero.

Lo stupore nasce dall’incontro con l’altro e il nuovo, che non sono dentro l’uomo, che non sono frutto del pensiero dell’uomo, ma che si impongono al suo pensiero: “Ci sono più cose in Cielo e in Terra che non nella tua filosofia, Orazio” fa dire Shakespeare ad un suo celebre personaggio.

Lo stupore è il segno dell’ammirazione, del riempirsi lo sguardo di ciò che irrompe nel proprio cuore. Lo stupore è il segno realistico per eccellenza. Chi sa stupirsi ha ancora conservato l’umiltà di considerare che quello che gli è dato come “dono”.

Ed ecco perché la fiaba di Andersen di cui sopra ha una valenza altamente filosofica. La modernità è nata allontanandosi volontariamente dal realismo filosofico il quale consiste nell’adeguamento della conoscenza alla cosa, cioè alla realtà oggettiva.

La vera natura del conoscere è attingere l’essere (la realtà oggettiva) attraverso i sensi, con i quali si sperimenta la reale esistenza delle cose; e attraverso l’intelletto che intus legit nelle cose, cioè “legge dentro le cose” e ne penetra la natura.

La vera natura del conoscere non è in una ragione soggettiva onnipotente che si costruisca una realtà di comodo.

Se la ragione pretendesse far questo, finirebbe come il Granduca… in mutande!

Alleghiamo la bella narrazione della fiaba tratta dalla famosa serie “Fiabe sonore” dei Fratelli Fabbri Editori

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