21 aprile – Sant’Anselmo (Vescovo e Dottore della Chiesa)

Monaco, Vescovo e Dottore, Anselmo riunì nella sua persona questi tre appannaggi del cristiano privilegiato; e, se l’aureola del martirio non venne a completare lo splendore del suo nobile manipolo di gloriosi meriti, potrà dirsi che la palma è mancata ad Anselmo, ma non che egli sia mancato alla palma! Il suo nome ci ricorda la mansuetudine dell’uomo del chiostro, unita alla fermezza episcopale; la scienza unita alla pietà. Nessuna memoria d’uomo è stata, allo stesso tempo, più dolce e più splendente!

Il Monaco

Il Piemonte lo dette alla Francia e all’Ordine di San Benedetto. Anselmo, nell’Abbazia di Bec, realizzò pienamente quel modello di Abbate, tracciato dal Patriarca dei monaci d’Occidente: “Servire più che comandare”. Fu oggetto di un affetto senza pari da parte dei suoi confratelli, sì che, fino a noi, ne è giunto l’eco. La sua vita fu devoluta interamente al loro servizio, sia che si studiasse di condurli a Dio, sia che si compiacesse d’iniziarli alle sublimi speculazioni dell’intelligenza. Ma un giorno, non ostante tutti i suoi sforzi per esimersene, fu loro tolto, e costretto ad assidersi sulla cattedra arcivescovile di Cantorbery. In quella sede, successore di un Agostino, di un Dunstano, di un Elfigio, di un Lanfranco, egli fu degno di portare il pallium dopo di loro, e con i suoi nobili esempi, aprì la via all’illustre martire Tommaso, che presto gli succedette.

L’araldo della regalità della Chiesa

La sua vita pastorale fu completamente dedicata alle lotte per la libertà della Chiesa. In lui l’Agnello si rivestì della forza del leone. “Cristo, diceva, non vuole una schiava per Sposa; niente ama tanto in questo mondo come la libertà della sua Chiesa”. È passato il tempo in cui il Figlio di Dio consentì ad essere incatenato per redimerci dal peccato; ora è risuscitato glorioso, e vuole che la sua Sposa sia libera come lui. In tutti i secoli essa deve lottare per questa libertà che è sacra, senza la quale non potrebbe compiere quaggiù la missione salvatrice che il suo Sposo divino le ha affidato. I Principi della terra, non ignorando quale regina ella sia, gelosi della sua influenza, si sono ingegnati a crearle mille difficoltà. Ai nostri giorni, un gran numero dei suoi figli hanno persino perduto la nozione delle franchigie, alle quali ha diritto: senza alcuna preoccupazione per la sua regalità, non desiderano per essa altra libertà di quella che hanno pure le sette da lei condannate; non possono capire che, in tali condizioni, la chiesa che Cristo ha fondato per regnare, rimane invece nella schiavitù.

Ma Anselmo non l’intendeva così; e qualunque figlio della Chiesa deve avere in orrore simili utopie. Le grandi parole di progresso e di società moderna non saprebbero sedurlo; egli sa che la Chiesa non ha nulla che la uguagli quaggiù; vede il mondo in preda alle convulsioni più terribili, incapace di posare ormai su fondamenta più stabili, ma tutto per lui si spiega con il motivo che la Chiesa non è più regina. Il diritto di questa nostra Madre non è solamente quello di essere riconosciuta, per ciò che realmente è, nel segreto del pensiero di ogni fedele; ella ha bisogno dell’appoggio esteriore. Gesù le ha lasciato in eredità le nazioni stesse: ella le ha possedute secondo tale promessa; ma oggi, se avviene che un popolo la ponga fuori di questa legge, offrendole una protezione uguale a quella data a tutte le altre sette, che essa già espulse dal suo grembo, mille acclamazioni si fanno sentire a lode di questo falso progresso, e voci conosciute ed amate si uniscono a un tale clamore!

Simili prove furono risparmiate ad Anselmo. La brutalità dei re normanni era da temersi meno di quei perfidi sistemi che distruggono, dalla base, anche l’idea stessa della Chiesa, e fanno rimpiangere la persecuzione aperta. Il torrente travolge tutto al suo passaggio; ma tutto rinasce, dopo che si è prosciugato. È ben diverso quando le acque, debordando, invadono la terra, trascinandola via insieme con esse. Teniamolo per certo: Al momento in cui la Chiesa, questa divina colomba, non avrà più, quaggiù, dove posare con onore i suoi piedi, ‘il cielo si aprirà ed ella prenderà il volo per la sua patria celeste, lasciando il mondo alla vigilia della discesa di colui, che sarà il giudice dell’ultimo giorno.

Il Dottore

Anselmo non è meno da ammirarsi come Dottore che come Pontefice. La sua alta e sicura intelligenza si compiacque nella contemplazione delle verità divine; ne ricercò i valori e l’armonia, ed i risultati di questi nobili studi occupano un rango elevato negli archivi ove si conservano le ricchezze della teologia cattolica. Dio l’aveva dotato d’ingegno; le lotte, la vita agitata, non riuscirono a distrarlo dai suoi santi e cari studi, ed anche nel cammino dell’esilio, andava meditando sul suo Dio ed i suoi misteri, allargando così, per lui e per i posteri, il campo già vasto delle rispettose investigazioni della ragione nel dominio della fede.

VITA

Anselmo nacque verso il 1033 ad Aosta, in Piemonte. A 26 anni entrò nell’Abbazia di Bec, in Normandia, ove si consacrò alla pratica delle virtù monastiche ed allo studio della filosofia e della Sacra Scrittura. A 30 anni divenne priore e Teologo e, poi, abate nel 1078. Resse l’Abbazia con una bontà instancabile che gli permise di vincere tutte le difficoltà. I Papi Gregorio VII e Urbano II l’ebbero in grande stima. Chia­mato in Inghilterra nel 1092, non poté più rientrare in Francia e, l’anno seguente, fu nominato arcivescovo di Cantorbery. Ebbe molto a soffrire per il re Guglielmo il Rosso, in difesa dei diritti e della libertà della Chiesa. Esiliato, si recò a Roma, dove il Papa lo ricolmò di onori e gli dette occasione, nel Concilio di Bari, di convincere d’errore i Greci che negavano procedere lo Spirito Santo dal Figlio come dal Padre.

Richiamato in Inghilterra, dopo la morte di Guglielmo, sant’Anselmo vi spirò il 21 aprile 1109. Il suo corpo fu inumato a Cantorbery. Nel 1492, Alessandro VI ne autorizzò il culto, e nel 1720, Clemente XI lo dichiarò dottore della Chiesa.

Preghiera al difensore della libertà

O Anselmo, Pontefice amato da Dio e dagli uomini, la santa Chiesa, che hai servito quaggiù con tanto zelo, oggi ti rende il suo ossequio, come a uno dei suoi prelati più stimati. Imitatore della bontà del Pastore divino, nessuno ti sorpassò in dolcezza, in condiscendenza, in carità. Tu conoscevi le tue pecorelle ed esse conoscevano te; vegliando giorno e notte per far loro buona guardia, non fosti mai sorpreso dall’arrivo del lupo. Ben lungi dal fuggire al suo avvicinarsi, andasti ad affrontarlo, e nessuna violenza ebbe il potere di farti indietreggiare. Campione eroico della libertà della Chiesa, proteggila anche ai tempi nostri, nei quali ovunque è calpestata e quasi annientata. Suscita ovunque Pastori emuli della tua santa indipendenza, affinché il coraggio si rianimi nel cuore delle pecorelle, e ogni cristiano si faccia un onore di confessare che, prima di ogni altra cosa, è membro della Chiesa, e che, ai suoi occhi, gl’interessi di questa Madre delle anime sono superiori a quelli di qualsiasi società terrena.

… al Dottore

Il Verbo divino ti aveva dotato, o Anselmo, di quella filosofia tutta cristiana che si piega di fronte alla verità della fede e che, purificata dall’umiltà, si eleva alle vedute più sublimi. Da te illuminata di una luce così pura, la santa Chiesa, nella sua riconoscenza, ti ha conferito il titolo di Dottore per sì lungo tempo riservato a quelli uomini sapienti che vissero nei primi tempi del cristianesimo, che conservano nei loro scritti quasi un riflesso della predicazione degli Apostoli. La tua dottrina è stata giudicata degna di venire riunita a quella degli antichi Padri, poiché procede dal medesimo Spirito:è figlia della preghiera, più ancora che del pensiero.

Ottienici, o Dottore santo, che ricalcando le tue orme, la nostra fede cerchi pure l’intelligenza. Molti, oggi, bestemmiano ciò che ignorano; e molti ignorano ciò che credono. Da questo nasce una confusione desolante; compromessi pericolosi tra la verità e l’errore; la sola vera dottrina misconosciuta, abbandonata e rimasta indifesa. Domanda per noi, Anselmo, dottori che sappiano illuminare i sentieri della verità e dissipare le nubi dell’errore, affinché i figli della Chiesa non restino più esposti alla seduzione.

… al Monaco

Getta uno sguardo sulla famiglia religiosa che ti accolse nelle sue file, quando abbandonasti le vanità del secolo; e degnati estendere su di essa la tua protezione. Tu vi attingesti la vita dell’anima e la luce dell’intelletto. Figlio di san Benedetto, ricordati dei tuoi fratelli! Benedicili nella Francia, dove hai abbracciato la vita monastica; benedicili in Inghilterra, dove sei stato Primate tra gli altri pontefici, senza cessare di essere monaco. Prega, Anselmo, per le due nazioni che ti hanno adottato, l’una dopo l’altra. Nella prima, la fede si è disgraziatamente indebolita; nell’altra, l’eresia regna sovrana. Sollecita per entrambe la misericordia del Signore. Egli è potente, e non chiude il suo orecchio alle suppliche dei santi. Se, nella sua giustizia, ha deciso di non rendere a queste due nazioni la loro antica struttura cristiana, ottieni almeno che molte anime si salvino, che numerose conversioni consolino la Madre comune, che gli ultimi operai della vigna siano rivali dei primi per lo zelo, aspettando il giorno in cui il Maestro verrà per rendere a ciascuno secondo le sue opere.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 553-557

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