25 dicembre – Messa di Natale dell’aurora (liturgia della festa)

Terminato l’Ufficio delle Laudi, i cantici di gioia con i quali la Chiesa ringrazia il Padre dei secoli per aver fatto spuntare il suo Sole di giustizia sono finiti: è tempo di offrire il secondo Sacrificio, il Sacrificio dell’aurora. La santa Chiesa ha glorificato, con la prima Messa, la nascita temporale del Verbo, secondo la carne; ora onorerà una seconda nascita dello stesso Figlio di Dio, nascita di grazia e di misericordia, quella che si compie nel cuore del cristiano fedele.

Ecco che, in questo stesso istante, i pastori invitati dagli Angeli arrivano frettolosi a Betlemme; si stringono nella stalla troppo angusta per contenere la loro folla. Docili all’avvertimento del cielo, sono venuti a riconoscere il Salvatore la cui nascita fu loro annunziata. Trovano tutto come gli Angeli avevano annunciato. Chi potrebbe descrivere la gioia del loro cuore, la semplicità della loro fede? Non stupiscono di trovare, sotto le sembianze d’una povertà simile alla loro, Colui la cui nascita commuove gli Angeli stessi. I loro cuori hanno compreso tutto; adorano, amano quel bambino. Sono già cristiani: la Chiesa cristiana comincia in essi; il mistero d’un Dio che si è umiliato è ricevuto nei cuori umili. Erode cercherà di far morire il Bambino, la Sinagoga fremerà, i suoi dottori si leveranno contro Dio e contro il suo Cristo, manderanno a morte il liberatore d’Israele; ma la fede rimarrà ferma e incrollabile nell’anima dei pastori, nell’attesa che i sapienti e i potenti si prostrino a loro volta davanti al presepio e alla croce.

Che cos’è dunque avvenuto nel cuore di quegli uomini semplici? Vi è nato il Cristo, e vi abita ormai con la fede e l’amore. Sono i nostri padri nella Chiesa; e tocca a noi imitarli. Chiamiamo dunque a nostra volta il divino Bambino nelle anime nostre; facciamogli posto, e nulla gli arresti più l’entrata nei nostri cuori. È anche per noi che parlano gli Angeli, è a noi che annunciano la lieta novella; il beneficio non deve fermarsi ai soli abitanti delle campagne di Betlemme. Ora, per onorare il mistero della silenziosa venuta del Salvatore nelle anime, il Sacerdote salirà nuovamente l’altare, e presenterà per la seconda volta l’Agnello senza macchia agli sguardi del Padre celeste che lo manda.

Che i nostri occhi siano dunque fissi sull’altare, come quelli dei pastori sulla mangiatoia; cerchiamovi, come essi, il neonato Bambino, avvolto nelle fasce. Entrando nella stalla, essi ignoravano ancora Colui che avrebbero visto; ma i loro cuori erano preparati. D’un tratto lo vedono, e i loro occhi si arrestano su quel Sole divino. Gesù dalla mangiatoia, manda loro uno sguardo d’amore; essi sono illuminati, e la luce risplende nei loro cuori. Meritiamo che si compiano anche in noi le parole del principe degli Apostoli: “La luce risplende nel luogo oscuro, finché non brilli il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2Pt 1,19).

Siamo arrivati a questa aurora benedetta; è apparso il divino Oriente che aspettavamo, e non tramonterà più sulla nostra vita: d’ora in poi vogliamo temere soprattutto la notte del peccato da cui egli ci libera. Siamo figli della luce e i figli del giorno (1Ts 5,5), non conosceremo più il sonno della morte; ma veglieremo si ricordandoci che i pastori vegliavano quando l’Angelo parlò loro, e il cielo si aprì sul loro capo. Tutti i canti della Messa dell’aurora ci narreranno ancora lo splendore del Sole di giustizia; gustiamoli come prigionieri per lungo tempo rinchiusi in un Carcere tenebroso ai cui occhi una dolce luce ridarà la vista. Il Dio della luce risplende dentro la mangiatoia; i suoi raggi divini abbelliscono ancora i dolci lineamenti della Vergine Madre che lo contempla con tanto amore; il volto venerabile di Giuseppe ne riceve un nuovo splendore. Ma sono raggi che non si fermano nello stretto recinto della grotta. Se lasciano nelle meritate tenebre l’ingrata Betlemme, si lanciano però attraverso il mondo intero, e accendono in milioni di cuori un amore ineffabile per quella Luce che viene dall’alto, che strappa l’uomo ai suoi errori e alle sue passioni e lo eleva verso il fine sublime per il quale è stato creato.

Ora la santa Chiesa, in mezzo a tutti questi misteri del Dio incarnato, ci presenta, nel seno stesso dell’umanità, un altro oggetto d’ammirazione e di letizia. Al ricordo così caro e glorioso della nascita dell’Emmanuele essa unisce, in questo Sacrificio dell’Aurora, la memoria solenne d’una di quelle anime coraggiose che hanno saputo conservare la Luce di Cristo, a dispetto di tutti gli assalti delle tenebre. Essa onora, in questa stessa ora, sant’Anastasia che, nel giorno della nascita del Redentore, nacque alla vita celeste, mediante la croce e la sofferenza [1].

EPISTOLA (Tt 3,4-7)

Carissimo: apparve la benignità e l’amore per l’uomo del Salvatore Dio nostro ; non per le opere di giustizia fatte da noi, ma per la sua misericordia, ci ha salvati mediante il lavacro di rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito Santo, che egli copiosamente ha effuso su noi per Gesù Cristo Salvatore nostro, affinché giustificati per la grazia di lui, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna: in Gesù Cristo Signor nostro.

Il Sole che si è levato su di noi, è un Dio Salvatore, in tutta la sua misericordia. Noi eravamo lontani da Dio, nelle ombre della morte; è stato necessario che i raggi divini scendessero fino al fondo dell’abisso in cui il peccato ci aveva precipitati; ed ecco che ne usciamo rigenerati, giustificati, eredi della vita eterna. Chi ci separerà ora dall’amore di questo Bambino? Vorremmo forse rendere inutili le meraviglie d’un amore così generoso e ridiventare ancora gli schiavi delle tenebre della morte? Conserviamo piuttosto la speranza della vita eterna, alla quale questi alti misteri ci hanno iniziati.

VANGELO (Lc 2,15-20). – In quel tempo: i pastori presero a dire tra loro: Andiamo fino a Betlem a vedere quanto è accaduto riguardo a quello che il Signore ci ha manifestato. E in fretta andarono, e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino giacente nella mangiatoia. E, vedendolo, si persuasero di quanto loro era stato detto di quel bambino. Quanti ne sentirono parlare si maravigliarono delle cose loro dette dai pastori. Maria poi conservava nella mente tutte queste cose, e le meditava nel suo cuore. E i pastori se ne ritornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, Secondo quello che era stato loro detto.

Imitiamo la sollecitudine dei pastori nel visitare il Neonato. Hanno appena sentito le parole dell’Angelo che partono senza frapporre indugi, e si recano alla stalla. Giunti davanti al Bambino, i loro cuori già preparati lo riconoscono; e Gesù, con la sua grazia, nasce in essi. Gioiscono di essere piccoli e poveri come lui, sentono che ormai sono uniti a lui, e tutta la loro condotta renderà testimonianza del cambiamento che si è operato nella loro vita. Infatti, essi non tacciono, parlano del Bambino, se ne fanno gli apostoli; e la loro parola rapisce d’ammirazione quelli che li sentono. Glorifichiamo con essi il gran Dio che, non contento di chiamarci alla sua mirabile luce, ne ha posto il focolaio nel nostro cuore, unendosi ad esso. Conserviamo caramente in noi il ricordo dei misteri di questa grande notte, dietro l’esempio di Maria, che medita senza posa nel suo Cuore santissimo i semplici e sublimi eventi che si compiono per essa e in essa.

Terminato il secondo Sacrificio, e celebrata la Nascita di grazia con questa nuova offerta della vittima immortale, i fedeli escono dalla chiesa, e vanno a ristorare le proprie forze con il sonno, aspettando la celebrazione del terzo Sacrificio.

La Vergine Maria

Nella stalla di Betlemme, Maria e Giuseppe vegliano presso la mangiatoia. La Vergine Madre prende rispettosamente fra le braccia il neonato e gli offre il seno. Il Figlio dell’Eterno, come un semplice mortale, si abbevera a quella sorgete della vita. Sant’Efrem cerca di iniziarci ai sentimenti che si agitano allora nell’anima di Maria, e ci traduce così il suo linguaggio: “Per quale favore ho io partorito Colui che essendo semplice si moltiplica dappertutto, Colui che stringo piccino fra le braccia e che è così grande, Colui che è tutto mio e che è pure tutto in ogni luogo? Il giorno in cui Gabriele scese verso la mia debolezza, da serva che ero divenni principessa. Tu Figlio del Re, facesti d’un tratto di me la figlia del Re eterno. Umile schiava della tua dignità, divenni la madre della tua umanità, o mio Signore e mio figlio! Di tutta la discendenza di David, sei venuto a scegliere questa povera giovanetta, l’hai portata alle altezze del cielo dove tu regni. Oh, quale visione! Un bambino più antico del mondo! Il suo sguardo cerca il cielo; le sue labbra non si aprono ma in quel silenzio egli conversa con Dio. Quell’occhio socchiuso non indica forse Colui la cui Provvidenza governa il mondo? E come oso dare il mio latte, a lui che è la sorgente di tutti gli esseri? Come offrirò il cibo, a lui che alimenta il mondo intero? Come potrò toccare quelle fasce che avvolgono Colui che è rivestito di luce?” (In Natale Domini, v, § 4).

San Giuseppe

Lo stesso santo Dottore del IV secolo ci mostra san Giuseppe che compie presso il divino Bambino i commoventi doveri del padre. Egli abbraccia – dice – il Neonato, gli prodiga le sue carezze, e sa che quel bambino è un Dio. Fuori di sé, esclama: “Donde mi viene tanto onore, che mi sia dato per figlio il Figlio stesso dell’Altissimo? O Piccino, io fui allarmato, lo confesso, nei riguardi di tua Madre: pensavo perfino ad allontanarmi da lei. L’ignoranza in cui mi trovavo circa il mistero era stata per me un’insidia. Nella tua Madre tuttavia abitava il tesoro nascosto che doveva fare di me il più ricco degli uomini. David, mio antenato, cinse il diadema regale, e io ero sceso fino al mestiere dell’artigiano; ma la corona che avevo perduta è ritornata a me, allorché, o Signore dei re, ti degni di riposare sul mio petto” (ivi, § 3).

In mezzo a questi sublimi colloqui, la luce del Neonato continua a riempire la grotta e ciò che la circonda; ma, partiti i pastori, sospesi i canti degli Angeli, è sceso il silenzio nel misterioso rifugio. Mentre riposiamo nel nostro letto, pensiamo al divino Bambino, e a questa prima notte che egli passa nella sua umile culla. Per conformarsi alle necessità della nostra natura, che ha adottata, egli chiude le tenere palpebre, e un sonno volontario viene ad assopire i suoi sensi; ma, durante quel sonno, il suo cuore veglia e si offre continuamente per noi. Talvolta sorride pure a Maria che tiene gli occhi fissi su di lui con un ineffabile amore; prega il Padre suo, e implora il perdono per gli uomini; e spia il loro orgoglio con la sua umiliazione; si mostra a noi come un modello dell’infanzia che dobbiamo imitare. Preghiamolo di farci partecipi delle grazie del suo sonno divino, affinché, dopo aver dormito nella pace, possiamo ridestarci nella sua grazia, e continuare con fermezza il nostro cammino nella via che ci resta da percorrere.

PREGHIAMO

(Seconda Messa all’aurora). Concedici, Dio onnipotente, che, come siamo inondati dalla nuova luce del tuo Verbo incarnato, così facciamo risplendere nelle nostre opere la luce della fede che ci brilla nell’anima.

[1] È nel V secolo che si introdusse una messa che aveva per oggetto di celebrare il Natale di sant’Anastasia, vergine e martire di Sirmio, il cui corpo era stato trasportato a Costantinopoli sotto il patriarca Gennadio (458-471) e deposto nella chiesa chiamata l’Anastasi. La somiglianza del nome fece scegliere a Roma, per la celebrazione di questa messa, il titulus Anastasiae, così chiamato dal nome della fondatrice della chiesa che era la chiesa parrocchiale della Corte. Sant’Anastasia fu inserita, alla fine del V secolo o all’inizio del VI, nel Canone della Messa. Contemporaneamente si formò la leggenda d’una sant’Anastasia romana, ma che aveva subito il martirio a Sirmio. Quando la festa di Natale acquistò maggiore solennità, la devozione alla Santa diminuì: al posto della messa in suo onore non si ebbe più che una memoria della martire, e la messa fu consacrata a onorare la nascita spirituale del Salvatore nelle anime.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 128-133 

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