26 dicembre – Santo Stefano Protomartire (liturgia della festa)

Gesù e santo Stefano

San Pier Damiani apre il suo Discorso sulla odierna solennità con le seguenti parole:

“Abbiamo ancora fra le braccia il Figlio della Vergine, e onoriamo con le nostre carezze l’infanzia di un Dio. Maria ci ha condotti all’augusta culla; bella fra le figlie degli uomini, benedetta fra le donne, ci ha presentato Colui che è bello tra i figli degli uomini e più di tutti essi, colmo di benedizioni. Ella solleva per noi il velo delle profezie, e ci mostra i disegni di Dio compiuti. Chi di noi potrebbe distogliere gli occhi dalla meraviglia di questa nascita? Tuttavia, mentre il neonato ci concede i baci della sua tenerezza, e ci lascia nello stupore con sì grandi prodigi, d’improvviso Stefano, pieno di grazia e di forza opera cose meravigliose in mezzo al popolo (At 6,8). Lasceremo dunque il Re per rivolgere lo sguardo su uno dei suoi soldati? No certo, eccetto che il Principe stesso ce lo ordini. Orbene, ecco che il Re, Figlio di Re, si leva egli stesso, e viene ad assistere alla battaglia del suo servo. Corriamo dunque ad uno spettacolo al quale egli stesso corre, e consideriamo questo porta-bandiera dei Martiri”.

La santa Chiesa, nell’Ufficio odierno, ci fa leggere l’inizio d’un Discorso di san Fulgenzio sulla festa di santo Stefano: “Ieri, abbiamo celebrato la Nascita temporale del nostro Re eterno; oggi, celebriamo la Passione trionfale del suo soldato. Ieri il nostro Re, rivestito della carne, è uscito dal seno della Vergine e si è degnato di visitare il mondo; oggi, il combattente è uscito dalla tenda del suo corpo, ed è salito trionfante al cielo. Il primo, pur conservando la maestà della sua eterna divinità, ha assunto l’umile cintura della carne, ed è entrato nel campo di questo secolo per combattere; il secondo, deponendo l’involucro corruttibile del corpo, è salito alla magione del cielo per regnarvi per sempre. L’uno è disceso sotto il velo della carne, l’altro è salito sotto gli allori imporporati del suo sangue. L’uno è disceso da mezzo alla gioia degli Angeli, l’altro è salito da mezzo ai Giudei che lo lapidavano. Ieri, i Santi Angeli, pieni di gaudio, hanno cantato: Gloria a Dio nel più alto dei cieli! Oggi, hanno ricevuto giubilanti Stefano nella loro compagnia. Ieri, Cristo è stato per noi avvolto in fasce; oggi, Stefano è stato da lui rivestito della veste dell’immortalità. Ieri, un’angusta mangiatoia ha ricevuto il Cristo bambino; oggi l’immensità del cielo ha ricevuto Stefano nel suo trionfo”.

Così, la divina Liturgia unisce le gioie della Natività del Signore con l’allegrezza che le ispira il trionfo del primo dei suoi Martiri; e, per di più, Stefano non sarà il solo a ottenere gli onori di questa gloriosa Ottava. Dopo di lui celebriamo Giovanni, il discepolo prediletto; gli Innocenti di Betlemme; Tommaso, il Martire della libertà della Chiesa; Silvestro, il Pontefice della Pace. Ma, in questa splendida scorta del Re neonato, il posto d’onore appartiene a Stefano, il Protomartire che, come canta la Chiesa, ha restituito per primo al Salvatore la morte che il Salvatore ha sofferto per lui. Così meritava di essere onorato il Martirio, questa sublime testimonianza che compensa pienamente Dio dei doni concessi alla nostra stirpe e sigilla con il sangue dell’uomo la verità che il Signore ha affidata alla terra.

Il martire, testimone di Cristo

Per comprendere bene ciò, è necessario considerare il piano divino per la salvezza del mondo. Il Verbo di Dio è inviato per ammaestrare gli uomini; egli semina la sua divina parola, e le sue opere rendono testimonianza di lui. Ma, dopo il suo Sacrificio, sale nuovamente alla destra del Padre; e la sua testimonianza, per essere ricevuta dagli uomini che non hanno visto né sentito quel Verbo di vita, ha bisogno d’una nuova testimonianza. Ora, questa nuova testimonianza, sono i Martiri che gliela renderanno; e la renderanno non già semplicemente con la confessione della bocca, ma con l’effusione del proprio sangue. La Chiesa s’innalzerà dunque per la Parola e il Sangue di Gesù Cristo; ma si sosterrà, attraverserà i tempi e trionferà di tutti gli ostacoli per il sangue dei Martiri, membra di Cristo; e questo sangue si mescolerà con quello del Capo divino, in uno stesso e identico Sacrificio.

I Martiri rassomiglieranno in tutto al loro supremo Re. Saranno, come egli ha detto, “simili ad agnelli in mezzo ai lupi” (Mt 10,16). Il mondo sarà forte contro di essi; al suo confronto, essi saranno deboli e disarmati; ma, in questa lotta impari, la vittoria dei Martiri sarà ancora più splendida e più divina. L’Apostolo ci dice che il Cristo crocifisso è la forza e la sapienza di Dio (1Cor 1,24). I Martiri sono immolati, e tuttavia sono i conquistatori del mondo. Con una testimonianza che il mondo stesso comprenderà, attesteranno che Cristo che hanno confessato e il quale ha dato loro la costanza e la vittoria, è veramente la forza e la sapienza di Dio. È dunque giusto che siano associati a tutti i trionfi dell’Uomo-Dio, e che il ciclo liturgico li glorifichi, come la Chiesa stessa li onora ponendo sotto la pietra dell’altare le loro sante reliquie, onde il Sacrificio del loro Capo trionfatore non sia mai celebrato senza che essi siano offerti con lui nell’unità del suo Corpo mistico.

“La testimonianza” di santo Stefano

La lista gloriosa dei Martiri del Figlio di Dio comincia da santo Stefano; vi risplende per il suo bel nome che significa l’Incoronato, divino presagio della sua vittoria. Egli dirige, sotto l’impero di Cristo, la Bianca armata cantata dalla Chiesa, essendo stato chiamato per primo, prima degli stessi Apostoli, e avendo risposto degnamente all’onore dell’appello. Stefano ha reso una forte e coraggiosa testimonianza alla divinità dell’Emmanuele, davanti alla Sinagoga dei Giudei; ha urtato le loro orecchie incredule, proclamando la verità; e subito una gragnuola di pietre è stata scagliata contro di lui dai nemici di Dio divenuti anche i suoi nemici. Egli ha ricevuto quell’affronto restando dritto e senza vacillare; si sarebbe detto, secondo la bella espressione di san Gregorio Nisseno, che una neve dolce e silenziosa cadesse su di lui a falde leggere, o anche che una pioggia di rose scendesse mollemente sul suo capo. Ma, attraverso le pietre che s’incrociavano per recargli la morte, una luce divina giungeva fino a lui: Gesù, per il quale egli moriva, si manifesta al suo sguardo; e un’ultima testimonianza alla divinità dell’Emmanuele vibrava nella bocca del Martire. Quindi, sull’esempio del suo divino Maestro per rendere il proprio sacrificio completo, il Martire pronuncia l’ultima preghiera per i suoi stessi carnefici: piega le ginocchia, e chiede che non sia loro imputato quel peccato. Così tutto è consumato; e il tipo del Martire è ormai noto alla terra per essere imitato e seguito per tutte le generazioni, sino alla fine dei secoli, fino all’ultimo compimento del numero dei Martiri. Stefano si addormenta nel Signore, e viene sepolto nella pace, in pace, fino a quando la sua sacra tomba non sarà rinvenuta, e la sua gloria si diffonderà nuovamente per tutta la Chiesa a motivo di quella miracolosa Invenzione, come per una resurrezione anticipata.

Stefano ha dunque meritato di fare la guardia presso la culla del suo Re, come capo dei valenti campioni della divinità del celeste Bambino che noi adoriamo. Preghiamolo, insieme con la Chiesa, di facilitarci l’avvicinamento all’umile giaciglio in cui si trova il nostro sommo Signore. Chiediamogli di iniziarci ai misteri di quella divina Infanzia che dobbiamo tutti conoscere e imitare in Cristo. Nella semplicità della mangiatoia, egli non ha contato il numero dei suoi nemici, non ha tremato di fronte al loro furore, non si è sottratto ai loro colpi, non ha imposto il silenzio alla sua bocca. Ha perdonato al loro furore, e la sua ultima preghiera è stata per essi. O fedele imitatore del Bambino di Betlemme! Gesù non ha fulminato gli abitanti della città che rifiutò un asilo alla Vergine Maria nel momento in cui stava per dare alla luce il Figlio di David, né arresterà il furore di Erode che presto lo cercherà per farlo morire; fuggirà piuttosto in Egitto, come un proscritto, dal cospetto del volgare tiranno. Attraverso tutte quelle apparenti debolezze mostrerà la sua divinità, e il Dio Bambino sarà il Dio Forte. Passerà Erode, e con lui la sua tirannia; Cristo invece resterà, sempre più grande nella sua mangiatoia dove fa tremare un re che è sovrano sotto la porpora tributaria dei Romani; più grande dello stesso Cesare Augusto, il cui impero colossale dovrà servire di sgabello alla Chiesa che sarà costituita da quel Bambino così umilmente iscritto nei registri della città di Betlemme.

MESSA [1]

La santa Chiesa comincia con le parole del santo Martire che, attingendo al linguaggio di David, ricorda il consiglio tenuto contro di lui dai malvagi, e l’umile fiducia che l’ha fatto trionfare delle loro persecuzioni. Dall’effusione del sangue di Abele fino ai futuri Martiri che deve immolare l’Anticristo, la Chiesa è sempre perseguitata; il suo sangue non cessa di scorrere in una regione o in un’altra, ma il suo rifugio è nella fedeltà allo Sposo, e nella semplicità che il Bambino del Presepio è venuto a insegnarle con il suo esempio.

“I prìncipi si sono radunati, e hanno pronunciato sentenza contro di me, e i cattivi mi hanno perseguitato; soccorrimi, Signore mio Dio, perché il tuo servo si è esercitato nella pratica della tua legge”.

EPISTOLA (At 6,8-10; 7,54-59)

In quei giorni: Stefano, pieno di grazia e di fortezza, faceva prodigi e segni grandi in mezzo al popolo. Ma alcuni della sinagoga detta dei Liberti, e Cirenei e Alessandrini, con quelli della Cilicia e dell’Asia si levarono su a disputare con Stefano; ma non potevano resistere alla sapienza e allo Spirito che parlava. Ed essi, nell’udire queste cose, fremevano nei loro cuori e digrignavano i denti contro di lui. Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissati gli occhi nel cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio; ed esclamò: Ecco vedo aperti i cieli, ed il Figlio dell’uomo stare alla destra di Dio. Ma quelli, alzando grandi grida, si turarono le orecchie e tutti insieme gli s’avventarono addosso. E, trascinatolo fuori della città, si diedero a lapidarlo e i testimoni deposero le loro vesti ai piedi di un giovane chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: Signore Gesù, ricevi il mio spirito. Poi piegati i ginocchi, gridò a gran voce: Signore, non imputar loro questo peccato. Ciò detto, si addormentò nel Signore.

Così, o glorioso Principe dei Martiri, fosti condotto fuori delle porte della città per essere immolato, e messo a morte con il supplizio dei bestemmiatori. Il discepolo doveva essere in tutto simile al Maestro. Ma né l’ignominia di quella morte, né la crudeltà del supplizio intimidirono la tua grande anima: tu portavi il Cristo nel Cuore, e con lui, eri più forte di tutti i tuoi nemici. Ma quale fu la tua gioia allorché, apertisi i cieli sul tuo capo, il Dio Salvatore ti apparve nella sua carne glorificata ritto alla destra del Padre, e gli occhi del divino Emmanuele incontrarono i tuoi! Quello sguardo di un Dio sulla sua creatura che deve soffrire per lui, della creatura verso il Dio per il quale si immola, ti rapì fuori di te stesso. Invano le pietre crudeli piovevano sul tuo capo innocente: nulla poté distrarti dalla visione del Re eterno che alzandosi dal suo trono, muoveva incontro a te, con la Coronache ti aveva preparata da tutta l’eternità e che tu ricevevi in quell’ora. Chiedi dunque oggi nella gloria in cui regni, che anche noi siamo fedeli, e fedeli fino alla morte, a quel Cristo che non si limitò a levarsi, ma è disceso fino a noi sotto le vesti dell’infanzia.

VANGELO (Mt 23,34-39)

In quel tempo, diceva Gesù agli Scribi e ai Farisei: Ecco io vi mando profeti e savi e Scribi, e di questi ne ucciderete, ne crocifiggerete e ne flagellerete nelle vostre sinagoghe, e li perseguiterete di città in città, finché non venga su di voi tutto il sangue giusto, sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele a quello di Zaccaria, figlio di Barachia, che voi uccideste fra il tempio e l’altare. In verità vi dico: tutto ciò avverrà su questa generazione. Gerusalemme Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte io ho voluto radunare i tuoi figli come la chioccia raduna i suoi pulcini sotto le ali, e non hai voluto! Ecco, la vostra casa vi sarà lasciata deserta. E vi dico: non mi vedrete più finché non diciate: Benedetto colui che viene nel nome del Signore.

I Martiri sono offerti al mondo per continuare sulla terra il ministero di Cristo, rendendo testimonianza alla sua parola, e sigillando col proprio sangue tale testimonianza. Il mondo li ha misconosciuti; come il loro Maestro, hanno saputo risplendere nelle tenebre, e le tenebre non li hanno compresi. Tuttavia, parecchi hanno ricevuto la loro testimonianza, e sono nati alla fede da quel seme fecondo. La Sinagoga è stata respinta per aver versato il sangue di Stefano, dopo quello di Cristo; guai dunque a chiunque misconosce il merito dei Martiri! Ascoltiamo piuttosto le sublimi lezioni che ci offre il loro sacrificio; e la nostra religione verso di essi testimoni la nostra riconoscenza per il sublime ministero che essi hanno adempiuto e che adempiono ogni giorno nella Chiesa. La Chiesa infatti non è mai senza Martiri come non è mai senza miracoli; è la duplice testimonianza che essa renderà sino alla fine dei secoli, e attraverso la quale si manifesta la vita divina che il suo autore ha posto in essa.

O Stefano, tu che sei il primo e il principe dei Martiri, noi ci uniamo alle lodi che ti inviano tutti i secoli cristiani! Ci felicitiamo con te per essere stato scelto dalla santa Chiesa per assiderti al posto d’onore, presso la culla del supremo Signore di tutte le cose. Come è gloriosa la confessione che fu hai resa fra i sassi mortali che laceravano le tue membra generose! Come è risplendente la porpora che ti ricopre come un trionfatore! Come son luminose le cicatrici delle ferite che ricevesti per il Cristo! Quanto è numerosa e magnifica l’armata dei Martiri che ti segue come suo capo, e che continua gloriosamente fino alla consumazione dei secoli!

In questi giorni della Nascita del nostro comune Salvatore, noi ti preghiamo, o Stefano, di farci penetrare nelle profondità dei misteri del Verbo incarnato. Spetta a te, fedele custode del Presepio, introdurci presso il celeste Bambino che vi riposa. Tu hai reso testimonianza alla sua divinità e alla sua umanità; l’hai predicato, questo Uomo-Dio, fra le grida furenti della Sinagoga. Invano i Giudei si turarono le orecchie; bisognò che sentissero la tua voce risonante che denunciava il deicidio da loro commesso, condannando a morte Colui che è insieme il Figlio di Maria e il Figlio di Dio. Mostra anche a noi questo Redentore del mondo, non ancora trionfante alla destra del Padre, ma umile e dolce, nelle prime ore della sua manifestazione,avvolto in fasce e posto nella mangiatoia. Anche noi vogliamo rendergli testimonianza, annunciare la sua Nascita piena d’amore e di misericordia, far vedere con le nostre opere che è nato anche nei nostri cuori. Ottienici quella devozione al divino Bambino, che ti ha reso forte nel giorno della prova. Noi l’avremo, se siamo semplici senza timori, come sei stato tu, se abbiamo l’amore di questo Bambino; perché l’amore è più forte della morte. Non ci avvenga mai di dimenticare che ogni cristiano deve essere pronto al martirio, per il fatto stesso che è cristiano. La vita di Cristo che comincia in noi, vi si sviluppi mediante la nostra fedeltà e le nostre opere, di modo che possiamo giungere, come dice l’Apostolo, alla pienezza del Cristo (Ef 4,13).

Ricordati, o glorioso Martire, ricordati anche della santa Chiesa, in quelle regioni in cui i disegni del Signore esigono che essa resista fino al sangue. Ottieni che il numero dei tuoi fratelli si completi con tutti quelli che sono provati, e che nessuno venga meno nella lotta. Che né l’età né il sesso inclinino a vacillare, affinché la testimonianza sia piena, e la Chiesa colga ancora, nella sua vecchiezza, le palme e le corone immortali che hanno onorato i primi anni di cui tu fosti l’ornamento. Intercedi, affinché il sangue dei Martiri sia fecondo, come negli antichi giorni; affinché la terra ingrata non lo assorba, ma ne faccia germogliare ricche messi. Che l’infedeltà ritragga sempre più le sue tristi frontiere; che l’eresia si spenga e cessi di divorare, come lebbra, quelle membra il cui vigore costituirebbe la gloria e la consolazione della Chiesa. Che il Signore, tocco dalle tue preghiere, conceda ai nostri ultimi Martiri il compimento delle speranze che hanno fatto palpitare il loro cuore, nell’istante in cui curvavano il capo sotto la spada, o spiravano la propria anima fra i tormenti.

* * *

Prima di chiudere questo secondo giorno dell’Ottava di Natale fermiamoci presso la culla dell’Emmanuele e contempliamo il divin Figlio di Maria. Sono passati già due giorni da quando la Madre sua l’ha posto nell’umile mangiatoia; e questi due giorni valgono per la salvezza del mondo più delle migliaia d’anni che hanno preceduto la nascita di quel Bambino. L’opera della nostra redenzione avanza e i vagiti del neonato, i suoi pianti cominciano a riparare i nostri delitti. Consideriamo dunque oggi, in questa festa del primo dei Martiri, le lacrime che bagnano le gote infantili di Gesù, e che sono i primi indizi dei suoi dolori. “Piange, questo Bambino – dice san Bernardo – ma non come gli altri bambini, né per la stessa ragione. I bambini degli uomini piangono per bisogno e per debolezza; Gesù piange di compassione e d’amore per noi”. Raccogliamo devotamente quelle lacrime d’un Dio che si è fatto nostro fratello, e che piange solo sui nostri mali. Impariamo a deplorare il male del peccato che viene a rattristare, con le sofferenze premature del tenero Bambino che il cielo ci manda, la dolce letizia che la sua venuta ci ha portata.

Anche Maria vede quelle lacrime, e il suo cuore di madre ne è turbato. Ella già intuisce che ha dato alla luce un uomo di dolori; presto lo comprenderà ancora meglio. Uniamoci a lei per consolare il neonato con l’amore dei nostri cuori. È il solo bene ch’egli sia venuto a cercare attraverso tante umiliazioni; è per questo amore che è disceso dal cielo e ha compiute tutte le meraviglie di cui siamo circondati. Amiamolo dunque con tutta la pienezza delle anime nostre, e preghiamo Maria di fargli accettare il dono del nostro cuore. Il Salmista ha cantato, e ha detto: Grande è il Signore e degno di lode; aggiungiamo con san Bernardo: Il Signore è piccolo, e degno di ogni amore!

Il pio ed eloquente Padre Faber, che fu anche un grande poeta, ha celebrato, nel più bel canto di Natale, il mistero del Bambino Gesù sotto l’aspetto che stiamo contemplando ora. “Caro Bambino – egli esclama – quanto sei dolce! Di quale luce brillano i tuoi occhi! Sembrano quasi parlare, quando lo sguardo di Maria incontra il tuo. – Come è fievole il tuo grido! Simile al gemito dell’innocente colomba è il tuo lamento di dolore e d’amore nel sonno. – Quando Maria ti dice di dormire, dormi; alla sua voce ti svegli; contento sulle sue ginocchia, contento anche nella rustica mangiatoia. – Oh, il più semplice dei bambini! Con quanta grazia cedi al volere della Madre tua! Le tue maniere infantili tradiscono la scienza d’un Dio che si nasconde. Quando Giuseppe ti prende fra le braccia e accarezza le tue piccole gote, lo guardi negli occhi con la tua innocenza e la tua dolcezza. – Sì, tu sei quello che sembri essere: una piccola creatura di sorrisi e di pianti; e tuttavia sei Dio, e il cielo e la terra ti adorano tremando. – Sì, Bambino diletto, le tue piccole mani che toccano i capelli di Maria, sostengono contemporaneamente il peso del grande universo. – Mentre stringi il collo di Maria con una stretta tenera e timida, i più splendenti Serafini si velano dinanzi al tuo volto, o divino Bambino! – Quando Maria ha calmato la tua sete, e placato le tue deboli grida, i cuori degli uomini restano ancora aperti davanti ai tuoi occhi assopiti. Debole Bambino, tu saresti dunque il mio stesso Dio? Oh, allora bisogna che ti ami; sì, che ti ami, che aneli a diffondere il tuo amore fra le dimenticanze degli uomini. Dormi dolce Bambino, dal cuore vigilante; dormi, Gesù diletto: per me veglierai un giorno; veglierai per soffrire e per piangere. – I flagelli, una croce, una crudele corona, è quanto io ho riservato per te. E tuttavia una piccola lagrima, o Signore, sarebbe un pegno sufficiente. – Ma no; la morte è la scelta del tuo cuore; è il prezzo decretato dall’alto. Tu vuoi fare di più che salvare le anime nostre; è per amore che tu vuoi morire”.

[1] La Stazione è alla basilica di S. Stefano sul Monte Celio, cominciata da Papa Simplicio (468-483) e portata a termine da Felice IV (526-530). Il culto di santo Stefano era molto popolare, e Roma contava, nel medioevo, fino a trentacinque chiese dedicate al Santo. Nella ricorrenza di oggi, il Papa si recava alla basilica con i Cardinali della sua Corte, e celebrava egli stesso la Messa stazionale.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri 

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