26 luglio 1950: nasce Nelinho. Quello del tiro che insegna …che solo alla fine tutto sarà risolto

Rubrica a cura di Corrado Gnerre


Il 26 luglio del 1950 nasce Manoel Resende de Matos Cabral, in arte Nelinho.

Chi era costui? Un carneade del pallone. Un terzino fluidificante brasiliano, peraltro selezionato in una nazionale carioca tutt’altro che irresistibile (a differenza di altri periodi) che partecipò ai Mondiali di Calcio del 1978, quelli vinti dai biancocelesti argentini guidati dal tenebroso César Luis Menotti.

Per quale motivo conviene ricordare un semi sconosciuto come Nelinho?

Nel calcio ciò che conta è metterla dentro. Per dirla con il lapalissiano serbo, Vujadin Boskov, nel calcio vince chi fa gol. Per cui alla fine, al di là delle tattiche, degli schemi, delle dichiarazioni, delle scuse, delle attenuanti, dei processi alla Bar dello Sport, ciò che conta è che il pallone vada in rete. Tutto il resto è aria fritta.

Ebbene, il nostro, cioè Nelinho, è passato alla storia per un gran gol. Forse per un gol che potrebbe essere considerato anche come il più bello della storia dell calcio. Purtroppo subito dalla nazionale italiana nella finalina per il 3° posto dei Mondiali argentini.

Gol più bello della storia del calcio? Potrebbe essere. Non è un’esagerazione pensarlo.

E’ vero che di gol più spettacolari se ne potrebbero trovare tanti altri. Rovesciate, biciclette, di testa in tuffo, tiri da quasi centrocampo… Ecco, prendiamo questi ultimi, tiri da centrocampo. Indubbiamente gol bellissimi, ma c’è un “ma”. Solitamente questi tiri possono andare a segno approfittando di qualche errore del portiere: lo stare molto avanti, oppure l’esser distratto perché il pallone è ancora troppo lontano.

Nel caso invece del gol di Nelinho, il portiere, che all’occasione era un certo Dino Zoff (scusate se è poco), era perfettamente piazzato. Eppure il tiro andò a segno lo stesso. Nelinho si trovava nei pressi dell’angolo sinistro dell’area di rigore. Colpì (intenzionalmente!) di esterno destro per far sì che la sfera potesse andare dritta per poi virare improvvisamente verso la porta, una volta superata l’aria di competenza del portiere. Una perla. Un effetto boomerang ricercato, voluto, programmato… ricamato.

Zoff, tuffandosi, avrà pensato: ce l’ho fatta, ho coperto il palo estremo. E avrà visto quel pallone che stava andando serenamente (per lui) fuori lo specchio della porta; ma poi… l’impietosa virata.

Una simbologia del nostro vivere. Cosa dobbiamo fare della nostra vita? Dobbiamo continuamente affannarci per produrre e ricavare nell’immediato? No, non non è così.

Il nostro agire non può pretendere di raccogliere tutto e subito. Anzi, nella vita cristiana sembra che molte cose che si fanno, le si fanno anche in maniera fallimentare. Il santo vescovo di Ravenna, sant’Apollinare (clicca qui), è considerato martire pur non avendo dovuto offrire il suo sangue a Cristo. Martire, perché agiva senza che il suo impegnarsi producesse frutto. Eppure alla fine il trionfo c’è stato, eccome c’è stato!

Gesù lo dice: bisogna attendere il tempo della mietitura. Adesso il grano e la zizzania dovranno convivere, poi ci sarà la separazione: il grano sarà grano, mentre la zizzania farà la fine della zizzania (Matteo 13).

Così noi. Dobbiamo fare ciò che Dio vuole, anche se sembra che tutto sia un fallimento. Ma poi, certamente, questo tutto acquisterà significato.

Tutti pensavano che il tiro di Nelinho andasse fuori. Poi è accaduto quello che è accaduto.

Povero Zoff!


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