26 Maggio: San Filippo Neri… Un santo per capire quanto il Cristianesimo sia all’insegna della gioia

Per il C3S

AUTORE: Corrado Gnerre

San Fillippo Neri è un santo particolare. Se proprio si vuole scegliere un aggettivo, si può dire che la sua fu una santità allegra; nel senso che fu una santità contrassegnata dalla volontà di evidenziare quanto la vita cristiana sia capace di donare vera gioia. Filippo Neri (“Pippo bòno” per gli amici) era brillante, spiritoso, aveva la battuta sempre pronta e pungente (da buon toscano) e tanta bontà, comprensione e disponibilità. “Ritirati, Signore, ritirati. Trattieni l’onda della tua grazia” diceva quando aveva il cuore gonfio di felicità e di riconoscenza. Nello stesso tempo pregava il Signore di tenergli la mano sul capo “…altrimenti –soleva dire- Filippo, senza il tuo aiuto, ne fa qualcuna delle sue.”

Una santità come segno provvidenziale

La santità di san Filippo è un segno provvidenziale in un tempo in cui il Cattolicesimo doveva rispondere alle tristi atmosfere luterane. Va ricordato, infatti, che la teoria protestante della giustificazione , come semplice attestazione da parte di Dio ma non come reale e sostanziale avvenimento nell’anima umana, comportava nella teologia della Riforma una prospettiva dichiaratamente pessimistica, angosciante e triste. Più semplicemente -secondo il Protestantesimo- Dio non riconoscerebbe vera la giustificazione del peccatore, ma fingerebbe che sia tale anche se non lo è; invece nel Cattolicesimo la giustificazione è reale e sostanziale.

Ma torniamo a san Filippo Neri. Egli nacque a Firenze nel 1515. Figlio di un notaio, rimase presto orfano di madre; ma, nonostante questo, ebbe un’infanzia serena, facilitata dal suo temperamento allegro. Studiò musica e poesia ed era molto sensibile alla bellezza, soprattutto a quella della natura.

A diciotto anni fu mandato a Cassino, da uno zio mercante per apprendere il mestiere. Nella cittadina laziale fu però subito attratto dalla maestosa abbazia e avvertì una forte spinta verso la vita religiosa, ma il Signore non lo voleva monaco.

La cultura come mezzo, non come fine

Decise quindi di trasferirsi a Roma dove seguì diverse lezioni universitarie a La Sapienza. Ma nemmeno lo studio impegnativo riusciva a colmare il suo cuore e arrivò (aveva ventiquattro anni) a disfarsi di tutti i libri che possedeva (li vendette distribuendo il ricavato ai poveri). Decise di conservare solo la Bibbia e la Summa di san Tommaso: ottima scelta! Per questo gesto (che ripeterà anche in punto di morte bruciando tutti i suoi manoscritti) non si deve pensare che fosse un ignorante. Aveva un’ottima cultura e fu consigliere di personaggi come papa Clemente VIII e san Carlo Borromeo. Il suo non era un rifiuto della cultura in sé quanto di quell’atteggiamento di puro intellettualismo così alla moda in quei tempi di fascino verso le antiche atmosfere pagane. San Filippo, invece, vedeva nella cultura un mezzo non un fine, vedeva in essa solo un’arma per adempiere a quella missione evangelizzatrice che era tipica dei tempi passati, cioè dell’intellettuale medievale. Fu così che decise di fare il predicatore vagante, frequentando i quartieri più poveri di Roma, gli ospedali più abbandonati, le carceri. E, ovunque andava, portava la Parola di Dio corredata da un evidente ed affascinante buon umore.

Una vita per i ragazzi

Arrivò al sacerdozio in ritardo: aveva trentasei anni. Subito dopo mise su il primo oratorio, primo nucleo dell’istituzione che verrà definitivamente approvata nel 1575 con il titolo di “Congregazione dell’oratorio”. Istituzione che sarebbe dovuta durare nel tempo e che doveva “educare divertendo”.

San Filippo era già diventato l’idolo dei fanciulli abbandonati delle borgate romane. Li aveva raccolti nell’ “Oratorio del divino amore” per educarli, tenerli allegri, lontano dalle cattive compagnie e farli crescere da buoni cristiani. Per la salvezza delle loro anime e dei loro corpi, arrivava a mendicare per le strade e alle porte dei più sontuosi palazzi. Si racconta che, un giorno, un signore, ritenendosi infastidito dalle sue richieste, gli diede un ceffone. Filippo non si scompose: “Questo è per me –disse sorridendogli- e ve ne ringrazio. Ora datemi qualcosa per i miei ragazzi.”

Una santità senza sconti

San Filippo diceva: “E’ possibile restaurare le umane istituzioni con la santità, non restaurare la santità con le istituzioni.” Era infatti convinto che qualsiasi riforma fosse possibile solo con la Vita di Grazia, ovvero con la santità personale. Voleva che tutti coloro che venissero a contatto con lui mirassero primariamente alla perfezione cristiana, e lo faceva mettendo tutta la sua arguzia e la sua allegria. Raccontiamo due episodi rimasti famosi.

Un giorno andò da lui una contadina che in confessione si accusò di parlare male del prossimo. San Filippo le dette l’assoluzione. La contadina tornò dopo pochi giorni accusandosi dello stesso peccato. San Filippo le dette nuovamente l’assoluzione. Passarono ancora pochi giorni e la donna tornò dal Santo accusandosi dello stesso peccato. Allora san Filippo le disse: “Ti assolvo, ma come penitenza devi fare questo: prendi la gallina più grande che possiedi, spennala, getta le penne nell’aria e poi fatti con essa un buon brodo.” La contadina sbalordì per quella penitenza così poco “penitenziale”, ma ubbidì. Dopo qualche giorno ritornò da san Filippo, ancora con lo stesso peccato. A che il Santo le disse: “Ti ricordi di quella gallina che spennasti qualche giorno fa per farti un buon brodo?” La donna annuì. “Bene –riprese san Filippo- adesso come penitenza vai a raccogliere tutte le penne di quella gallina che gettasti nell’aria.” La contadina protestò: “Ma, padre, come faccio? Le ha portate via il vento!” San Filippo concluse: “Ecco cosa sono le tue chiacchiere cattive. Sono come le penne gettate nell’aria, non possono essere più riprese. Come si fa a riparare il danno di parlare male del proprio prossimo?”

Un altro episodio racconta di una nobildonna che andava spesso alla Messa celebrata da san Filippo. Dopo aver preso la Comunione, ella se ne andava senza fare un adeguato ringraziamento. La cosa si verificava spesso. Un giorno, prima di iniziare la celebrazione della Messa, san Filippo disse a due chierichetti: “Ad un mio cenno seguite con le candele accese una donna che io vi indicherò.” Iniziò la Messa, dopo la Comunione, la solita nobildonna, ricevuta l’ostia, lasciò la Chiesa. San Filippo fece cenno ai due chierichetti e questi obbedirono all’istante. I due fanciulli, con due grosse candele accese, seguirono la donna. Questa ovviamente si girò e chiese loro il perché. I fanciulli dissero la verità e la donna, visibilmente innervosita, tornò in chiesa per chiedere spiegazioni al sacerdote. “Come vi siete permesso?” disse a san Filippo, ma questi di rimando: “Signora, mi sono permesso perché stava portando la Santissima Eucaristia in processione per le strade di Roma. Lo sa o non lo sa che ogniqualvolta riceviamo Gesù Sacramentato diventiamo per un po’ di tempo dei tabernacoli viventi?” La nobildonna capì tutto e non osò rispondere.

Un miracolo strepitoso 

Nella vita di san Filippo Neri vi è un miracolo strepitoso accaduto per sua intercessione. Il 16 marzo del 1583 il giovane aristocratico Paolo Massimo morì dopo una lunga malattia durata tutto l’inverno. Il giovane era figlio del principe Fabrizio Massimo e di Lavinia de’ Rustici. San Filippo, che frequentava la casa ed era amico di famiglia, fu immediatamente avvertito. Giunse a benedire la salma, ma era profondamente rammaricato per non aver potuto assistere il ragazzo al momento del trapasso. Si mise allora a pregare accanto al corpo, poi chiamò il giovane e questi mosse dapprima le palpebre e poi si risvegliò. Il giovane disse di volersi confessare di un peccato che aveva dimenticato di accusare. San Filippo lo confessò. Il giovane si mise a parlare, per circa mezz’ora, della madre e della sorella defunte. La sua voce era ferma e chiara e il colorito roseo. Ai presenti sembrava che il ragazzo non avesse patito alcuna sofferenza. San Filippo gli chiese: “Sei contento di morire?” Il giovane disse di sì, perché desiderava quanto prima raggiungere in Paradiso la madre e la sorella. Allora il Santo, ponendo la mano sul capo del ragazzo, gli disse: “Va’, che tu sia benedetto e prega Dio per me.” Detto questo, il giovane Paolo morì nuovamente. Come racconta il Bacci (biografo del Santo) al fatto erano presenti vari testimoni: il padre Fabrizio con due sue figlie (poi suore in Santa Marta), Violante Santa Croce (la seconda moglie del principe Fabrizio), la domestica che aveva assistito il giovane nella sua malattia e altri ancora.

Questo strepitoso miracolo rimase segreto per molto tempo, fin quando, in occasione del processo di canonizzazione di san Filippo, nel settembre del 1595, il principe Fabrizio Massimo lo rivelò nella sua testimonianza.

La stanza dove avvenne il miracolo fu trasformata in Cappella e questa si trova a Roma al secondo piano del cosiddetto Palazzo Massimo “istoriato” (così chiamato per le pitture a monocromo della scuola di Daniele da Volterra poste sulla facciata che volge verso la piazzetta de’ Massimi).

Il 16 marzo del 1839, in occasione dell’anniversario del miracolo, papa Gregorio XVI visitò la cappella e la elevò al grado di chiesa pubblica. Da allora ogni 16 marzo la cappella è visitabile. In essa si conservano due importanti reliquie di san Filippo: i suoi occhiali e il suo rosario.        

Un cuore pieno di amore di Dio

Questo era san Filippo Neri.  Morì ad ottant’anni, nel 1595. I medici, esaminando la sua salma, trovarono il muscolo cardiaco più grande del normale e trovarono anche due costole inclinate per far spazio ai battiti di quel cuore così pieno di amore per Dio e, attraverso Dio, per gli uomini.

 Venne canonizzato nel 1622 da papa Gregorio XVI dopo un processo ricchissimo di testimonianze.

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Il Cammino dei Tre Sentieri

 

 

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