27 marzo – San Giovanni Damasceno… colui che “divinizzò” la materia

La vita

San Giovanni Damasceno nacque intorno al 675 a Damasco, in Siria, da ciò il nome “damasceno”. Egli in realtà si chiamava Giovanni Mansur. Il padre era ministro delle finanze.

Giovanni si dedicò subito agli studi e per i suoi meriti divenne consigliere e amico del Califfo. Proprio a Damasco, Giovanni fece un’amicizia che sarà determinante per la sua vita. Conobbe Cosmo, un monaco siciliano ch’era stato portato in quella città come schiavo. Frequentandolo, si accorse che il Signore lo chiamava alla vita monastica e così, insieme al fratello (che poi diverrà il futuro vescovo di Maiouna) decise di ritirarsi nella “laura” di San Saba, presso Gerusalemme. Qui ricevette l’ordinazione sacerdotale e, grazie alla sua grande preparazione teologica, fu scelto come predicatore titolare della basilica del Santo Sepolcro.

San Giovanni Damasceno, per l’importanza della sua dottrina, è stato anche definito il “San Tommaso dell’Oriente” e papa Leone XIII, nel 1890, lo proclamò dottore della Chiesa.

Morì nel 749.

Grande difensore delle immagini 

L’Imperatore d’Oriente, Leone III, nel 726, da Costantinopoli decretò l’iconoclastia, ovvero la distruzione di tutte le immagini sacre perché ritenute erroneamente fonte di idolatria. Giovanni Damasceno fu il grande difensore delle immagini. In Oriente si ricordano tre suoi discorsi contro gli iconoclasti.

Riguardo all’inconoclastia si racconta un episodio edificante. L’imperatore Leone III decise di calunniare Giovanni presso il Califfo di Damasco. Quest’ultimo cadde nel tranello e ordinò che Giovanni fosse punito con il taglio della mano destra. Ma il Santo si raccomandò alla Vergine e le fece voto: qualora avesse avuto salva la mano, l’avrebbe per sempre usata per scrivere in suo onore e in onore della sua immagine. La grazia venne accordata e san Giovanni Damasceno divenne il primo teorico del culto delle immagini.

Il suo pensiero teologico

Conosciamo il suo pensiero teologico. Prima di tutto Giovanni mette in evidenza come la legittimità delle immagini la si debba soprattutto al mistero dell’Incarnazione del Verbo. Dio non solo è persona, quindi distinguibile rispetto al creato, ma ha voluto farsi veramente uomo prendendo altrettanto veramente la natura umana e rendendosi pertanto visibile. Egli scrive nel suo Contra imaginum callumniatores (I,16): “In altri tempi Dio non era mai stato rappresentato in immagine, essendo incorporeo e senza volto. Ma poiché ora Dio è stato visto nella carne ed è vissuto tra gli uomini, io rappresento ciò che è visibile in Dio.” Il Verbo incarnato rivela pienamente il Padre. Il Verbo incarnato rende visibile il Padre: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Giovanni 14, 9). Il mistero dell’Incarnazione è il mistero del Dio che vuole rendersi pienamente manifesto. In nessun’altra religione troviamo una simile intenzione. E’ anche per questo che solo nei contesti di tradizione cristiana le arti figurative abbiano potuto raggiungere i livelli più alti. Se Dio si è manifestato visibilmente all’uomo, allora l’immagine diviene un valore che si fonda anche metafisicamente. In un certo qual modo non si può fare a meno dell’immagine.

Ma c’è poi un altro motivo utilizzato da Giovanni ed è quello della differenza tra adorazione e venerazione. Differenza che si deve proprio a lui. La prima (l’adorazione) è un atto di culto che si può rivolgere solo a colui che è il fine della vita, cioè Dio. La seconda (la venerazione) si può rivolgere a tutto ciò che costituisce un mezzo per poter più facilmente raggiungere Dio. Dunque, le immagini, pur non essendo adorabili, devono essere venerate. Scrive sempre nel Contra imaginum callumniatores (I,16): “Io non venero la materia, ma il creatore della materia, che si è fatto materia per me e si è degnato abitare nella materia e operare la mia salvezza attraverso la materia. Io non cesserò perciò di venerare la materia attraverso la quale mi è giunta la salvezza. Ma non la venero assolutamente come Dio! Come potrebbe essere Dio ciò che ha ricevuto l’esistenza a partire dal non essere?…Ma io venero e rispetto anche tutto il resto della materia che mi ha procurato la salvezza, in quanto piena di energie e di grazie sante. Non è forse materia il legno della croce tre volte beata?… E l’inchiostro e il libro santissimo dei Vangeli non sono materia? L’altare salvifico che ci dispensa il pane di vita non è materia?… E, prima di ogni altra cosa, non sono materia la carne e il sangue del mio Signore? O devi sopprimere il carattere sacro di tutto questo, o devi concedere alla tradizione della Chiesa la venerazione delle immagini di Dio e quella degli amici di Dio che sono santificati dal nome che portano, e che per questa ragione sono abitati dalla grazia dello Spirito Santo. Non offendere dunque la materia: essa non è spregevole, perché niente di ciò che Dio ha fatto è spregevole”.

La materia è quasi divinizzata

Benedetto XVI, dedicando una sua catechesi a Giovanni Damasceno, precisamente il 6 maggio del 2009, mise in evidenza come il pensiero del Santo siriano abbia in un certo qual modo “divinizzato” la materia. Disse il Papa: “(…) a causa dell’Incarnazione, la materia appare come divinizzata, è vista come abitazione di Dio. Si tratta di una nuova visione del mondo e delle realtà materiali. Dio si è fatto carne e la carne è diventata realmente abitazione di Dio, la cui gloria rifulge nel volto umano di Cristo. Pertanto, le sollecitazioni del Dottore orientale sono ancora oggi di estrema attualità, considerata la grandissima dignità che la materia ha ricevuto nell’Incarnazione, potendo divenire, nella fede, segno e sacramento efficace dell’incontro dell’uomo con Dio. Giovanni Damasceno resta, quindi, un testimone privilegiato del culto delle icone, che giungerà ad essere uno degli aspetti più distintivi della teologia e della spiritualità orientale fino ad oggi. E’ tuttavia una forma di culto che appartiene semplicemente alla fede cristiana, alla fede in quel Dio che si è fatto carne e si è reso visibile. L’insegnamento di san Giovanni Damasceno si inserisce così nella tradizione della Chiesa universale, la cui dottrina sacramentale prevede che elementi materiali presi dalla natura possano diventare tramite di grazia in virtù dell’invocazione (epiclesis) dello Spirito Santo, accompagnata dalla confessione della vera fede.

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