29 dicembre – San Tommaso da Canterbury, vescovo e martire (liturgia della festa)

Il Martire della libertà della Chiesa

Un nuovo Martire viene a reclamare il suo posto presso la culla del Dio-Bambino. Non appartiene ai primi tempi della Chiesa; il suo nome non è scritto nei libri del Nuovo Testamento, come quelli di Stefano, di Giovanni e dei bambini di Betlemme. Tuttavia, egli occupa uno dei primi ranghi in quella legione di Martiri che non ha mai cessato di crescere lungo i secoli, e che attesta la fecondità della Chiesa e la forza immortale di cui l’ha dotata il suo divino autore. Questo glorioso Martire non ha versato il sangue per la fede; non è stato condotto davanti ai pagani o agli eretici, per confessare i dogmi rivelati da Gesù Cristo e proclamati dalla Chiesa. L’hanno immolato mani cristiane; un re cattolico ha pronunciato il suo arresto di morte; è stato abbandonato e maledetto dalla maggior parte dei suoi fratelli, nel suo stesso paese: come è dunque Martire? come ha meritato la palma di Stefano? Perché è stato il Martire della Libertà della Chiesa.

La vocazione al martirio

Infatti, tutti i fedeli di Gesù Cristo sono chiamati all’onore de martirio, per confessare i dogmi di cui hanno ricevuto l’iniziazione nel Battesimo. I diritti di Cristo che li ha adottati come fratelli si estendono fino ad una testimonianza non richiesta a tutti; ma tutti devono essere pronti a renderla, sotto pena della morte eterna da cui la grazia del Salvatore li ha riscattati. Questo dovere è, a maggior ragione, imposto ai pastori della Chiesa; è la garanzia dell’insegnamento che essi impartiscono al gregge: e gli annali della Chiesa sono pieni, ad ogni pagina, dei nomi trionfanti di molti santi Vescovi che hanno, come estrema dedizione, irrorato col proprio sangue il campo che le loro mani aveva fecondato, e attribuito in tal modo il supremo grado di autorità alla loro parola.

Ma se i semplici fedeli sono tenuti a soddisfare il grande debito della fede con l’effusione del proprio sangue; se hanno verso la Chiesa, attraverso ogni sorta di pericoli, il dovere di confessare i sacri legami che li uniscono ad essa e per essa a Gesù Cristo, pastori hanno un dovere in più da compiere, cioè il dovere di confessare la Libertà della Chiesa. Le parole Libertà della Chiesa suonano male all’orecchio dei politici. Essi vi scorgono subito il pericolo d’una cospirazione; il mondo, da parte sua, vi trova un motivo di scandalo e ripete le altisonanti parole di ambizione clericale; le persone timide cominciano a tremare, e vi dicono che fino a quando la fede non è attaccata, nulla è in pericolo. Malgrado tutto ciò, la Chiesa pone sugli altari e associa a santo Stefano, a san Giovanni e ai santi Innocenti, questo Arcivescovo inglese del XII secolo, ucciso nella sua stessa Cattedrale per la difesa dei diritti esteriori del sacerdozio. Essa ama la bella massima di sant’Anselmo, uno dei predecessori di san Tommaso, secondo cui Dio non ama nulla al mondo quanto la libertà della sua Chiesa; e nel secolo XIX, come nel XII, la Sede Apostolica esclama per bocca di Pio VIII, come avrebbe fatto per bocca di san Gregorio VII: È per istituzione stessa di Dio che la Chiesa, Sposa intemerata dell’Agnello immacolato Gesù Cristo, è LIBERA, e non è sottomessa ad alcuna potenza terrena [1].

La libertà della Chiesa

Ora, questa sacra Libertà consiste nella completa indipendenza della Chiesa riguardo a qualunque potenza secolare, nel ministero della Parola ch’essa deve poter predicare – come dice l’Apostolo – opportunamente e inopportunamente, ad ogni sorta di persone, senza distinzione di genti, di razze, di età o di sesso; nell’amministrazione dei suoi Sacramenti, ai quali deve chiamare tutti gli uomini senza eccezione, per salvarli tutti; nella pratica, senza controllo estraneo, dei consigli come dei precetti evangelici; nelle relazioni, libere da ogni ostacolo, fra i diversi gradi della sua divina gerarchia; nella pubblicazione e nell’applicazione delle disposizioni della sua disciplina; nel mantenimento e nello sviluppo delle istituzioni che ha create; nella conservazione e nell’amministrazione del suo patrimonio temporale e infine nella difesa dei privilegi che l’autorità secolare stessa le ha riconosciuti, per assicurare lo svolgimento e la considerazione del suo nuovo ministero di pace e di carità sui popoli.

Questa è la Libertà della Chiesa: e chi non vede che essa è il centro del santuario stesso; che ogni colpo vibrato ad essa può mettere allo scoperto la gerarchia, e finanche lo stesso dogma? Il Pastore deve difenderla d’ufficio, questa santa Libertà: non deve né fuggire come il mercenario né tacere come i cani muti che non sanno abbaiare dei quali parla Isaia (56,10). Egli è la sentinella d’Israele; non deve aspettare che il nemico sia entrato nel recinto per lanciare il grido d’allarme, e per offrire i polsi alle catene e il capo alla spada. Il dovere di dare la vita per il proprio gregge comincia per lui dal momento in cui il nemico assedia quegli avamposti la cui libertà assicura il riposo dell’intera città.

Se poi questa resistenza porta gravi conseguenze, allora bisogna ricordare le belle parole di Bossuet nel suo sublime Panegirico di san Tommaso di Cantorbery, che vorremmo qui citare interamente: “È una legge inderogabile – egli dice – che la Chiesa non possa godere di alcun vantaggio che non le costi la morte dei suoi figli, e che per far valere i suoi diritti bisogna che versi il proprio sangue. Il suo Sposo l’ha riscattata con il sangue per lei versato, e vuole che essa acquisti a pari prezzo le grazie che le concede. Così il sangue dei Martiri ha esteso le sue conquiste molto al di là dell’impero romano; il suo sangue le ha procurato la pace che ha goduto sotto gli imperatori cristiani e la vittoria che ha riportato sugli imperatori infedeli. Sembra dunque che dovesse versare il sangue per il consolidamento della sua autorità come l’aveva versato per il consolidamento della sua dottrina; e così anche la disciplina, come la fede della Chiesa, ha dovuto avere i suoi Martiri”.

L’elemento del martirio

Non si è. trattato dunque per san Tommaso e per tanti altri Martiri della Libertà della Chiesa, di considerare la debolezza dei mezzi che si potrebbero opporre alle violazioni dei diritti della Chiesa. L’elemento del martirio è la semplicità unita alla forza; e non è forse per questo che sono state colte così splendide palme da semplici fedeli, da giovani vergini e da fanciulli? Dio ha posto nel cuore del cristiano un elemento di resistenza umile e inflessibile che spezza sempre qualunque forza. Quale inviolabile fedeltà non ispira lo Spirito Santo all’anima dei suoi pastori stabiliti da lui come gli sposi della sua Chiesa, e come altrettante mura insormontabili della sua diletta Gerusalemme? “Tommaso – dice ancora il Vescovo di Meaux – non cede all’iniquità, con il pretesto che è armata e sostenuta da una mano regale; al contrario, vedendola partire da un luogo eminente dal quale può diffondersi con maggior forza, si crede ancor più obbligato a levarsi contro di essa, come una diga che venga innalzata man mano che si vedono crescere le acque”.

Ma in questa lotta potrebbe perire il Pastore? Certo, potrà ottenere questo insigne onore. Cristo, nella lotta contro il mondo, nella vittoria riportata per noi, ha versato il proprio sangue, è morto su una croce; e i Martiri pure sono morti; ma la Chiesa, irrorata dal sangue di Gesù Cristo, cementata dal sangue dei Martiri, potrà trascurare per sempre questo bagno salutare che rianima il suo vigore e forma la sua porpora regale? Tommaso l’ha compreso; e quest’uomo i cui sensi sono mortificati da un’assidua penitenza, i cui affetti in questo mondo sono crocifissi da tutte le privazioni e da tutte le avversità, ha nel cuore quel coraggio pieno di calma, quella pazienza inaudita che preparano al martirio. In una parola, ha ricevuto lo Spirito di forza, e gli è stato fedele.

La Forza

“Secondo il linguaggio ecclesiastico – continua Bossuet – la forza ha un significato diverso da quello che ha nel linguaggio del mondo. La forza secondo il mondo giunge fino all’impresa; la forza secondo la Chiesa non va più in là della sofferenza: questi sono i limiti ad essa prescritti. Udite l’Apostolo san Paolo: Nondum usque ad sanguinem resististis; come se dicesse: Non avete resistito fino in fondo, perché non vi siete difesi fino al sangue. Non dice già fino ad attaccare, fino a versare il sangue dei vostri nemici, ma fino a versare il vostro.

Del resto, san Tommaso non abusa di queste forti massime. Non prende con fierezza le armi apostoliche, per farsi valere nel mondo: se ne serve come d’uno scudo necessario nell’estremo bisogno della Chiesa. La forza del santo Vescovo non dipende dunque dal concorso dei suoi amici, né da un intrigo condotto con astuzia. Non sa ostentare al mondo la sua pazienza, per rendere più odioso il suo persecutore; né impiegare segrete risorse per sollevare gli spiriti. Non ha per sé che la preghiera dei poveri, i gemiti delle vedove e degli orfani. Ecco – dice sant’Ambrogio – i difensori dei Vescovi; ecco le loro guardie, ecco la loro armata. Egli è forte, perché ha uno spirito incapace tanto di timore che di cattiveria. Può dire veramente ad Enrico, re d’Inghilterra, ciò che diceva Tertulliano in nome di tutta la Chiesa a un magistrato dell’Impero, feroce persecutore della Chiesa stessa: Non te terremus, qui nec timemus. Impara a conoscere quali noi siamo, e osserva che uomo è un cristiano: Non pensiamo di farti paura, e siamo incapaci di temerti. Non siamo né temibili né vili: non siamo temibili, perché non sappiamo congiurare; e non siamo vili, perché sappiamo morire”.

Il martirio di san Tommaso e le sue conseguenze

Ma lasciamo ancora la parola all’eloquente prelato della Chiesa di Francia, il quale fu appunto chiamato agli onori dell’episcopato nell’anno seguente a quello in cui pronunciò questo discorso; sentiamolo raccontare la vittoria della Chiesa per mezzo di san Tommaso di Cantorbery:

“Cristiani, udite bene: se vi fu mai un martirio che somigliasse perfettamente a un sacrificio, è quello che devo rappresentarvi. Osservate i preparativi: il Vescovo è nella chiesa con il suo clero, e sono già tutti vestiti. Non occorre cercare molto lontano la vittima: il santo Pontefice è preparato, ed è la vittima che Dio ha scelta. Così tutto è pronto per il sacrificio, e vedo entrare nella chiesa quelli che debbono fare l’esecuzione. Il santo uomo va loro incontro, sull’esempio di Gesù Cristo; e per imitare in tutto il divino modello, proibisce al suo clero qualunque resistenza, e si contenta di chiedere sicurezza per i suoi. Se è me che cercate – disse Gesù – lasciate andare costoro. Dopo di ciò, essendo ormai giunta l’ora del sacrificio, osservate come san Tommaso ne inizia la cerimonia. Vittima e Pontefice insieme, presenta il capo e prega. Ecco i solenni voti e le mistiche parole di tale sacrificio: Et ego pro Deo mori paratus sum, et pro assertione iustitiae, et pro Ecclesiae libertate; dummodo effusione sanguinis mei pacem et libertatem consequatur. Sono pronto a morire – egli dice – per la causa di Dio e della sua Chiesa; e tutto quello che chiedo è che il mio sangue le dia la pace e la libertà che le si vuol togliere. Si inginocchia quindi davanti a Dio; e come nel solenne Sacrificio noi chiamiamo i santi nostri intercessori, egli non omette una parte così importante di tale sacra cerimonia: chiama i santi Martiri e la santa Vergine in aiuto della Chiesa oppressa; non parla che della Chiesa; non ha che la Chiesa nel cuore e nella bocca; e, abbattuto dal colpo, la sua lingua fredda e inanimata sembra nominare ancora la Chiesa”.

Così questo grande Martire, vero tipo dei Pastori della Chiesa, ha consumato il suo sacrificio; così ha riportato la vittoria; e questa vittoria andrà fino alla completa abrogazione della delittuosa legislazione che doveva ostacolare la Chiesa e umiliarla agli occhi dei popoli. La tomba di Tommaso diventerà un altare; e ai piedi di questo altare, si vedrà presto un Re penitente chiedere umilmente grazia. Che cos’è dunque avvenuto? La morte di Tommaso ha forse eccitato i popoli alla ribellione? Il Martire ha trovato forse dei vendicatori? Nulla di tutto ciò; non è accaduto questo. Il suo sangue è bastato a tutto. Lo si comprenda bene: i fedeli non vedranno mai a sangue freddo la morte d’un pastore immolatesi per i propri doveri; e i governi che osano fare dei Martiri ne sconteranno sempre la pena. È per averlo compreso istintivamente, che le astuzie della politica si sono rifugiate nei sistemi d’oppressione amministrativa, per camuffare abilmente il segreto della guerra intrapresa contro la Libertà della Chiesa. Per questo sono state forgiate quelle catene non meno deboli che insopportabili, che legano oggi tante Chiese. Ora, non è nella natura di queste catene di sciogliersi; possono soltanto essere spezzate; ma chiunque le spezzerà, grande sarà la sua gloria nella Chiesa della terra ed in quella del cielo; poiché la sua gloria sarà quella del martirio. Non si tratterà di combattere né con il ferro né di negoziare con la politica; ma di resistere e di soffrire con pazienza fino in fondo.

Ascoltiamo un’ultima volta il nostro grande oratore, il quale mette in evidenza questo sublime elemento il quale ha assicurato la vittoria alla causa di san Tommaso:

“Osservate, o fratelli, quali difensori trova la Chiesa nella sua debolezza, e come ha ragione di dire con l’Apostolo: Cum infirmar, tunc potens sum. Sono queste beate debolezze che le danno l’invincibile aiuto e che armano in suo favore i più valorosi soldati e i più potenti conquistatori del mondo, cioè i santi Martiri. Chiunque non accetta l’autorità della Chiesa, tema questo sangue prezioso dei Martiri che la consacra e la protegge”.

Ora, tutta questa forza e tutta questa vittoria emanano dalla culla del divino Bambino; per questo insieme con Stefano vi si incontra Tommaso. Occorreva un Dio umiliato, una così alta manifestazione di umiltà, di costanza e di debolezza secondo la carne, per aprire gli occhi degli uomini sulla natura della vera forza. Fin qui non si era sospettata altra forza che quella dei conquistatori armati di spada, altra grandezza che la ricchezza, altro onore che il trionfo; ed ora, poiché il Dio che viene in questo mondo è apparso disarmato, povero e perseguitato, tutto ha cambiato aspetto. Si sono incontrati dei cuori che hanno voluto amare, malgrado tutto, le umiliazioni della mangiatoia; e vi hanno attinto il segreto d’una grandezza d’animo che il mondo, pur rimanendo qual è, non ha potuto fare a meno di sentire e di ammirare.

È dunque giusto che la corona di Tommaso e quella di Stefano, unite insieme, appaiano come un duplice trofeo presso la culla del Bambino di Betlemme; e quanto al santo Arcivescovo, la Provvidenza di Dio ha segnato divinamente il suo posto sul Calendario, permettendo che la sua immolazione si compisse l’indomani della festa dei santi innocenti, affinché la santa Chiesa non provasse alcuna incertezza circa il giorno che avrebbe dovuto assegnare alla sua memoria. Conservi egli dunque quel posto così glorioso e cosi caro a tutta la Chiesa di Gesù Cristo; e il suo nome resti, sino alla fine dei tempi, come il terrore dei nemici della Libertà della Chiesa, la speranza e la consolazione di quelli che amano questa Libertà che Cristo ha acquistata con il proprio sangue.

VITA

San Tommaso Becket nacque a Londra il 21 dicembre 1117. Arcidiacono di Cantorbery e quindi Cancelliere d’Inghilterra nel 1154, succedette, nel 1162, all’arcivescovo Thibaut. Si oppose energicamente alla cupidigia del re Enrico II che voleva emanare leggi contrarie agli interessi e alla dignità della Chiesa e dovette fuggire nel 1164. Dopo un soggiorno a Pontigny dove ricevette l’abito cistercense, e a Sens, potè – dietro richiesta del Papa Alessandro III – rientrare in Inghilterra nel 1170, ma solo per ricevervi la palma del martirio nella sua chiesa cattedrale, il 29 dicembre 1170. Alessandro III lo canonizzò il 21 febbraio 1173.

Il secolo XVI venne ad accrescere la gloria di san Tommaso, quando il nemico di Dio e degli uomini, Enrico VIII d’Inghilterra, ebbe l’ardire di perseguitare con la sua tirannide il Martire della Libertà della Chiesa nel suo stesso sepolcro dove riceveva da quasi quattro secoli gli omaggi della venerazione del mondo cristiano. Le sacre reliquie del Pontefice ucciso per la giustizia furono strappate dall’altare; si istruì un processo mostruoso contro il Padre della patria, e un’empia sentenza dichiarò Tommaso reo di lesa maestà nella persona del re. I preziosi resti furono messi su un rogo; e in questo secondo martirio, il fuoco divorò le gloriose spoglie dell’uomo semplice e forte la cui intercessione attirava sull’Inghilterra gli sguardi e la protezione del cielo. Ed era giusto che quella nazione, la quale doveva perdere la fede con una desolante apostasia, non custodisse più nel suo seno un tesoro che non era più stimato nel suo giusto prezzo; e d’altronde la sede di Cantorbery era contaminata.

Invitto difensore della Chiesa del tuo Maestro, glorioso Martire Tommaso, noi veniamo a te, in quésto giorno della tua festa, per onorare i doni meravigliosi che il Signore ha deposti nella tua persona. Figli della Chiesa, ci piace contemplare colui che tanto l’ha amata, e che ha avuto in sì alto pregio l’onore della Sposa di Cristo, che non ha avuto timore di dare la propria vita per assicurarle l’indipendenza. Poiché hai amato così la Chiesa, a discapito del tuo riposo, della tua felicità temporale, della tua vita stessa; poiché il tuo sublime sacrificio è stato il più disinteressato di tutti, la lingua degli empi e quella dei vili si sono acuite contro di te, e il tuo nome è stato spesso bestemmiato e calunniato. O vero Martire, degno di ogni fede nella sua testimonianza, poiché parli e resisti unicamente contro i suoi interessi terreni. O Pastore associato a Cristo nell’effusione del sangue e nella liberazione del gregge, noi ti veneriamo per tutto il disprezzo che hanno nutrito per te i nemici della Chiesa; ti amiamo per tutto l’odio che essi hanno riversato su di te, nella loro impotenza. Ti chiediamo perdono per quelli che hanno arrossito del tuo nome, e hanno considerato il tuo martirio come un incomodo negli Annali della Chiesa.

Quanto è grande la tua gloria, o Pontefice fedele, per essere stato scelto ad accompagnare con Stefano, Giovanni e gl’Innocenti, Cristo nostro Signore, nel momento del suo ingresso in questo mondo! Disceso nell’arena sanguinosa all’undicesima ora, non sei stato privato del pregio che hanno ricevuto i tuoi fratelli della prima ora; al contrario, tu sei grande fra i Martiri. Sei dunque potente sul cuore del divino Bambino che nasce in questi medesimi giorni per essere il Re dei Martiri. Permetti dunque che, sotto il tuo sguardo, penetriamo fino a lui. Come te, noi vogliamo amare la sua Chiesa, questa diletta Chiesa il cui amore l’ha forzato a scendere dal cielo; questa Chiesa che ci prepara così dolci consolazioni nella celebrazione dei grandi misteri ai quali il tuo nome si trova sì gloriosamente unito. Ottienici quella forza che non ci faccia indietreggiare davanti a nessun sacrificio quando si tratta di onorare il nostro glorioso titolo di Cattolici.

Assicura il nato Bambino, che deve portare sulle spalle la Croce come segno del suo principato, che noi mediante la sua grazia, non ci scandalizzeremo mai né della sua causa né dei suoi difensori e che, nella semplicità del nostro attaccamento verso la santa Chiesa che ci ha data per Madre, metteremo sempre i suoi interessi al di sopra di tutti gli altri; poiché essa sola ha le parole della vita eterna, essa sola ha il segreto e l’autorità di condurre gli uomini verso quel mondo migliore che è l’unico nostro termine, il solo che non passi, mentre tutti gl’interessi della terra non sono che vanità, illusione, e il più delle volte ostacoli all’unico fine dell’uomo e dell’umanità.

Ma, affinché questa santa Chiesa possa compiere la sua missione e uscire vittoriosa da tante insidie che le vengono tese in tutti i sentieri del suo pellegrinaggio, ha bisogno soprattutto di Pastori che somigliano a te, o Martire di Cristo! Prega dunque affinché il Padrone della vigna mandi operai, capaci non solo di coltivarla e d’innaffiarla, ma anche di difenderla insieme dalla volpe e dal cinghiale che, come ci ammonisce la sacra Scrittura, cercano di penetrarvi per derubarla. Che la voce del tuo sangue diventi sempre più risonante in questi giorni di anarchia, in cui la Chiesa è asservita in tanti luoghi della terra che è venuto a riscattare. Ricordati della Chiesa d’Inghilterra che fece così triste naufragio, tre secoli or sono, per l’apostasia di tanti prelati caduti vittime delle stesse massime contro le quali tu avevi resistito fino al sangue. Oggi che essa sembra risollevarsi dalle rovine, tendile la mano, e dimentica gli oltraggi che furono fatti al tuo nome nel momento in cui l’Isola dei Santi stava per perdersi nell’abisso dell’eresia. Ricordati anche della Chiesa di Francia che ti ricevette nell’esilio, e nel cui seno il tuo culto fu un tempo così fiorente. Ottieni per i suoi Pastori lo spirito che animò te; rivestili di quell’armatura che ti rese invulnerabile nei duri combattimenti da te sostenuti contro i nemici della Libertà della Chiesa. E infine, in qualunque parte, in qualunque modo questa Libertà sia in pericolo, accorri in aiuto, e le tue preghiere e il tuo esempio assicurino una completa vittoria alla Sposa di Gesù Cristo.

* * *

Consideriamo il nostro neonato Re, sul suo trono, in questo quinto giorno dalla sua Nascita. La sacra Scrittura ci dice che il Signore è assiso sui Cherubini nel cielo; sulla terra, nel tempo della legge delle figure, scelse come propria sede l’Arca della sua alleanza. Gloria a lui per averci così rivelato il mistero del suo trono! Ma il Salmista ci aveva annunciato anche un altro luogo della sede del Signore. Adorate – ci aveva detto – lo sgabello dei suoi piedi (Sal 98). Questa adorazione che ci è richiesta non più soltanto per Dio ma anche per il luogo sul quale si posa la sua Maestà, sembrava in contrasto con tanti altri passi dei Libri sacri nei quali il grande Dio si mostra geloso di avere per sé solo la nostra adorazione. In questi giorni, come ci insegnano i Padri, il mistero è svelato. Il Figlio di Dio si è degnato di assumere la nostra umanità, l’ha unita alla sua natura divina in una sola persona, e vuole che noi adoriamo quella stessa umanità, quel corpo e quell’anima simile ai nostri, che sono il trono della sua gloria, lo sgabello sublime dei suoi piedi.

Ma questa umanità ha anche il suo trono. Ecco che la purissima Maria toglie dalla mangiatoia il divino Bambino; se lo stringe al cuore, lo pone sulle sue ginocchia materne, e l’Emmanuele ci appare mentre posa con amore e maestà i suoi santi piedi sull’Arca della nuova legge. Come è sorpassata allora la gloria di quel trono vivente che offrivano al Verbo eterno le ali tremanti dei Cherubini! E l’Arca di Mosè, formata d’un legno immarcescibile, coperta di lamine d’oro e che racchiudeva la Manna, la Verga dei prodigi e le Tavole della legge, non scompare anch’essa davanti alla santità e alla dignità di Maria, Madre di Dio?

Quanto sei grande su questo trono, o Gesù; ma quanto sei anche amabile e accogliente! Le tue piccole braccia protese ai peccatori, il sorriso di Maria, trono vivente, tutto ci attira, e ci sentiamo felici di essere i sudditi d’un Re così potente e così dolce insieme. Maria è Sede della Sapienza, perché tu ti appoggi così sopra di essa, o Sapienza del Padre! Siedi sempre su questo trono, o Gesù! Sii il nostro Re, dominaci, regna, come canta Davide, con la tua gloria, con la tua bellezza, con la tua mansuetudine (Sal 44). Noi siamo i tuoi sudditi: a te il nostro servizio e il nostro amore; a Maria, che ci hai data come Regina, i nostri omaggi e la nostra tenerezza!


[1]  Libera est institutione divina, nullique obnoxia terrenae potestati, Ecclesia intemerata sponsa immaculati Agni Christi Jesu (Litterae Apostolicae ad Episcopos provinciae Renanae, 30 Junii 1830).

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 160-163

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

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