5 luglio 1982: Quando Gentile divenne “maestro” di apologetica

5 luglio 1982: Spagna, Barcellona, lo stadio è quello meno famoso dove gioca l’Espanyol. E’ pomeriggio, un pomeriggio proprio iberico: caldo torrido. Devono affrontarsi il Brasile e l’Italia ai Mondiali di Calcio. Ai sudamericani basterebbe un pareggio per accedere alla semifinale, all’Italia occorrerebbe invece un’impossibile vittoria. Impossibile, perché si tratta di giocare contro uno squadrone. Leggendo i nomi della compagine verde-oro se ne capisce la portata: Zico, Cerezo, Falcao, Socrates…

Inizia la partita e il Brasile …inizia subito a danzare, così com’era da sempre abituata a giocare. La sua filosofia calcistica era inequivocabile: non pensare a difendersi, ma fare un gol in più degli avversari.

Gli Azzurri sanno che non potranno competere sul piano del gioco e del palleggio. Decidono per un’altra tecnica: la difesa e la furbizia. Per la difesa un marcamento ad uomo asfissiante, per la furbizia l’opportunismo di Paolo Rossi. E andò bene: Italia 3, Brasile 2.

Un risultato che letto così, senza aver visto la partita, farebbe pensare ad un match aperto, sbarazzino, in cui non ci sia stato nessuno a pensare di curare la difesa. Invece, l’Italia la difesa la curò, eccome.

Un segno su tutti che è passato alla storia: la maglia strappata che indossava il funambolico Zico. L’autore: il mastino Gentile che non mollò nemmeno per un secondo l’astro carioca, tant’è che questi non riuscì a segnare nemmeno un gol.

Qualcuno potrebbe pensare: poco onore a vincere una partita difendendo e marcando con i denti. Tutt’altro.

Solo chi non conosce la vita, meglio: chi non la vuole conoscere, può pensare che essa abbia bisogno solo di proposte, di affermazioni, di costruzioni. No, la vita principalmente ha bisogno di alt, di negazioni, e anche di capacità di distruggere.

Certo, la verità va annunciata, ma non basta. Ma, accanto all’annuncio del vero, c’è bisogno della condanna dell’errore, cioè di ciò che verità non è.

Qualsiasi saggio educatore non si limiterebbe a dire cosa è vero, indicherebbe anche ciò da cui guardarsi, ciò che c’è da evitare, gli ostacoli da superare, i pericoli da riconoscere e scansare.

Un errore tipico dei nostri tempi, ubriachi di relativismo, è stato proprio quello di eliminare la condanna dell’errore. D’altronde in questo clima di dittatura del politicamente corretto, guai ad affermare che esiste la verità e guai ad affermare che esiste l’errore.

E’ successo anche nella Chiesa. La voluta dimenticanza dell’apologetica lo testimonia.

Tornando a quel 4 luglio 1982 e a quella partita, la lezione per i Carioca fu tale, che da allora anche loro capirono quanto occorresse curare la difesa. E fu da allora che iniziarono a sfornare anche ottimi difensori e ottimi portieri. Cosa che non avevano mai fatto.

La difesa non è una sciocchezza: è sapienza.

Si racconta che quando l’allora cardinale Joseph Ratzinger era vescovo di Monaco di Baviera, in occasione di un’udienza alla squadra del Bayern, avrebbe dato un consiglio all’allenatore: ...mi raccomando, va un po’ registrata la difesa.

Dio è verità, Bontà e Bellezza

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