7 dicembre – Sant’Ambrogio, vescovo e dottore (liturgia della festa)

Questo illustre Pontefice figura degnamente a fianco del grande Vescovo di Mira. Questi ha confessato a Nicea, la divinità del Redentore degli uomini; quegli, in Milano, è stato alle prese con tutto il furore degli Ariani, e con coraggio invincibile ha riportato il trionfo sui nemici di Cristo. Che unisca la sua voce di dottore a quella di san Pier Crisologo, e ci annunci le grandezze e le umiliazioni del Messia. Ma questa è in particolare la gloria di Ambrogio, come Dottore: che se, fra i luminosi astri della Chiesa latina, quattro insigni Maestri della Dottrina camminano in testa al corteo dei divini interpreti della Fede, il glorioso Vescovo di Milano completa, insieme con Gregorio, Agostino, e Girolamo, il mistico numero.

Ambrogio deve l’onore di occupare un posto così nobile in questi giorni, all’antica usanza della Chiesa che, nei primi secoli, escludeva dalla quaresima le feste dei Santi. Il giorno della sua dipartita da questo mondo ed il suo ingresso in cielo fu il 4 aprile; ora, l’anniversario di quel felice trapasso si ritrova, per la maggior parte del tempo, nel corso della sacra quarantena. Si fu dunque costretti a scegliere il sette dicembre, anniversario dell’Ordinazione episcopale di Ambrogio.

Del resto, il ricordo di Ambrogio è uno dei più dolci profumi di cui possa essere adorna la strada che conduce a Betlemme. Quale più gloriosa e insieme più affascinante memoria di quella di questo santo e amabile Vescovo in cui la forza del leone si uni alla dolcezza della colomba? Invano sono passati i secoli su questa memoria: essi non hanno fatto che renderla più viva e più cara. Come si potrebbe dimenticare il giovane governatore della Liguria e dell’Emilia, così saggio, così erudito, che fa il suo ingresso a Milano ancora semplice catecumeno, e si vede d’un tratto elevato per acclamazione del popolo fedele, sul trono episcopale di quella grande città? E quei dolci presagi della sua eloquenza affascinante, nello sciame di api che secondo la leggenda, quando un giorno dormiva, lo circondò e penetrò fin nella sua bocca, come per annunciare la dolcezza della sua parola! e quella gravità profetica con la quale l’amabile adolescente presentava la mano al bacio della madre e della sorella, perché – diceva – quella mano sarebbe stata un giorno quella d’un Vescovo.

Ma quante battaglie aspettavano il neofita di Milano, presto rigenerato nell’acqua battesimale, e presto consacrato sacerdote e vescovo! Bisognava che si desse senza indugio allo studio assiduo delle sacre lettere, per accorrere come dottore in difesa della Chiesa, attaccata nel suo dogma fondamentale dalla falsa scienza degli Ariani; è fu tale in poco tempo la pienezza e la sicurezza della sua dottrina che non soltanto essa oppose un valido baluardo ai progressi dell’errore del tempo, ma in più i libri scritti da Ambrogio meriteranno di essere segnalati dalla Chiesa sino alla fine dei secoli, come uno degli arsenali della verità.

Ma l’arena della controversia non era la sola in cui dovesse scendere il nuovo Dottore; la sua vita doveva essere minacciata più d’una volta dai seguaci dell’eresia da lui combattuta. Quale sublime spettacolo vedere questo Vescovo bloccato nella sua chiesa dalle truppe dell’imperatrice Giustina, e difeso notte e giorno dal suo popolo! Quale pastore, e quale gregge! Una vita interamente spesa per la città e la provincia, aveva meritato ad Ambrogio quella fedeltà e quella fiducia da parte del suo popolo. Con il suo zelo, la sua dedizione, il suo costante oblio di se stesso, era l’immagine del Cristo che annunciava.

In mezzo ai pericoli che lo circondano, la sua grande anima rimane calma e tranquilla. E sceglie appunto questo momento per istituire, nella chiesa di Milano, il canto alternato dei Salmi. Fino allora la sola voce del lettore faceva risuonare dall’alto d’un ambone il divino Cantico; ma bastarono pochi istanti per organizzare in due cori l’assemblea, felice di poter d’ora in poi unire la sua voce ai canti ispirati del regale profeta. Nata così nel pieno della tempesta e in mezzo ad una fede eroica, la salmodia alternata è ormai di dominio per i popoli fedeli d’Occidente. Roma adotterà l’istituzione di Ambrogio, quella istituzione che accompagnerà la Chiesa sino alla fine dei secoli. In quelle ore di lotta, il grande Vescovo ha ancora un dono da fare ai fedeli cattolici che gli hanno eretto un baluardo con i loro corpi. È un poeta, e spesso ha cantato in versi pieni di dolcezza e di maestà le grandezze del Dio dei cristiani e i misteri della salvezza dell’uomo. Dedica al suo popolo devoto quei nobili inni, che non aveva ancora destinati all’uso pubblico, e presto le basiliche di Milano risuonano della loro melodia. Più tardi si udranno in tutta la Chiesa latina; e in onore del santo Vescovo, che aprì in tal modo una delle più ricche sorgenti della sacra Liturgia, si chiamerà per lungo tempo ambrosiano ciò che in seguito è stato designato con il nome di Inno. La Chiesa Romana accetterà nei suoi Uffici questa variazione della lode divina, che costituisce per la Sposa di Cristo una nuova effusione dei sentimenti che l’animano.

Così dunque, il nostro canto alternato dei salmi e i nostri stessi Inni sono altrettanti trofei della vittoria di Ambrogio. Egli era stato suscitato da Dio non soltanto per il suo tempo, ma per i secoli futuri. È così che lo Spirito Santo gli diede il sentimento del diritto cristiano con la missione di sostenerlo, fin da quell’epoca in cui il paganesimo abbattuto respirava ancora, e in cui il cesarismo in decadenza conservava ancora troppi istinti del suo passato. Ambrogio vegliava fermo sul Vangelo. Non intendeva che l’autorità imperiale potesse a suo arbitrio consegnare agli Ariani, per il bene della pace, una basilica in cui si erano radunati i cattolici. Per difendere l’eredità della Chiesa era pronto a versare il sangue. Alcuni cortigiani ardirono accusarlo di tirannide presso il principe. Rispose: “No; i vescovi non sono tiranni, ma piuttosto da parte dei tiranni essi hanno dovuto spesso soffrire persecuzioni”. L’eunuco Calligone, ciambellano di Valentiniano II, osò dire ad Ambrogio: “Come, me vivente, tu osi disprezzare Valentiniano? Io ti spaccherò il capo”. – “Che Dio te lo permetta! – rispose Ambrogio: “Io soffrirò allora ciò che soffrono i Vescovi e tu avrai fatto ciò che sanno fare gli eunuchi”.

Questa nobile costanza nel difendere i diritti della Chiesa apparve ancora con più splendore quando il Senato Romano, o piuttosto la minoranza del senato rimasta pagana, tentò, per istigazione del Prefetto di Roma Simmaco, di ottenere la ricostruzione dell’altare della vittoria in Campidoglio, con il vano pretesto di opporre un rimedio ai disastri dell’impero. Ambrogio, che diceva: “Io detesto la religione dei Neroni” si oppose come un leone a questa pretesa del politeismo agli estremi.

In eloquenti memoriali diretti a Valentiniano, protestò contro il tentativo che mirava a portare un principe cristiano a riconoscere diritti all’errore, e a distruggere le conquiste di Cristo unico maestro dei popoli. Valentiniano si arrese alle forti rimostranze del Vescovo, il quale gli aveva insegnato che “un imperatore cristiano doveva saper rispettare soltanto l’altare di Cristo”, e rispose ai senatori pagani che amava Roma come la madre sua, ma doveva obbedire a Dio come all’autore della salvezza.

Si può credere che se i decreti divini non avessero irrevocabilmente condannato l’impero a perire, influenze come quelle esercitate da Ambrogio su principi dal cuore retto, lo avrebbero preservato dalla rovina. La sua massima era ferma; ma non doveva essere applicata che nelle società nuove le quali sorgevano dopo la caduta dell’impero, e che il Cristianesimo costituì secondo la sua mente. Egli diceva ancora: “Non vi è titolo più onorevole per un imperatore che quello di Figlio della Chiesa. L’Imperatore è nella Chiesa non già al disopra di essa”.

Che cosa è più commovente del patrocinio esercitato con tanta sollecitudine da Ambrogio sul giovane Imperatore Graziano, la cui morte gli fece spargere tante lacrime?! E Teodosio, questo sublime prototipo del principe cristiano, Teodosio, in favore del quale Dio ritardò la caduta dell’impero concedendo sempre la vittoria alle sue armi, con quanta tenerezza non fu amato dal Vescovo di Milano? Un giorno, è vero, il Cesare pagano sembrò riapparire in questo figlio della Chiesa; ma Ambrogio, con una severità tanto inflessibile quanto profondo era il suo attaccamento al colpevole, restituì Teodosio a se stesso e a Dio. “Sì – disse il santo Vescovo nell’elogio funebre del grande principe – ho amato questo uomo che preferì ai suoi adulatori colui che lo riprendeva. Gettò a terra tutte le insegne delle dignità imperiali, pianse pubblicamente nella Chiesa il peccato nel quale lo si era perfidamente trascinato, e ne implorò il perdono con lacrime e gemiti. Semplici cortigiani si lasciano distogliere dalla vergogna, e un Imperatore non ha arrossito di compiere la penitenza pubblica, e da allora in poi non un sol giorno passò per lui senza che avesse deplorato la sua mancanza”. Come sono magnifici nello stesso amore della giustizia questo Cesare e questo Vescovo! Il Cesare sostiene l’Impero presso a finire, e il Vescovo sostiene il Cesare.

Ma non si creda che Ambrogio aspiri soltanto alle cose alte e risonanti. Sa essere il pastore attento ai minimi bisogni delle pecore del gregge. Possediamo la sua vita intima scritta dal suo diacono Paolino. Questo testimone ci rivela che Ambrogio quando ascoltava la confessione dei peccatori versava tante lacrime che costringeva a piangere insieme con lui chi era venuto a confessare le proprie colpe. “Sembrava – dice il biografo – che egli stesso fosse caduto insieme con chi era venuto meno”. È noto con quale commovente e paterno interessamento accolse Agostino ancora prigioniero nei lacci dell’errore e delle passioni; e chi voglia conoscere Ambrogio, può leggere nelle Confessioni del Vescovo di Ippona le effusioni della sua ammirazione e della sua riconoscenza. Ambrogio aveva già accolto Monica, la madre afflitta di Agostino; l’aveva consolata e fortificata nella speranza del ritorno del figlio. Giunse il giorno atteso con tanto ardore; e fu la mano di Ambrogio che immerse nelle acque purificatrici del battesimo colui che doveva essere il principe dei Dottori.

Un cuore così fedele ai suoi affetti non poteva mancare di effondersi su coloro che i legami del sangue gli avevano uniti. È nota l’amicizia che unì Ambrogio al fratello Satiro, del quale ha narrato le virtù con accenti di una tenerezza così commovente nel duplice elogio funebre che gli consacrò. La sorella Marcellina non gli fu meno cara. Fin dalla prima giovinezza la nobile patrizia aveva sdegnato il mondo e i suoi piaceri. Sotto il velo della verginità che aveva ricevuto dalle mani del papa Liberto, abitava in Roma in seno alla famiglia. Ma l’affetto di Ambrogio non conosceva distanze; le sue lettere andavano a cercare la serva di Dio nel suo misterioso asilo. Egli non ignorava quale zelo nutrisse la sorella per la Chiesa, con quale ardore si associasse a tutte le opere del fratello, e parecchie delle lettere che le indirizzava ci sono state con­servate. Si rimane commossi a leggere la sola intestazione di quelle epistole: “il fratello alla sorella” oppure: “A Marcellina sorella mia, a me più cara dei miei occhi e della mia stessa vita”. Segue quindi il testo della lettera, rapido, animato, come le lotte che egli descrive. Ce n’è una che fu scritta proprio nelle ore in cui imperversava la bufera, mentre il coraggioso vescovo era assediato nella sua basilica dalle truppe di Giustina. I suoi discorsi al popolo di Milano, i suoi successi come le sue prove, gli eroici sentimenti della sua anima episcopale, tutto è descritto in quei fraterni dispacci, tutto vi rivela la forza e la santità del legame che unì Ambrogio a Marcellina, La basilica ambrosiana custodisce ancora la tomba del fratello e della sorella; sull’una e sull’altra viene offerto ogni giorno il divino sacrificio.

Questo fu Ambrogio, del quale Teodosio diceva un giorno: “Non c’è che un vescovo al mondo”. Glorifichiamo lo Spirito Santo che si è degnato di produrre un modello così sublime nella Chiesa, e chiediamo al santo vescovo che si degni di ottenerci una parte di quella fede viva, di quell’amore così ardente che protesta nei suoi dolci ed eloquenti scritti per il mistero della divina Incarnazione. In questi giorni che debbono condurci a quello in cui apparirà il Verbo fatto carne, Ambrogio è uno dei nostri più potenti intercessori.

La sua pietà verso Maria c’insegna anche quale ammirazione e quale amore dobbiamo avere per la Vergine benedetta. Insieme con sant’Efrem il vescovo di Milano è quello tra i Padri del IV secolo che ha più vivamente espresso le grandezze del ministero e della persona di Maria. Egli ha tutto conosciuto, tutto provato, tutto testimoniato. Maria esente per grazia da ogni macchia di peccato, Maria ai piedi della croce che si unisce al suo Figliuolo per la salvezza del genere umano, Gesù risorto che appare innanzitutto alla Madre, e tanti altri punti sui quali Ambrogio è l’eco della credenza anteriore, gli danno uno dei primi posti tra i testimoni della tradizione sui misteri della Madre di Dio.

Questa tenera predilezione per Maria spiega l’entusiasmo di cui è ripieno Ambrogio per la verginità cristiana della quale merita di essere considerato come il Dottore speciale. Nessuno dei Padri l’ha uguagliato nel fascino e nell’eloquenza con cui ha proclamato la dignità e la felicità dei vergini. Quattro dei suoi scritti sono consacrati a glorificare quello stato sublime, di cui il paganesimo morente tentava ancora un’estrema contraffazione nelle sue vestali, scelte in numero di sette, ricolme di onori e di ricchezze, e dichiarate libere dopo un certo tempo. Ambrogio oppone loro l’innume­revole stuolo delle vergini cristiane, che riempiono il mondo intero del profumo della loro umiltà, della loro costanza e della loro dedizione. Ma a questo proposito la sua parola era ancora più attraen­te della penna, e sappiamo, dai racconti del tempo, che, nelle città da lui visitate quando faceva risuonare la sua voce, le madri trattenevano le figlie in casa, nel timore che i discorsi di un così santo e irresistibile seduttore le persuadesse a non aspirare più ad altro se non alle nozze eterne.

VITA

Ambrogio nacque nella prima metà del IV secolo. Il padre era prefetto della Gallia Cisalpina. Fu istruito a Roma nelle arti liberali, ed ebbe il governo della Liguria e dell’Emilia. All’atto in cui si trovava nella basilica di Milano per mantenere la calma durante l’elezione del vescovo, un fanciullo esclamò: “Ambrogio vescovo!”. Il grido fu ripetuto da tutta la folla e l’imperatore, lusingato di veder innalzato all’episcopato uno dei suoi prefetti, lo costrinse ad accettare. Da vescovo, fu l’intrepido campione della fede e della disciplina ecclesiastica, convertì molti ariani alla verità e battezzò sant’Agostino. Amico e consigliere dell’imperatore Teodosio, non esitò ad imporgli una penitenza pubblica dopo il massacro di Tessalonica. Morì infine a Milano il quattro aprile del 397. Sant’Ambrosio è uno dei quattro grandi Dottori della Chiesa latina.

Noi ti lodiamo, benché indegni, o immortale Ambrogio, ed esaltiamo i doni magnifici che il Signore ha posti in te. Tu sei la Luce della Chiesa e il Sale della terra, con la tua dottrina celeste; sei il Pastore vigilante, il Padre tenero, il Pontefice invincibile: ma quanto il tuo cuore amò il Signore Gesù che noi aspettiamo! Con quale indomito coraggio sapesti a rischio della tua vita, opporti a coloro che bestemmiavano questo Verbo divino! Perciò hai meri­tato di essere scelto per iniziare, ogni anno, il popolo fedele alla conoscenza di Colui che è il Salvatore e il Capo. Fa’ dunque pe­netrare fino al nostro occhio il raggio della verità che ti illuminava quaggiù; fa’ gustare alla nostra bocca il sapore dolce della tua parola; tocca il nostro cuore d’un vero amore per Gesù che si avvicina di ora in ora. Ottieni, che sul tuo esempio, prendiamo con forza in mano la sua causa contro i nemici della fede, contro gli spiriti delle tenebre e contro noi stessi. Che tutto ceda, che tutto si annienti, che si pieghi ogni ginocchio, e che ogni cuore si confessi vinto, lavanti a Gesù Cristo Verbo del Padre, Figlio di Dio e figlio di Maria, nostro Redentore, nostro Giudice, nostro sommo bene.

Glorioso Ambrogio, umiliaci come hai umiliato Teodosio; rialzacì contriti e mutati, come rialzasti lui nella tua pastorale carità. prega anche per il sacerdozio cattolico, di cui sarai per sempre una delle più nobili glorie. Chiedi a Dio per i Sacerdoti e i Vescovi della Chiesa quell’umile e inflessibile vigore con il quale debbono esistere alle potenze del secolo, quando queste abusano dell’autorità che Dio ha posto nelle loro mani. Che la loro fronte – secondo s parole del Signore – sia dura come il diamante; che sappiano opporsi come un muro per la casa d’Israele, e che stimino come il supremo onore, come la più felice sorte, di poter esporre i loro beni, loro riposo, la loro vita per la libertà della Sposa di Cristo.

Valente campione della verità, armati di quella verga venditrice che la Chiesa ti ha data per attributo; e scaccia lontano dal regge di Gesù Cristo i resti impuri dell’Arianesimo che, sotto diversi nomi, si mostrano ancora ai nostri tempi. Che le nostre orecchie non siano più rattristate dalle bestemmie degli insipienti che osano misurare secondo la loro statura, giudicare, assolvere e condannare come loro simile il Dio terribile che li ha creati e che, solo per un motivo di amore per la sua creatura, si è degnato di discendere e di avvicinarsi all’uomo a rischio di esserne disprezzato.

Allontana dalle nostre menti, o Ambrogio, quelle false e imprudenti teorie che fanno dimenticare ai cristiani che Gesù è il Re di questo mondo, e li portano a pensare che una legge umana, la quale riconoscesse uguali diritti all’errore e alla verità, potrebbe essere il più alto progresso della società. Fa’ che essi comprendano, sul tuo esempio, che se i diritti del Figlio di Dio e della sua Chiesa possono essere calpestati, non per questo cessano di esistere; che la promiscuità di tutte le religioni sotto una eguale protezione è il più sanguinoso oltraggio verso Colui “al quale è stato dato ogni potere in cielo e in terra”; che i periodici disastri della società sono la risposta che dà dall’alto del cielo agli sprezzatori del Diritto cristiano, di quel Diritto che egli ha acquistato morendo sulla croce per gli uomini; che infine, se non dipende da noi di ristabilire quel sacro Diritto presso le genti che hanno avuto la disgrazia di rinnegarlo, è nostro dovere confessarlo coraggiosamente, sotto pena di essere complici di coloro i quali non hanno voluto più che Gesù regnasse su di loro.

Infine in mezzo alle ombre che gravano sul mondo, consola, o Ambrogio, la santa Chiesa che è ormai come una estranea, una pellegrina attraverso le genti di cui fu la madre che hanno rinnegata; che essa colga ancor sulla sua strada, in mezzo ai suoi fedeli, i fiori della verginità; che sia l’amante delle anime nobili le quali comprendono la dignità della sposa di Cristo. Se fu così nei tempi gloriosi delle persecuzioni che segnalarono l’inizio del suo ministero, le sia dato ancora, nella nostra epoca di umiliazioni e di diserzioni, di consacrare al suo sposo una numerosa schiera di cuori puri e generosi, affinché la sua fecondità le sia di rivincita su quanti l’hanno respinta come madre sterile, ma della quale un giorno sentiranno crudelmente l’assenza.

Consideriamo l’ultimo visibile preparativo alla venuta del Messia sulla terra: la pace universale. Al rumore delle armi è succeduto d’un tratto il silenzio, e il mondo si raccoglie nell’attesa. “Ora, ci dice san Bonaventura in uno dei suoi Sermoni sull’Avvento, dobbiamo enumerare tre specie di silenzio: il primo al tempo di Noè, dopo che tutti i peccatori furono sommersi; il secondo al tempo di Cesare Augusto, quando tutte le genti furono sottomesse; infine il terzo che avrà luogo alla morte dell’Anticristo, quando gli ebrei si saranno convertiti”. O Gesù, Re pacifico, tu vuoi che il mondo sia in pace quando discenderai. L’hai annunciato per bocca del Salmista, il tuo avo secondo la carne, allorché egli ha detto parlando di te: “Farà cessare la guerra nell’universo intero; spezzerà l’arco, infrangerà le armi e getterà al fuoco gli scudi” (Sal 45,10). Che cosa significa tutto questo o Gesù? Significa che tu ti compiaci di trovare silenziosi e attenti i cuori che visiti. Significa che prima di venire tu stesso in un’anima, tu l’agiti nella tua misericordia come fu agitato il mondo prima di quella pace universale, e presto le rendi la calma che precede il tuo possesso. Oh! vieni subito a sottomettere le nostre potenze ribelli, ad abbattere le alture della nostra mente, a crocifiggere la nostra carne, a risvegliare la debolezza della nostra volontà, affinché il tuo ingresso in noi sia solenne al pari di quello di un conquistatore nella piazzaforte che ha conquistato dopo un lungo assedio. O Gesù, Principe della Pace, donaci la pace; prendi stabile sede nei nostri cuori, come ti sei stabilito nella tua creazione, in seno alla quale il tuo regno non avrà mai più fine.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 272-280

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