ARCHIVIO DEL PELLEGRINO – La filosofia della Fenomenologia e di Husserl

La fenomenologia è una delle correnti filosofiche più importanti del XX secolo. Il termine indica la necessità di analizzare quanto si manifesta alla coscienza, per l’appunto i “fenomeni”.

In realtà, l’intenzione era buona perché in questo modo ci si voleva allontanare da un certo soggettivismo e psicologismo, secondo cui le leggi della logica altro non sarebbero se non le leggi psichiche. Ma, come sempre, se si vuole rattoppare un vestito utilizzando una pezza non buona, si finisce col fallire la riparazione. Fuor di metafora: la fenomenologia non “ripara” realmente, perché anch’essa muove da un errore che è diffuso nella filosofia contemporanea: il rifiuto della metafisica tradizionale.

Ma vediamo di capirci di più. Come abbiamo detto, la fenomenologia pone al centro il fenomeno per evitare la deriva soggettivista che è abbondantemente presente nelle prospettive idealiste e post-idealiste. Insomma, si afferma che il pensiero dell’uomo non è artefice della realtà, ma ha l’obbligo di porsi dinanzi al fenomeno.

Dov’è però il problema? E’ nel fatto che questo fenomeno è inteso “kantianamente”, pertanto non è una realtà oggettiva nel vero senso della parola, non è la realtà in sé, bensì la realtà cosi come appare all’uomo. Pertanto l’intenzione di Husserl (caposcuola della fenomenologia) di evitare il soggettivismo si rivela un fallimento. Il fenomeno di Husserl, non essendo metafisicamente fondato, non è sostanza, bensì è solo un’essenza “creata” dalla coscienza. In questo caso è come se la fenomenologia fosse passata dal soggettivismo del pensiero (l’idealismo) al soggettivismo della coscienza.

Tutto ciò ci permette di definire la fenomenologia una sorta sì di essenzialismo, ma è ormai un essenzialismo svuotato di oggettività e quindi è tutto predisposto a favorire ciò che avverrà di lì a poco, ovvero la negazione dell’essenzialismo a favore dell’esistenzialismo.

Influenze sulla teologia contemporanea

Non poca teologia contemporanea è influenzata non solo dall’esistenzialismo filosofico, ma anche dalla fenomenologia. Che è tutt’altro che la valorizzazione di ciò che è oggettivo. Una certa enfatizzazione del valore della coscienza umana, non semplicemente come “luogo” in cui dover riconoscere ciò che è oggettivamente bene e ciò che è oggettivamente male, bensì come “luogo” in cui poter decidere ciò che è bene e male per sé, trova le sue radici anche in una certa simpatia per la fenomenologia.

Il massimo rappresentante della fenomenologia fu il tedesco Edmund Husserl.

Husserl

 

Il tedesco Edmund Husserl nacque nel 1859 e morì nel 1938. Tra i suoi scritti ricordiamo: Idee per una fenomenologia pura e una filosofia fenomenologica (1913), La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale (pubblicata postuma nel 1954).

 

La coscienza deve soffermarsi sulle strutture costanti degli oggetti

Husserl, dunque, parte bene. Egli afferma che la logica si occupa delle connessioni tra oggetti ideali, indipendentemente dalla soggettività psichica. La filosofia deve avere dunque il compito di individuare nell’esperienza immediata i concetti logici fondamentali. La fenomenologia è quindi la possibilità di descrivere gli atti e i vissuti di coscienza con cui l’uomo fa esperienza di ogni oggetto. Ma questa possibilità si realizza -secondo Husserl- nel momento in cui la coscienza si sofferma sulle strutture costanti degli oggetti, strutture che si manifestano nel momento in cui la coscienza conosce. Queste strutture sono le “essenze”. Attenzione però, Husserl parla di “essenze” sganciate dagli esistenti. Ciò può portare (e di fatto porta) ad una soggettivazione della conoscenza, che comunque, nelle intenzioni, Husserl vuole evitare.

L’intenzionalità

La coscienza tende all’altro da sé e questa tensione Husserl la chiama intenzionalità. L’uomo non coglierebbe solo la realtà nel suo manifestarsi immediato ed evidente, ma può pervenire alla verità. Secondo lui, il problema che con i presupposti che abbiamo messo in evidenza prima questa convinzione di fatto perde fondamento.

La ‘svolta trascendentale’ e l’ ‘epoché’

Ma non c’è solo questo. Husserl parla della cosiddetta svolta trascendentale, che deve utilizzare l’epoché (o dubbio metodologico). Bisogna astenersi -dice Husserl- da ogni giudizio al fine di compiere la “riduzione fenomenologica” che sola sarebbe in grado di cogliere le “forme pure dell’esperienza” mettendo da parte quanto non è dato con evidenza immediata: pregiudizi, mere abitudini e, soprattutto, la convinzione che esista una realtà indipendente dalla coscienza come punto di partenza primario, perché solo il pensiero garantirebbe un’evidenza indubitabile. Ed ecco quello che dicevamo prima: il soggettivismo cacciato dalla porta, rientra dalla finestra!

Dall’ ‘essenzialismo’ all’ ‘esistenzialismo’

Questa esclusivizzazione fenomenologica dell’essenze a discapito della sostanza farà sì che la fenomenologia apra la strada all’esistenzialismo, che rifiuterà l’essenza a favore dell’esistente. Insomma, l’essenzialismo conduce all’esistenzialismo. Questi, pur essendo molto diversi, si fondano su un evidente antropocentrismo. Nell’essenzialismo con la svolta trascendentale; nell’esistenzialismo con la svolta antropologica della gnoseologia.[1]

[1] “(…)nella filosofia di Husserl (…) la pura ‘oggettività’ delle essenze subisce una crisi: e l’esistenzialismo -rovesciamento radicale dell’‘essenzialismo’- ne sarà lo sviluppo. Non riuscendosi a giustificare la pretesa di contemplare e descrivere le essenze, nonostante la rigorosa indicazione delle condizioni necessarie a ciò (epoché fenomenologica), si passerà a un diverso tentativo di parlare dell’essere: si rinuncerà a descrivere l’essere attraverso le essenze, per coglierlo attraverso l’atteggiarsi dell’esistente.” (V. MATHIEU, Storia della filosofia, vol. 3, Brescia 1979, p. 317).

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