L’ARCHIVIO DEL PELLEGRINO – La filosofia di Zygmunt Bauman

Il Secondo Sentiero (La Verità va conosciuta: apologetica per dimostrare la verità del Cristianesimo) ha bisogno di informazioni, che però siano le più semplici possibili. L’Archivio è affidato a San Giuseppe, Colui che fu chiamato dalla provvidenza, in obbedienza totale e offrendo tutto se stesso, a proteggere e a custodire la Verità.

Zygmunt Bauman

Tra i filosofi di cui oggi si parla maggiormente vi è l’ebreo-polacco (ma inglese di adozione) Zygmunt Bauman nato nel 1925 e tuttora vivente. Negli anni giovanili aderì al marxismo-leninismo per poi avvicinarsi a posizioni gramsciane e quindi ad una critica del marxismo staliniano soprattutto dopo l’invasione all’Ungheria del 1956.

La società liquida

Bauman è famoso soprattutto per un’espressione che –diciamolo francamente- non solo è “felice” ma anche “indovinata”. Egli per spiegare la postmodernità parla di “società liquida”, cioè di società fluida, informe, senza nessuna robustezza né di ordine valoriale né tantomeno di ordine ontologico, cioè di sostanza. E’ indubbio che con questa espressione il filosofo ebreo-polacco ci prenda eccome, perché se la modernità è stata il tentativo di sostituire certezze di ordine metafisico con certezze di ordine scientifico, la postmodernità invece si è realizzata nel tentativo di nullificare il concetto stesso di certezza, insomma di negare la certezza in quanto tale.

Nell’analisi della postmodernità Bauman va oltre e individua alcune caratteristiche che sarebbe da stolti negare. Egli dice che nella società contemporanea l’uomo è stato ridotto a “consumatore”. In questa società c’è una sorta di apoteosi del “consumo”, ma anche dello “scarto”. Tutto è a scadenza: tutto si consuma e, in quanto consumabile, tutto si scarta.

Una tale situazione –continua ad affermare Bauman- produce un modello sociale che può essere definito come “industria della paura”. Ma paura di cosa? La paura di venire esclusi da quei modelli sociali che richiedono ossessivamente un adeguamento alle cose e ai prodotti. Insomma, nella società dei consumi domina la necessità di avere non tanto il necessario (il che sarebbe normale), quanto di possedere ciò che il modello sociale standard impone. Da qui la nascita di nuove povertà. E anche in questo Bauman ha ragione. Oggi se non hai il telefonino di nuova generazione sei considerato un inadeguato… per non parlare dell’utilizzazione dei nuovi linguaggi informatici, dei social-network, ecc…

E si ritorna al punto di prima: in una società che vive di “consumo”, tutto si trasforma in merce, incluso l’essere umano, il quale, essendo ossessivamente costretto ad omologarsi ai modelli sociali ed economici dominanti, finisce poi con lo “spersonalizzarsi” e “alienarsi”.

La morale

Fin qui il pensiero di Bauman è tutto sommato condivisibile. Fin quando egli denuncia la perversione della società contemporanea postmoderna ci prende, ma poi vengono fuori le note dolenti del suo pensiero quando questi passa dalla critica della società contemporanea al tentativo di individuare una soluzione al problema. Un passaggio, questo, che egli compie riflettendo sulla morale. Qui il suo pensiero non solo “deraglia” contraddicendosi non poco, ma diventa perfino “pericoloso”.

Procediamo con ordine.

Bauman afferma che nella modernità la morale coincideva con i valori della Ragione, o meglio: con valori che la Ragione riconoscerebbe come universali. Nella postmodernità, invece, non è più possibile parlare di morale così come se ne parlava nella modernità, essendo la postmodernità l’epoca della fine delle “grandi narrazioni”, cioè dei “pensieri forti” e quindi del trionfo del relativismo. Fin qui nulla da obiettare. Però Bauman va oltre e afferma la necessità di proporre un altro tipo di morale, o meglio: di capire bene ciò che (secondo lui) sarebbe la vera morale. “Vera morale” che avrebbe questi punti caratterizzanti:

  1. Essa nascerebbe da un “consegnare” se stesso ad un “tu”.
  2. Il “tu” non deve essere inteso come “persona” bensì come “volto”.
  3. Tale “consegna” costituisce l’ontologia, cioè la “sostanza”, della morale.
  4. Tale morale muove da un impulso non-razionale, anzi addirittura irrazionale in quanto, essendo un “consegna” di se stessi all’altro, è anche una disponibilità a farsi “comandare”.
  5. Tale morale è “libera” e non “imposta”.
  6. Tale morale non può essere l’esito di un accordo.
  7. Tale morale non dipende dalla società bensì “crea” la società.

Le contraddizioni

La morale di Bauman genera molteplici contraddizioni. Ecco perché prima ho alluso addirittura ad una pericolosità del pensiero del filosofo ebreo-polacco.

La prima contraddizione sta nel sostanziare la morale nella dinamica della relazione, addirittura di una relazione univoca. La morale si realizzerebbe in una consegna non reciproca, bensì di se stessi all’altro. Bisogna però tener conto che la relazione donante è la realizzazione della morale, non il suo fondamento. In Bauman che cosa fa sì che si riconosca l’ “altro” come “altro” meritevole del mio “consegnarmi a lui”? C’è qualcosa di oggettivo? Non sembra. E allora da una simile posizione potrebbe venir fuori un atteggiamento selettivo per cui c’è “altro” e “altro”: un conto è l’ “altro” in quanto Mario, un conto è l’ “altro” in quanto Giovanni, un conto è l’ “altro” in quanto Alessandro, ecc…

Ma –potrebbe obiettare qualcuno- Bauman dice che l’ “altro” non va considerato come “persona”, quindi come “ruolo”, bensì come “volto”, e il “volto” è sempre qualcosa che ti interpella. L’obiezione però non regge perché basterebbe ribattere: ma cosa è questo “volto”? Il “volto” è sempre di qualcuno, non esiste in sé. Se il “volto” non ha un fondamento metafisico, allora può essere tutto e niente; può essere anche il volto di un animale… Inoltre come la mettiamo –per esempio- come i bambini che sono nel grembo delle madri? Sono “volti” quelli che non si vedono, che non interpellano… e allora? In tal caso potremmo anche non “consegnarci” a loro, ma pretendere che loro si “consegnino” a noi, affinché li si possa ridurre a materiale di scarto.

A dimostrazione di quanto abbia una logica ciò che stiamo dicendo, va detto che Bauman insiste sull’irrazionalità della morale, che è affermazione coerente con i suoi presupposti, ma pericolosissima. Definire in tal modo la morale, parlare di un suo fondarsi sul puro impulso, vuol dire nullificare la morale stessa. Tant’è che è proprio da questo alcuni critici hanno evidenziato il “paradosso baumiano”. La morale di Bauman da un lato creerebbe disordine, dall’altra sarebbe necessaria per fondare la società. Ma può l’impulso irrazionale e libero della morale fondare ciò che è strutturalmente in antitesi con l’irrazionalità come l’ordine sociale?

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 

 

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