Avvento – I canti tradizionali di Natale, ultimi echi di un vagito che ha rinnovato il mondo

Il Cattolicesimo è una religione unica nel mondo. Essa afferma il primato dello spirito sul corpo, ma non disconosce la dignità della materia, come fanno invece molte religioni orientali. E’ l’unica religione che giunge addirittura a “consacrare” la materia e quindi ad elevarla ad una dignità inconcepibile perfino per il mondo pagano.
Il corpo è considerato un segno, un simbolo quasi dello spirito, qualcosa che per sua natura lega il mondo ideale con il mondo materiale (d’altronde lo stesso termine “simbolo” derivava dal verbo greco che significa “legare”).

Non è un caso che il Cattolicesimo sia la religione dell’Incarnazione. Con la Rivelazione, il segno è necessario per la salvezza: Dio ha voluto che giungessimo a lui tramite il Corpo e il Sangue di Cristo, non unicamente tramite una speculazione logica.
Per questo motivo tante tradizioni natalizie, di cui oggi non si comprende bene lo spirito, celano in realtà una sapienza maggiore di tante teologie contemporanee che cercano di “comprendere” – nel vero senso della parola – in maniera intellettualistica (e non intelligente) il Mistero.

E’ il segno, è il rito, è la tradizione ciò che mantiene vivo il Mistero e permette davvero all’uomo di immergersi in esso, di coglierlo con tutto il proprio essere, anche con la mente, senza avere, però, la pretesa gnostica di esaurirlo in essa.

D’altronde l’atto più grande di Gesù Cristo non fu il predicare, ma il donarsi in un vero e proprio rito d’amore, che egli volle perpetuare nella Santa Messa. Negare il segno significa negare la propria dimensione carnale e così anche la propria condizione di creatura, con i suoi limiti, gli stessi limiti che, se accettati, possono davvero spalancare l’orizzonte del divino: non c’è maggior slancio mistico che sentirsi piccoli di fronte a Dio.

Anche dei segni così semplici come i canti natalizi possono diventare, alle orecchie di chi sa coglierne lo spirito che si cela in essi, dei veri e propri “echi” del vagito che nella stalla di Betlemme ha rinnovato il mondo.

Tra i numerosi articoli dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton, ce n’è uno proprio sui canti di Natale, che vale la pena leggere e di cui noi vi offriamo una riduzione:

E’ proprio nei vecchi canti tradizionali di Natale che si ritrova non solo ciò che rende il Natale poetico, rassicurante e grandioso, ma, innanzi e soprattutto, ciò che lo rende emozionante. L’aspetto emozionante del Natale risiede in un paradosso antico e comunemente accettato: che si possano ritrovare il nocciolo e la potenza dell’intero universo in cose apparentemente di poco conto, che gli astri possano muoversi lungo la loro traiettoria proprio come una ruota alla rimessa abbandonata di un’osteria. E’ straordinario quanto questa percezione del paradosso della mangiatoia fu completamente smarrita da teologi brillanti e ingegnosi, e conservata, invece, nei canti di Natale. Per lo meno, questi ultimi mai dimenticano il cuore dell’intera faccenda che bisogna raccontare: che c’è stato un momento, cioè, in cui l’Assoluto ha retto l’universo da una stalla per animali. Una moda miope e volgare porta a disprezzare i canti tradizionali di Natale e a scoraggiarne l’esecuzione. Le stesse persone che chiacchierano allegramente in mezzo a tutti i rumori infernali della metropolitana, o che sopportano lo sferragliare di migliaia di veicoli su una strada sassosa, dicono di detestare il suono dei canti di Natale. Far finta che qualcosa ti piaccia forse è peccato, ma far finta che qualcosa non ti piaccia si avvicina molto a un peccato contro lo Spirito Santo. E’ ancora lecito tuttavia sperare che qualcuno, in questo periodo, senta quei canti: essi rappresentano gli ultimi echi di quel vagito che ha rinnovato il mondo”.

In queste semplici parole, c’è una verità straordinaria che oggi più che mai è necessario ricordare: la più grande teologia vive nel cuore delle tradizioni, nel cuore di quella pietas cristiana che le nostre nonne non hanno mai perso e che è l’unica cosa capace di dare all’uomo moderno il palpito del vivere, ossia un’accettazione serena del Mistero nel tempo, senza perdersi e aggrovigliarsi nei meandri che la modernità, con le sue ansie e le sue paure, offre all’uomo come unica soluzione del proprio esistere.

Lo stupore che si cela in un rito, in una tradizione, in un canto è davvero un incantevole eco della Bellezza a cui tutti aneliamo.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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