BELLEZZA DEL TEMPO – Liturgia della Festa. Giovedì di Pasqua (di dom Prosper Gueranger)

Dopo aver glorificato l’Agnello di Dio e salutato il passaggio del Signore attraverso l’Egitto, dove ha sterminato i nostri nemici; dopo aver celebrato le meraviglie di quell’acqua che ci libera e ci introduce nella terra promessa; rivolgiamo adesso lo sguardo verso il nostro Capo divino, il cui trionfo era annunciato e preparato da tutti questi prodigi. Noi ci sentiamo abbagliati da tanta gloria! Come il Profeta di Patmos, ci prosterniamo ai piedi dell’Uomo Dio, finché egli dica a noi pure: “Non temete! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente: e fui morto ed ecco son vivo per i secoli dei secoli, ed ho le chiavi della morte e degli Inferi” (Apoc. 1, 17).

Il vincitore della morte.

Effettivamente è ormai il padrone di colei che l’aveva tenuto prigioniero; le chiavi della tomba sono in suo possesso; ciò vuoi dire, secondo il linguaggio della Scrittura, che egli comanda alla morte che ormai gli è sottomessa senza scampo. Ed ora, per prima cosa, si serve della sua vittoria per estenderla a tutto il genere umano. Adoriamo questa bontà infinita e, fedeli ai desideri della Santa Chiesa, meditiamo oggi la Pasqua nei suoi rapporti con ciascuno di noi.

Il Figlio di Dio disse all’ Apostolo prediletto: “Son vivo, io che fui morto”; per virtù della Pasqua verrà un giorno in cui anche noi diremo con trionfale accento: “siamo viventi, noi che fummo morti”.

La morte, retribuzione del peccato.

La morte ci aspetta; è pronta ad afferrarci, e noi non potremo sfuggire alla sua falce omicida. “La morte è il soldo del peccato” dice il libro sacro (Rom. 6, 23); e con questa spiegazione tutto viene compreso: e la sua necessità e la sua universalità. Non per questo la legge è meno dura; e noi non possiamo impedirci di vedere un turbamento dell’ordine in questa violenta rottura del legame che stringeva assieme, in una vita comune, il corpo e l’anima, uniti da Dio stesso. Se vogliamo comprendere la morte quale essa è, ricordiamoci che Dio creò l’uomo immortale; solo così ci renderemo conto dell’orrore invincibile che ci ispira la sua distruzione, orrore che non può essere sormontato che per mezzo di un sentimento superiore ad ogni egoismo: per mezzo del sentimento del sacrificio.

V’è nella morte di ogni uomo un vergognoso monumento del peccato, un trofeo per il nemico del genere umano; e vi sarebbe una umiliazione per lo stesso Dio, se non vi apparisse la sua giustizia, ristabilendo così l’equilibrio.

La nostra speranza.

Quale sarà dunque il desiderio dell’uomo sotto la dura necessità che l’opprime? Aspirare a non morire? Sarebbe una follia. La sentenza è formale, e nessuno potrà sfuggirla. Lusingarsi nella speranza che un giorno questo corpo, diventato ormai un cadavere, e distrutto, in seguito, fino a non lasciare più la minima traccia visibile di se stesso, potrebbe rivivere e sentirsi di nuovo riunito all’anima per la quale era stato creato? Ma chi opererà questa riunione, impossibile, di una sostanza che fu unita un giorno e che in seguito sembra essere disciolta negli elementi dai quali era stata tratta? O uomo! Pertanto è proprio così. Tu risusciterai; questo corpo, dimenticato, distrutto, in apparenza annientato, rivivrà e ti sarà reso. Ma che dico? Oggi stesso esce dalla tomba nella persona dell’Uomo-Dio; la nostra risurrezione futura si compie da oggi nella sua; oggi è divenuto altrettanto certo che noi risusciteremo, quanto è sicuro che moriremo; e questa è ancora la Pasqua!

Dio, nel suo sdegno salutare, da principio nascose all’uomo questa meraviglia del suo potere e della sua bontà. La sua parola fu dura per Adamo: “Con sudore del tuo volto mangerai il pane, finché tu ritorni alla terra, dalla quale fosti tratto; poiché polvere sei tu ed in polvere ritornerai” (Gen. 3, 19). Non una parola, non un’allusione che dia al colpevole la più lieve speranza su ciò che riguarda questa parte di se stesso, ormai così votata alla distruzione e alla vergogna del sepolcro. Era necessario umiliare quell’orgoglio, dimentico di ogni gratitudine, che aveva voluto elevarsi fino a Dio. Più tardi questo gran mistero fu manifestato, sia pure con una grande parsimonia. E già lunghi secoli addietro, un uomo, il cui corpo cadeva a brandelli, divorato da terribili ulceri, poteva dire: “Io lo so: il mio Redentore è pur vivo e nell’ultimo giorno mi ergerà sulla polvere. E dopo che della mia pelle sarà circondata questa spoglia, dalla mia carne vedrò Dio. Questa speranza è riposta entro il mio seno” (Giob. 19, 25-27).

Ma per realizzare l’attesa di Giobbe bisognava che questo Redentore così desiderato apparisse sulla terra, che venisse a combattere la morte, lottando con essa, corpo a corpo, e, finalmente, abbatterla.

È venuto nel tempo stabilito; non per impedirci di morire – la sentenza era stata troppo formale – ma per morire egli stesso e togliere così alla morte tutto ciò che essa aveva di duro e di umiliante. Simile a quei medici generosi che abbiamo visto inoculare su loro medesimi il virus contagioso, egli ha cominciato, secondo l’energica espressione di san Pietro, per “ingoiare la morte” (I Piet. 3, 22).

Ma la gioia di questa nemica dell’uomo è stata breve, poiché egli è risuscitato per non più morire, e quel giorno ha acquistato, anche per tutti noi, lo stesso diritto. Da tale momento noi dobbiamo considerare la tomba sotto un altro aspetto. La terra ci riceverà, ma per ridarci, poi, come essa rende la spiga, dopo aver ricevuto il seme del grano. Gli elementi, nel giorno prescritto, saranno costretti, dalla stessa potenza che li estrasse dal nulla, a restituire quegli atomi che non avevano ricevuto che in deposito e, al suono della tromba dell’Arcangelo, tutto il genere umano al completo si solleverà dalla terra e proclamerà l’ultima vittoria sulla morte. Per i giusti, sarà la Pasqua: ma una Pasqua che non può essere che il seguito di quella di oggi.

La gloria del Cielo.

Con quale ineffabile felicità ritroveremo il vecchio compagno della nostra anima, questa parte essenziale dell’essere umano, dal quale saremo rimasti per tanto tempo separati. Molte anime, forse, avranno già passato diversi secoli rapite nella visione di Dio, ma la nostra natura umana non era completamente rappresentata nella suprema beatitudine; la felicità, che deve essere pure felicità del corpo, mancava del suo complemento. E nel seno di questa gloria, di questa gioia, restava ancora una traccia non cancellata del castigo che colpì la razza umana, fin dalle prime ore del suo soggiorno sulla terra.

Per ricompensare i giusti con la sua presenza beatifica, Dio si è degnato di non aspettare il momento in cui i corpi gloriosi saranno riuniti alle anime che li animarono e li santificarono; ma tutto il cielo aspira a questa ultima fase del mistero della Redenzione dell’uomo. Il nostro Re, nostro divin Capo, che, dall’alto del suo trono, pronuncia maestosamente queste parole: “Sono vivo, io che fui morto”, vuole che le ripetiamo anche noi, a nostra volta, nella eternità.

Maria che, tre giorni dopo il suo transito, riprese il suo corpo immacolato, desidera vedere intorno a lei, nella loro carne purificata dalla prova del sepolcro, gl’innumerevoli figli che la chiamano Madre.

La gioia degli Angeli.

I Santi Angeli, di cui gli eletti della terra devono rafforzare i ranghi, si rallegrano nell’attesa del magnifico spettacolo che offrirà la corte celeste quando i corpi glorificati degli uomini, come i fiori del mondo materiale, renderanno smagliante la regione degli spiriti con il loro splendore. Una delle loro gioie è di contemplare, intanto, il corpo radioso del divin Redentore che, nella sua umanità, è tanto il loro Capo che il nostro; di fissare i loro sguardi abbagliati sull’incomparabile bellezza di cui risplendono i tratti di Maria, che è anche la loro Regina. Che festa completa sarà, dunque, per essi quel momento nel quale i fratelli della terra, le cui anime beate godono già con loro della stessa felicità, si rivestiranno col manto della carne santificata che non impedirà più l’irraggiar dello spirito e metterà finalmente, gli abitanti del Cielo in possesso di tutte le meraviglie e -di tutte le bellezze della Creazione! Al momento in cui nel sepolcro Gesù liberatosi dai lenzuoli che lo avvolgevano, risorse levandosi in tutta la sua forza e magnificenza, gli Angeli che lo assistevano furono pervasi di muta ammirazione alla vista di quel corpo che, per sua natura, era loro inferiore, ma che gli splendori della sua gloria rendevano maggiormente rilucente, di quanto lo siano gli Spiriti celesti più radiosi. Con quali acclamazioni fraterne essi accoglieranno le membra di questo Capo vittorioso, rivestite nuovamente d’una livrea che sarà per sempre gloriosa perché è quella di un Dio!

Il rispetto del corpo.

L’uomo sensuale resta indifferente alla gloria ed alla felicità del corpo nell’eternità: il dogma della risurrezione della Carne non lo interessa. Egli si ostina a non voler vedere che il presente; ed in questa preoccupazione grossolana il suo corpo non è per lui che un balocco del quale bisogna affrettarsi a profittare, visto che dura poco. Il suo amore per la povera carne è senza rispetto: ecco perché egli non ha timore d’insozzarla, nell’attesa che essa vada in pasto ai vermi, senza aver ricevuto altro omaggio che una preferenza egoista ed ignobile.

Gli onori resi dalla Chiesa al nostro corpo.

Nonostante ciò, l’uomo sensuale rimprovera alla Chiesa di essere nemica del corpo, mentre ella non cessa di proclamarne la dignità e l’alto destino. Ciò è veramente troppo audace e troppo ingiusto!

Il Cristianesimo ci avverte dei rischi che l’anima corre da parte del corpo; ci rivela il pericoloso male che la carne ha contratto con la colpa originale, i mezzi che dobbiamo impiegare per “far servire alla giustizia le nostre membra che potrebbero prestarsi all’iniquità” (Rom. 4, 19); ma, lungi dal cercare di staccarci dall’amore per il corpo, ce lo mostra destinato ad una gloria ed una felicità senza fine.

Sul nostro letto funebre la Chiesa gli offre l’onore del Sacramento dell’Olio Santo, segnando, per l’immortalità, tutti i suoi sensi; presiede all’addio che l’anima indirizza al compagno delle sue lotte fino alla futura ed eterna riunione; brucia rispettosamente l’incenso intorno a quelle spoglie mortali, divenute sacre dal giorno in cui l’acqua del Battesimo cadde su di esse; ed a coloro che sopravvivono ella, con dolce autorità, indirizza le parole: “Non vi rattristate come gli altri che non hanno speranza” (I Tess. 4, 13). Orbene, qual è la nostra speranza se non la stessa che consolava Giobbe: dalla mia carne vedrò Dio?

Fede nella Risurrezione della carne.

È così che la santa fede ci rivela l’avvenire del nostro corpo e favorisce, elevandolo, quell’amore istintivo che l’anima porta a questa parte essenziale dell’essere umano. La fede allaccia indissolubilmente il dogma della Pasqua a quello della risurrezione della carne e l’Apostolo ci dice senza difficoltà che “se Cristo non fosse risuscitato, la nostra fede sarebbe vana: nello stesso modo che se la risurrezione della carne non avesse luogo, quella di Gesù Cristo sarebbe stata superflua” (I Cor.  15); il legame tra queste due verità è così stretto che, per così dire, esse non ne formano che una sola.

Perciò noi dobbiamo vedere un segno doloroso dell’indebolimento della fede, in questa specie di dimenticanza in cui sembra caduto, per un gran numero di fedeli, il dogma fondamentale della risurrezione della carne. Certo essi vi credono, poiché il Simbolo glielo impone; non hanno su di esso neppur l’ombra di un dubbio; ma la speranza di Giobbe raramente forma l’oggetto dei loro pensieri e delle loro aspirazioni. Ciò che importa, per se stessi e per gli altri, è la sorte dell’anima dopo questa vita, e ne hanno pienamente ragione; ma anche il filosofo predica l’immortalità dell’anima e la ricompensa per i giusti in un mondo migliore. Lasciategli dunque ripetere la lezione che ha imparato da voi, e mostrate che siete cristiani e confessate arditamente la risurrezione della carne, allo stesso modo che fece Paolo nell’Areopago. Forse vi si dirà, come fu detto a lui: “Di questo ti udiremo un’altra volta” (Atti, 17, 32); ma che v’importa? Voi avete reso omaggio a colui che ha vinto la morte, non solamente in se stesso, ma in voi; e non siete a questo mondo per rendere testimonianza della verità rivelata, con le vostre parole e con le vostre azioni?

L’esempio dei primi cristiani.

Quando si vedono le pitture murali delle Catacombe di Roma, si rimane colpiti d’incontrarvi ovunque i simboli della risurrezione dei corpi; questi, con l’altro del Buon Pastore, sono quelli che si trovano più spesso tra gli affreschi della Chiesa primitiva; tanto il dogma fondamentale del cristianesimo occupava profondamente lo spirito, all’epoca in cui non ci si poteva presentare al Battesimo senza avere spezzato violentemente ogni legame con la sensualità. Il martirio era la sorte, almeno probabile, di tutti i neofiti; e quando arrivava l’ora di confessare la fede, mentre le membra erano maciullate o slogate nelle torture, si udiva proclamare il dogma della risurrezione della carne, quale speranza atta a sostenere il coraggio: i loro atti lo attestano ad ogni pagina. Molti di noi hanno bisogno di istruirsi, seguendone l’esempio, affinché il nostro cristianesimo sia completo e si allontani sempre più da quella filosofia che pretende di fare a meno di Gesù Cristo, pur spigolando, qua e là, qualche brano dei suoi divini insegnamenti.

Il sensualismo conduce al naturalismo.

L’anima vale più del corpo; ma nell’uomo il corpo non è né un estraneo, né una superfetazione passeggera. Sta a noi di conservarlo con sovrano rispetto per il suo alto destino; e se allo stato presente dobbiamo tenerlo castigato, affinché non si perda insieme all’anima, non lo facciamo per disprezzo, ma per amore. I martiri ed i santi, che facevano penitenza, hanno amato il corpo più di quanto l’amano i voluttuosi; immortalandolo, per preservarlo dal male, lo hanno salvato; gli altri, adulandolo, lo espongono alla sorte più triste.

Che si faccia attenzione: l’alleanza del sensualismo col naturalismo è facile a concludersi. Il sensualismo pretende che il destino dell’uomo sia ben diverso da quello che è, per poterlo corrompere senza rimorsi; il naturalismo teme le verità della fede; ma solo per mezzo della fede l’uomo può approfondire il suo avvenire e la sua fine. Che il cristiano si tenga, dunque, avvertito; e se in questi giorni il suo cuore non esulta di amore e di speranza alla vista di ciò che il Figlio di Dio, risuscitando gloriosamente, ha fatto per i nostri corpi, sappia che la fede è debole in lui, e, se non vuole perire, si attenga d’ora in avanti con completa docilità alla parola di Dio, che sola può rivelargli ciò che egli è al presente e ciò che è chiamato a divenire.

La Stazione.

A Roma la Stazione è nella Basilica dei dodici Apostoli. Oggi i neofiti venivano convocati in questo santuario dedicato ai testimoni della Risurrezione, dove riposano due di essi: San Filippo e San Giacomo. La Messa è piena di allusioni relative alla missione sublime di questi coraggiosi araldi del Divin Risorto, che hanno fatto sentire, fino all’estremità della terra, la loro voce, la cui eco, senza indebolirsi, si ripercuote attraverso tutti i secoli.

MESSA

EPISTOLA (Atti 8, 26-40). – In quei giorni l’Angelo del Signore parlò a Filippo e gli disse: “Alzati e va’ in direzione del mezzogiorno, sulla strada che mena da Gerusalemme a Gaza; questa è deserta”. E si alzò e partì. Ed ecco un Etiope, un eunuco, ministro di Candace, regina degli Etiopi, sopraintendente di tutti i suoi tesori, il quale era stato ad adorare in Gerusalemme ed ora se ne tornava seduto sul suo cocchio, leggendo il Profeta Isaia. Allora lo Spirito disse a Filippo: “Accostati e segui quel cocchio”. E Filippo, avvicinatosi, sentì che l’eunuco leggeva il Profeta Isaia e gli disse: “Intendi quello che leggi?” Quello rispose: Ma come posso capirlo, se nessuno me lo spiega”. E pregò Filippo di montare a sedere con lui. Il passo della Scrittura da lui letto era questo: Come pecorella è stato condotto al macello; e come agnello muto davanti a chi lo tosa, così egli non aprì la sua bocca. Nella sua umiliazione fu cancellata la condanna. Chi descriverà la sua generazione, poiché sarà tolta dalla terra la sua vita? L’Eunuco prese a dire a Filippo: “Ti prego, il Profeta di chi dice questo? di sé o di qualche altro?” E Filippo cominciò a parlare e, rifacendosi da quel passo della Scrittura, gli fece conoscere Gesù. E seguitando la strada giunsero ad una cert’acqua e disse l’eunuco: “Ecco dell’acqua; che mi impedisce di essere battezzato?” E Filippo a lui: “Se credi di tutto cuore, è permesso”. E l’eunuco rispose: “Credo che Gesù Cristo è il figlio di Dio”. E, fatto fermare il cocchio, discesero tutti e due, Filippo e l’eunuco, nell’acqua; e Filippo lo battezzò. E usciti che furono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più. E seguitò allegramente il suo viaggio. Filippo, invece, si trovò in Azoto, e di là arrivò a Cesarea, evangelizzando per tutte le città dove passava il nome del Signore Gesù Cristo.

Docilità dell’ anima alla grazia.

Questo brano degli Atti degli Apostoli era destinato a ricordare ai neofiti la sublimità della grazia che avevano ricevuto nel battesimo, e la condizione alla quale erano stati rigenerati. Dio aveva messo sul loro cammino l’occasione della salvezza, come aveva inviato Filippo sulla strada che doveva percorrere l’eunuco. Ispirando loro il desiderio di conoscere la verità, aveva pure posto nel cuore di quell’ufficiale della Regina d’Etiopia la fortunata curiosità che lo condusse a sentir parlare di Gesù Cristo. Ma non è ancora tutto qui: quel pagano avrebbe potuto ascoltare la spiegazione dell’inviato da Dio, con diffidenza e aridità di animo: invece egli apriva il suo cuore, permettendogli di riempirsi di fede. Lo stesso avviene per i nostri neofiti: essi sono stati docili, e la parola di Dio li ha illuminati; da una luce sono saliti ad un’altra, finché la Chiesa ha riconosciuto in loro dei veri discepoli della fede. Allora son venuti i giorni della Pasqua, e la madre delle anime ha detto a se stessa: “Ecco dell’acqua, l’acqua che purifica, l’acqua che è uscita dal costato dello Sposo, aperto dalla lancia sulla Croce; chi impedisce di battezzarli?”. E dopo aver confessato che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, essi sono stati immersi, come l’Etiope, nella fonte della salute; adesso, seguendo il suo esempio, essi continueranno ad avanzare nel cammino della vita, ora riempito di gaudio, poiché sono risuscitati con Cristo, che si è degnato associare la gioia della loro novella nascita, a quella del suo stesso trionfo.

VANGELO (Gv. 20, 11-18). – In quel tempo: Maria stava di fuori a piangere vicino al sepolcro. E mentre piangeva s’affacciò alla tomba, vi scorse due Angeli vestiti di bianco, seduti l’uno al capo e l’altro ai piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Perché han portato via il mio Signore e non so dove l’abbiano messo”. E detto questo si voltò indietro e vide Gesù in piedi, senza però conoscere che era Gesù. Gesù le disse: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” E lei, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai messo ed io lo prenderò”. Gesù le disse: “Maria!” Essa rivoltasi, esclamò: “Rabboni (che vuol dire Maestro”. Le disse Gesù: “Non mi toccare; perché non sono ancora asceso al Padre mio; ma ritorna dai miei fratelli e comunica loro: Ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria Maddalena andò dai discepoli ad annunziare che aveva visto il Signore e che le aveva detto queste cose.

L’Apostola degli Apostoli.

Siamo nella Basilica degli Apostoli; e la Santa Chiesa oggi, invece di farci ascoltare il racconto di una delle apparizioni del Salvatore risorto ai suoi Apostoli, ci legge quello in cui è registrata la grazia che Gesù fece alla Maddalena. Perché una tale apparente dimenticanza del carattere e della missione conferita a questi ambasciatori della nuova legge? La ragione è facile a comprendersi. Onorando oggi in questo santuario la memoria di colei che Gesù Cristo scelse per essere l’Apostola dei suoi Apostoli, la Chiesa finisce di riferire in tutta la loro realtà i molti avvenimenti susseguitisi nel giorno della Risurrezione. Ed è per mezzo della Maddalena e della sue compagne che cominciò l’apostolato del maggiore dei misteri del Redentore; esse hanno, dunque, veramente diritto a riceverne oggi l’omaggio in questa Basilica dedicata ai Santi Apostoli.

Il Signore e le pie donne.

Essendo onnipotente, Dio ama di manifestarsi in ciò che è di più debole; allo stesso modo che, nella sua bontà, si gloria di riconoscere l’amore di cui è oggetto. Ecco perché il Redentore prodigò, prima che agli altri, tutte le prove della sua Risurrezione e tutti i tesori della sua tenerezza, a Maddalena e alle sue compagne. Esse erano anche più deboli dei pastori di Betlemme: per questo ebbero tale preferenza. Anche gli Apostoli lo erano, e più della minore delle potenze del mondo che dovevano sottomettere: ed ecco perché, a loro volta, vi furono iniziati. Ma Maddalena e le sue compagne avevano amato il Maestro fin presso la Croce e la tomba; mentre gli apostoli l’avevano abbandonato. Era, dunque, ad esse, e non ai secondi, che Gesù doveva i primi favori della sua bontà.

Sublime spettacolo della Chiesa, in quel momento in cui s’innalza, poggiando sulla fede della Risurrezione che forma la sua base! Dopo Maria, la Madre di Dio, per la quale la luce mai vacillò, ed a cui era dovuta la prima manifestazione, sia perché mamma, sia perché perfettissima, chi vediamo noi illuminati da questa fede, vita e respiro della Chiesa? Maddalena e le sue compagne.

Durante parecchie ore Gesù si compiace della vista dell’opera sua, debole allo sguardo umano, ma in realtà così grande. Ancora un po’ di tempo e questo piccolo gregge di anime scelte assimileranno gli stessi Apostoli. Che dico? Il mondo intero verrà a loro. Per tutta la terra in questi giorni, la Chiesa canta le parole: “Che hai veduto al sepolcro, Maria? Diccelo!” e Maria Maddalena risponde alla Santa Chiesa: “Ho visto il sepolcro di Cristo vivente e la gloria di lui Risorto”.

La donna che ha peccato per prima,
per prima viene riabilitata.

E non ci meravigliamo che siano state delle sole donne a formare questo primo gruppo di credenti, intorno al figlio di Dio, in quella Chiesa, effettivamente primitiva, che risplendeva dei primi raggi della Risurrezione; poiché è qui la continuazione dell’opera divina sul piano irrevocabile, di cui abbiamo già riconosciuto l’inizio.

In principio l’opera di Dio venne sconvolta dalla prevaricazione della donna: ed è proprio nella donna che comincerà ad essere restaurata. Nel giorno dell’Annunciazione ci siamo inchinati davanti alla nuova Eva che, con la sua ubbidienza, riparava la trasgressione della prima: ma nel timore che Satana, sbagliandosi, non volesse vedere in Maria che l’esaltazione della persona, e non la riabilitazione del sesso, Dio vuole che oggi gli stessi fatti dimostrino la sua suprema volontà. “La donna – ci dice Sant’Ambrogio – aveva per la prima gustato la bevanda della morte; sarà dunque lei che, per la prima, contemplerà la Risurrezione. Predicando questo mistero riparerà la sua colpa [1]; ed è con ragione che essa è inviata per annunziare agli uomini la buona novella della salvezza, per manifestare la grazia che viene dal Signore: colei che altra volta aveva annunciato il peccato all’uomo” [2].

Gli altri Santi Padri rilevano con non minore eloquenza questo piano divino che dà alla donna la primizia nella distribuzione dei doni della grazia, e ci fanno riconoscere in essi non soltanto un atto del potere del sovrano Maestro, ma anche, nello stesso tempo, la legittima ricompensa dell’amore che Gesù trovò nel cuore di queste umili creature e che non aveva riscontrato negli Apostoli, ai quali, durante tre anni, aveva prodigato le più tenere cure, avendo così diritto di attendersi, da loro, un coraggio più virile.

L’apparizione alla Maddalena.

Maddalena si eleva in mezzo alle sue compagne, come una regina della quale le altre formano la corte. È la prediletta di Gesù, quella che egli ama di più, quella che ha avuto il cuore maggiormente spezzato dalla dolorosa passione, quella che insiste con maggior forza per rivedere e imbalsamare, con le sue lacrime e i suoi profumi, il corpo del Maestro. Quale delirio nelle sue parole mentre lo ricerca! Quale slancio di tenerezza nel riconoscerlo vivo e sempre pieno di affetto per lei! Gesù, nondimeno, si sottrae alle manifestazioni di una gioia troppo terrestre: “Non mi toccare – le dice – poiché non sono ancora asceso al Padre mio”.

Gesù non è più nelle condizioni di vita mortale; in lui l’umanità resta eternamente unita alla divinità: ma la sua Risurrezione avverte l’anima fedele che i rapporti che ella d’ora in avanti avrà con lui, non sono più gli stessi. Nel primo periodo lo si trattava come si tratta un uomo; la sua divinità traspariva appena; adesso è il Figlio di Dio, il cui splendore eterno si rivela radiosamente anche attraverso la sua umanità. D’ora in avanti, dunque, è il cuore più dell’occhio che deve cercarlo; l’affetto rispettoso, più che la tenerezza sensibile. Egli si è lasciato toccare da Maddalena quando lei era debole e lui stesso apparteneva ai mortali: bisogna che adesso aspiri a quel supremo bene spirituale che è la vita dell’anima, Gesù nel seno di suo Padre. Maddalena, nel suo primo stato d’animo, ha fatto abbastanza per servir di modello all’anima che comincia a cercar Gesù; ma chi non vede che il suo amore ha bisogno di una trasformazione? A forza di essere ardente, la rende cieca; ella si ostina a “cercare tra i morti colui che vive” . È arrivato il momento in cui deve elevarsi ad una vita superiore e cercare spiritualmente colui che è spirito: “Non sono ancora asceso al Padre mio” dice il Salvatore. Ed è come se dicesse: “Serba, per il momento, queste carezze troppo sensibili che ti fermerebbero sulla mia umanità. Lasciami prima salire alla gloria; un giorno vi sarai ammessa vicino a me, e allora ti sarà concesso di prodigarmi tutti i segni del tuo amore, perché, allora, non sarà più possibile che la mia umanità ti nasconda la vista della mia natura divina”.

Maddalena ha compreso la lezione del suo amatissimo Maestro. Un rinnovamento si opera in lei; e ben presto, sola con i suoi ricordi, che vanno dalla prima parola di Gesù, che toccò il suo cuore, strappandolo agli amori terreni, fino alla grazia di cui oggi ha avuto l’onore della preferenza sugli Apostoli, ella si slancerà, ogni giorno di più verso il suo bene supremo; finche, purificata dall’attesa, divenuta emula degli Angeli che la visitano e la consolano nel suo esilio, ascenderà finalmente per sempre presso Gesù, stringendo in un abbraccio eterno quei sacri piedi, su cui ella ritrova la traccia incancellabile dei suoi primi baci.

__________________________

[1] Comm. su San Luca, c. XXIV.

[2] Dello Spirlto Santo, c. XII.

da: P. GUÉRANGER, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 74-86.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 

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