BELLEZZA DEL TEMPO – Liturgia della Festa: Il Santo Giorno della Pasqua (di dom Prosper Gueranger)

IL SANTO GIORNO DELLA PASQUA:AL MATTINO

La Risurrezione di Cristo.

Le lunghe ore della notte dal Sabato alla Domenica sono ormai trascorse ed il sorgere del giorno si avvicina. Maria, col cuore oppresso, attende con paziente coraggio il momento che le restituirà il Figlio. La Maddalena, con le sue compagne, ha vegliato tutta la notte e non tarderà molto ad incamminarsi verso il sepolcro. Dal fondo del Limbo, lo spirito del divin Redentore si appresta a dare il segnale della liberazione a quelle miriadi di anime giuste, prigioniere da sì lungo tempo, e che ora lo circondano di tutto il loro rispetto, di tutto il loro amore. La morte si libra silenziosa sul sepolcro ove ha racchiuso la sua vittima. Da quel giorno lontano, in cui essa divorò Abele, inghiottì innumerevoli generazioni: ma giammai aveva ghermito tra i suoi lacci una sì nobile preda. Mai come allora la sentenza del Paradiso Terrestre si era così spaventosamente adempiuta; e mai, pure, nessuna tomba aveva visto fallire le sue speranze con una smentita altrettanto crudele. Più di una volta la potenza divina le aveva involato le sue vittime: il figlio della vedova di Naim, la figlia del capo della Sinagoga, il fratello di Marta e di Maddalena, le sono stati rubati; ma essa li attende alla loro seconda morte. V’è un altro, però, di cui fu scritto: “Io sarò la tua morte, o morte; sarò la tua rovina, o sepolcro” (Osea 13, 14).

Ancora pochi istanti, e la lotta comincerà tra i due avversari.

Come per il rispetto dovuto alla divina Maestà non poteva essere permesso che quel corpo, unito a un Dio, attendesse nella polvere il momento in cui l’Angelo al suono della tromba chiamerà tutti per il giudizio supremo, cosa che avverrà per i peccatori; così era conveniente che fossero abbreviate le ore in cui il potere della morte doveva prevalere. “Una generazione malvagia ed adultera chiede un prodigio – aveva detto Gesù – nessun prodigio però le sarà dato vedere, se non quello del Profeta Giona” (Mt 12,39).

Tre giorni di sepoltura, la fine del venerdì, la notte seguente, tutto il sabato con la sua notte e le prime ore della domenica. È sufficiente: sufficiente per la giustizia divina, ormai soddisfatta; sufficiente per attestare la morte dell’augusta vittima e per assicurare il più strepitoso dei trionfi; sufficiente per il cuore desolato della più tenera tra le madri. “Nessuno mi può togliere la vita ma da me stesso io la dò; è in mio potere il darla, ed è pure in mio potere il riprenderla di nuovo” (Gv 10,18). Così aveva detto Gesù agli Ebrei prima della sua Passione; e la morte adesso sentirà tutta la forza di questa parola del padrone del mondo.

La Domenica, il giorno della Luce, comincia a spuntare; il primo chiarore dell’aurora combatte già le tenebre. E subito l’anima divina del Redentore si slancia dalla prigione del Limbo, seguita dal numeroso stuolo delle sante anime che l’avevano attorniata. Essa traversa lo spazio in un batter d’occhio e, penetrando nel sepolcro, rientra in quel corpo dal quale si era distaccata tre giorni prima in mezzo agli spasimi dell’agonia. Le sacre spoglie si rianimano, si risollevano, si liberano dai lenzuoli, dagli aromi e dalle bende in cui erano avvolte. Le lividure sono sparite, il sangue è tornato e scorre nelle vene; e da quelle membra lacerate dalla flagellazione, da quella testa ferita dalle spine, da quei piedi e da quelle mani traforate dai chiodi, si sprigiona una vivissima luce che sfolgora nella caverna. Gli Angeli che adorarono teneramente il fanciullo di Betlemme, adorano adesso, tremando, il vincitore del sepolcro; piegano con rispetto, e depongono sulla pietra, dove quel corpo riposava immobile fino a pochi istanti prima, i lenzuoli nei quali era stato avvolto dalla pietà dei due discepoli e delle pie donne.

Ma il Re dei Secoli non deve attardarsi oltre sotto la volta funebre; più rapido della luce che attraversa il cristallo, supera l’ostacolo che oppone la pietra posta all’entrata della caverna, che la pubblica autorità aveva sigillato e circondato di soldati armati. Tutto è restato intatto: ma il Trionfatore della morte è tornato a libertà, simile a quando apparve agli occhi di Maria nella povera stalla, senza alcuna violenza per il seno materno, secondo quanto unanimemente ci dicono i Dottori della Chiesa. Questi due misteri della nostra fede si riuniscono e proclamano il primo e l’ultimo termine della missione del Figlio di Dio: all’inizio una Madre rimasta vergine; alla fine un sepolcro sigillato, che restituisce colui che vi teneva prigioniero.

La sconfitta della morte.

Il silenzio più profondo regna ancora nel momento in cui l’Uomo-Dio ha spezzato lo scettro della morte. La sua e la nostra liberazione non gli hanno costato alcuno sforzo. Oh! Morte, cosa resta adesso del tuo impero? Il peccato ci aveva consegnato a te: tu riposavi sulla conquista fatta; ed ecco che la tua sconfitta arriva al colmo. Quel Gesù che eri così fiera di tenere in tuo potere, ti è sfuggito; e tutti noi, dopo esser stati in tuo possesso, ci troveremo pure liberati. La tomba che ci scavi diventerà la nostra culla per una Vita nuova, poiché colui che ha trionfato su di te è il primogenito tra i morti (Ap 1,5). Ed oggi è la Pasqua, il Transito, la liberazione, per Gesù e per tutti i suoi fratelli. Noi seguiremo tutti la strada che Egli ci ha tracciata; e verrà il giorno in cui tu, che ogni cosa distruggi, tu la nemica, tu sarai annientata a tua volta dal regno dell’immortalità (1Cor 15,26).

Ma noi contempliamo la tua sconfitta fin da questo momento e ripetiamo, a tua vergogna, il grido del grande Apostolo: “O morte, dov’è la tua vittoria? Dov’è il tuo pungiglione? Per un momento hai trionfato ed eccoti assorbita nella vittoria” (ivi, 55).

L’apertura del sepolcro.

Ma il sepolcro non dovrà restare sempre sigillato: bisogna che si apra e che dimostri in pieno giorno che colui il cui corpo inanimato vi dimorò per qualche ora, l’ha abbandonato per sempre. Improvvisamente trema la terra, come al momento in cui Gesù spirava sulla Croce; ma questa convulsione del globo terrestre non indica più l’orrore: esso adesso esprime l’allegrezza. L’Angelo del Signore scende dal Cielo; toglie la pietra dall’ingresso, sedendovi sopra maestosamente; il suo vestito è di una bianchezza abbagliante ed i suoi occhi lanciano lampi sfolgoranti. A quella vista le guardie cadono a terra dallo spavento; e restano là come morti, finché calmati nel loro terrore dalla bontà divina, si rialzano e, abbandonando quel luogo, si dirigono verso la città, a render conto di ciò che hanno veduto.

L’apparizione alla Madonna.

Nel medesimo tempo, Gesù risorto, prima che alcun essere mortale abbia potuto contemplarlo nella sua gloria, ha attraversato lo spazio e in un attimo si è riunito alla sua Santissima Madre.

Egli è il figlio di Dio, il Trionfatore della morte, ma è pure figliuolo di Maria. Ella gli è stata vicina, assistendolo fino al termine della sua agonia; ha unito il sacrificio del suo cuore materno a quello che egli stesso offriva sulla Croce; è dunque giusto che siano per lei le prime gioie della risurrezione. Il santo Vangelo non annovera tra le apparizioni quella del Salvatore a sua Madre, mentre lo fa dettagliatamente per tutte le altre; è facile capirne la ragione.

Quest’ultime avevano per scopo di divulgare il fatto della Risurrezione, mentre quella era solo reclamata dal cuore di un figlio, e di un figlio come Gesù. La natura e la grazia esigevano questo primo incontro, che nella sua misteriosità commovente, forma la delizia della anime cristiane. Non vi era bisogno che fosse registrata nei libri sacri; la tradizione dei Santi Padri, a cominciare da S. Ambrogio, era sufficiente a trasmettercela, anche se i nostri cuori non ne avessero avuto prima il presentimento. E quando noi ci domandiamo per quale ragione il Signore, che doveva uscir dalla tomba di Domenica, volle farlo nelle prime ore del giorno, ancora prima che il sole sorgesse ad illuminare l’universo, noi ci associamo senza difficoltà, al parere di quegli autori che hanno attribuito questa premura del Figlio di Dio al desiderio che aveva il suo cuore di mettere fine alla dolorosa attesa della più tenera e della più afflitta delle Madri.

Quale parola umana oserebbe provarsi a descrivere le effusioni del Figlio e della Mamma, in quell’ora tanto desiderata? Gli occhi di Maria, consumati dal pianto e dall’insonnia, si aprono improvvisamente nella dolce e viva luce che le annunzia l’avvicinarsi del suo diletto; la voce di Gesù risuona alle sue orecchie, non più con quell’accento doloroso che poco prima scendeva dall’alto della croce e, quale spada, trapassava il suo cuore materno, ma piena di gioia e di tenerezza, come si conviene a un figlio che viene a raccontare i suoi trionfi a colei che gli ha dato la luce.

L’aspetto di quel corpo sanguinante e inanimato, che tre giorni fa ella prendeva tra le sue braccia, ora è radioso e pieno di vita, come se emanasse il riflesso di quella divinità alla quale è unito; le carezze di un simile figlio, le sue parole di tenerezza, gli abbracci suoi, che son quelli di un Dio: ecco la scena rappresentataci in modo sublime dalla parola del Ruperto, che ci dipinge l’effusione di gioia di cui il cuore di Maria si trova ricolmo, come un torrente di felicità che la esalta e le toglie lo strazio dei dolori atroci che ella ha dovuto sopportare [1].

Nondimeno questa profusione di delizie che il Figlio di Dio aveva preparato a sua Madre, non fu così subitanea, come le parole di questo autore del XII secolo potrebbero farci credere. Nostro Signore ha voluto descrivere, egli stesso, quella scena in una rivelazione fatta a santa Teresa. Si degnò di confidarle che la sua divina Mamma era così profondamente abbattuta, da non resistere ancora molto senza soccombere al suo martirio e che, quando si mostrò a lei, appena uscito dal sepolcro, ebbe bisogno di qualche istante per ritornare in se stessa, prima di ritrovarsi in istato di godere una tale gioia; e il Signore aggiunge che le restò non poco vicino, perché questa sua prolungata presenza le era necessaria [2].

Noi cristiani, che amiamo la Madre nostra, che l’abbiamo vista sacrificare sul Calvario il suo Figliolo, dividiamo con cuore filiale la felicità di cui Gesù si compiace di colmarla in questo momento, e impariamo, nel medesimo tempo, a compatire i dolori del suo cuore materno. È questa la prima manifestazione di Gesù risorto: ricompensa della fede che fu sempre viva nel cuore di Maria, anche durante l’oscurità dell’eclissi che era durata tre giorni.

Ma è giunto il tempo in cui il Cristo si mostrerà ad altri, e che la gloria della Risurrezione comincerà a brillare sul mondo. Si è fatto vedere prima di tutto da colei che fra le creature gli era la più cara e che sola era degna di una tale felicità; adesso, nella sua bontà, ricompensa, con la sua visione consolante, le anime devote che sono rimaste fedeli all’amor suo, in un lutto forse troppo umano, ma ispirato a una riconoscenza che, né la morte, né il sepolcro, avevano scoraggiato.

Le Pie Donne al Sepolcro.

Maddalena e le sue compagne, ieri, quando il tramonto del sole venne ad annunciare che, secondo gli usi degli Ebrei, la grande giornata del Sabato lasciava il posto a quella della Domenica, uscirono per la città in cerca degli aromi per andare ad imbalsamare nuovamente il corpo del loro amato Maestro, appena la luce del giorno avesse permesso di recarsi a compiere questo pietoso dovere. La notte trascorse insonne; e le tenebre non erano ancora completamente dissipate, quando Maddalena, con Maria Madre di Giacomo, e Salome, prendevano la via del Calvario, presso il quale era la tomba dove riposava Gesù. Preoccupate com’erano, non si domandavano neppure quali braccia avrebbero potuto sollevare la pietra che chiudeva l’ingresso della grotta; ancor meno avevano pensato al sigillo della pubblica autorità che bisognava rompere. Arrivarono il primo sorgere del giorno e la prima cosa che colpì i loro sguardi fu la pietra posta a chiusura dell’ingresso, tolta dal suo posto, lasciando così penetrare lo sguardo nell’antro sepolcrale. L’Angelo del Signore, che aveva assolto la missione di togliere questa pietra, e che vi si era seduto sopra, come su di un trono, non le lasciò a lungo nello stupore che le aveva invase: “Non temete – dice loro – perché so che cercate Gesù il Crocifisso. Non è qui, perché è risorto, come disse; venite, vedete il luogo dove egli giaceva”.

Era troppo per queste anime, che l’amore del Maestro trasportava, ma che ancora non lo conoscevano in una maniera più spirituale. Esse ne restarono “costernate”, ci dice il santo Vangelo. È un morto che cercano: un morto che era carissimo; vien loro detto che è risuscitato; e questa parola non risveglia in loro nessun ricordo. Altri due Angeli si presentano nella grotta, tutta illuminata dallo splendore che diffondono. Abbagliate da questa luce inattesa, Maddalena e le sue compagne, ci dice san Luca, abbassano a terra gli sguardi contristati e pieni di meraviglia.

“Perché cercate tra i morti – dicono loro gli Angeli – colui che vive? Non sta qui, ma è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che il Figliuolo dell’Uomo doveva essere dato in mano a uomini peccatori e messo in croce e risorgere il terzo giorno”.

Queste parole fanno una certa impressione sulle pie donne; e in mezzo all’emozione un lieve ricordo del passato sembra rinascere nella loro memoria. E gli Angeli continuano: “Andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che è risuscitato e li precede in Galilea”.

Esse escono in fretta dal sepolcro e si dirigono verso la città con l’animo diviso tra un sentimento di terrore e quello di una gioia intima che le pervade loro malgrado. Nondimeno non hanno visto che un’apparizione di Angeli e un sepolcro aperto e vuoto. Gli Apostoli, al loro racconto, ben lungi dal lasciarsi andare alla speranza, attribuiscono, ci dice ancora san Luca, all’esaltazione del sesso debole tutte le meraviglie che le pie donne, insieme, vengono a riferire. La Risurrezione, predetta così chiaramente e a diverse riprese dal Maestro non torna alla memoria neppure a loro.

La Maddalena si rivolge in particolare a Pietro e a Giovanni; ma quanto è ancora debole anche la sua fede! Ella era andata ad imbalsamare il corpo del suo amato Maestro e non l’ha più trovato; ora sfoga la sua dolorosa delusione con i due Apostoli: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro – dice – e non sappiamo dove l’abbiano messo”.

Pietro e Giovanni al Sepolcro.

Pietro e Giovanni decidono di recarsi sul luogo. Penetrano nell’antro, vedono i lenzuoli piegati ordinatamente sulla tavola di pietra su cui è stato deposto il corpo del loro Maestro; ma gli Spiriti Celesti, che ne fanno la guardia, non si mostrano ad essi. Giovanni, però, come lui stesso ce ne dà testimonianza, in quel momento acquista la fede: d’ora in avanti crederà alla risurrezione di Gesù.

Noi non facciamo che sorvolare su fatti che avremo occasione di meditare più tardi, quando la Liturgia li riporterà sotto i nostri occhi. In questo momento si tratta solamente di seguire, nel loro insieme, gli avvenimenti di quel giorno: il più solenne di tutti.

Fino ad ora Gesù non è apparso che alla Madre sua; le pie donne non hanno veduto che degli Angeli che hanno loro parlato. Questi Spiriti Celesti hanno raccomandato di andare ad annunziare la risurrezione del loro Maestro ai Discepoli e a Pietro. Esse non ricevono la stessa commissione per Maria: e facile comprenderne la ragione: il figlio si è già riunito a sua Madre ed il misterioso e commovente incontro si sta ancora svolgendo, durante questi preludi. Ma ormai il sole brilla già in tutto il suo splendore e le ore del mattino avanzano; sarà l’Uomo-Dio a proclamare egli stesso il trionfo che, in lui, riporta sulla morte il genere umano. Seguiamo con profondo ossequio l’ordine di queste manifestazioni, sforzandoci di scoprirne rispettosamente il mistero.

L’apparizione a Maria Maddalena.

Maddalena, dopo il ritorno dei due Apostoli, non ha potuto resistere al desiderio di visitare nuovamente la tomba del Maestro. Il pensiero che quel corpo sparito, e forse – chissà? – divenuto lo zimbello dei suoi nemici, possa giacere senza onore e senza sepoltura, tormenta la sua anima ardente e sconvolta. Ella si è rimessa in cammino e presto arriva alla porta del sepolcro. Là, nel suo inconsolabile dolore, scoppia in singhiozzi; poco dopo, chinandosi verso l’interno dell’antro, scorge i due Angeli, seduti ciascuno ad una delle estremità della tavola di pietra sulla quale, sotto i suoi occhi, fu steso il corpo di Gesù. Ella non li interroga: son loro che parlano: – Donna – essi dicono – perché piangi?

– Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo!

E dopo queste parole si volge senza aspettarne la risposta. Improvvisamente si trova di fronte ad un uomo, e quest’uomo è Gesù. Maddalena non lo riconosce: sta cercando il corpo morto del suo Maestro e vuole seppellirlo di nuovo. L’amore la guida, ma la fede non rischiara quell’amore; non si accorge che colui del quale cerca le spoglie inanimate è là, vivente, presso di lei.

Gesù, nella sua ineffabile condiscendenza, si degna di farle sentire la sua voce: “Donna – le dice – perché piangi? Cosa cerchi?”. Maddalena non ha riconosciuto neppure quella voce; il suo cuore è come intormentito da una eccessiva e cieca sensibilità. Il suo spirito non conosce ancora Gesù. Nondimeno tiene gli occhi fissi su di lui; ma la sua immaginazione, che la trascina, le fa vedere in quell’uomo il guardiano del giardino che circonda il sepolcro. Forse, pensa, è lui che ha nascosto il tesoro che cerco; e, senza riflettere più a lungo, si rivolge ad esso sotto quell’impressione: “Signore – dice umilmente allo sconosciuto – se siete voi che l’avete tolto ditemi dove lo avete messo e io lo porterò via”.

Era troppo per il cuore del Redentore degli uomini, per Colui che si degnò di lodare chiaramente in casa del Fariseo l’amore della povera peccatrice; non può più tardare a ricompensare questo tenero affetto: le darà la luce per comprendere.

Allora, con un accento che ravviva nella Maddalena la memoria per tanti episodi di divina familiarità, non le dice che una sola parola: “Maria!”. “Maestro”, risponde lei con tutta la sua effusione, improvvisamente illuminata sullo splendore di quel mistero. E con uno slancio posa le sue labbra su quei sacri piedi, come quando, abbracciandosi ad essi, ricevette il perdono delle sue colpe. Ma Gesù la ferma; non è ancora venuto il momento di abbandonarsi a lunghe espansioni di gioia. Occorre che Maddalena, primo testimonio della risurrezione dell’Uomo-Dio, venga elevata, per merito del suo amore, al più alto grado di onore. Non è opportuno che Maria riveli ad altri i segreti del suo amore materno; sarà dunque Maddalena che dovrà testimoniare ciò che ella ha visto e ciò che ha udito in quel giardino. È lei che sarà, come dicono i Santi Dottori, l’Apostolo degli stessi Apostoli. Gesù le dice: “Va’ dai miei fratelli e di’ loro che io ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”.

Questa è la seconda apparizione di Gesù risuscitato: l’apparizione a Maria Maddalena, la prima nell’ordine delle testimonianze.

La mediteremo nuovamente giovedì mattina; ma adoriamo fin da questo istante la bontà del Signore, che, prima ancora di pensare a confermare i suoi Apostoli nella fede della Risurrezione, si degna di compensare l’amore di quella donna che l’ha seguito fin sotto la croce, fino al di là della tomba e che, essendo a lui debitrice di più degli altri, ha saputo anche più degli altri amare. Apparendo per primo a Maddalena, Gesù ha voluto anzitutto dimostrare il suo amore divino verso le creature: amore che ha fatto precedere anche all’affermazione della sua gloria.

Maddalena si affretta ad adempiere l’ordine del suo Maestro e, dirigendosi verso la città, non tarda a trovarsi alla presenza dei Discepoli. “Ho visto il Signore – dice – ed Egli mi ha detto questo”. Ma la fede non è ancora penetrata nelle loro anime; solamente Giovanni, al sepolcro, ne ha ricevuto il dono, anche se i suoi occhi non videro che la tomba vuota. Ricordiamoci che, pure essendo fuggito insieme agli altri, lo ritroviamo al Calvario per ricevere l’ultimo respiro di Gesù, e che là è divenuto il figlio adottivo di Maria.

L’apparizione alle Pie Donne.

Intanto le compagne della Maddalena, Maria madre di Giacomo, e Salome, che da lontano l’hanno seguita sulla strada del sepolcro, tornano sole a Gerusalemme. Improvvisamente Gesù si presenta al loro sguardo e le ferma: “Vi saluto” dice. A queste parole il loro cuore divampa di tenerezza e di ammirazione. Esse si gettano con ardore ai suoi piedi, abbracciandoli in atto di adorazione.

È la terza volta che il Salvatore appare risuscitato; questa, meno intima, ma più familiare di quella di cui la Maddalena fu favorita. Gesù non farà passar la giornata senza manifestarsi a coloro che sono chiamati a divenire gli araldi della sua gloria; ma ha voluto, prima di tutto, rendere onore, di fronte ai secoli futuri, a queste generose donne che, affrontando il pericolo e vincendo la debolezza del loro sesso, lo hanno consolato sulla croce con una fedeltà che non trovò in quelli che erano stati prescelti e colmati dei suoi favori. Intorno al Presepio, da dove per la prima volta si mostrava agli uomini, aveva convocato, per mezzo della voce degli Angeli, alcuni poveri pastori, prima di chiamare i re, con l’intervento di una stella. Oggi che è arrivato all’apice della gloria, che ha posto il sigillo a tutte le sue opere, mediante la sua Risurrezione, rendendo testimonianza, così, della sua origine divina e dandone la prova alla nostra fede col più irrefragabile prodigio, aspetta, prima di istruire e di illuminare gli Apostoli, che alcune umili donne siano state da lui istruite, consolate, colmate dai segni del suo amore. Quale grandezza d’animo in questo modo di agire, così soave e forte, del Signore Iddio! Come ha ragione di dirci col Profeta: “Non quali i miei pensieri, sono i vostri pensieri” (Is 55,8).

Se fossimo stati noi a dover stabilire le circostanze relative alla sua venuta nel mondo, cosa non avremmo fatto per richiamare attorno alla sua culla ricchi e poveri, in una parola l’intero genere umano? Con quale frastuono avremmo promulgato, di fronte a tutte le nazioni, il miracolo dei miracoli, la Risurrezione del Crocifisso, il suo trionfo sulla morte, l’immortalità riconquistata? Il Verbo, che è “Potenza e Sapienza di Dio” (1Cor 1,24) ha deciso altrimenti. Al momento della sua nascita non ha voluto, come primi adoratori, che degli uomini semplici, i cui racconti non dovevano riscuotere un credito al di là di Betlemme; ed ecco che, ai nostri giorni, la data di quella nascita corrisponde all’inizio dell’era di tutti i popoli civili. Quali primi testimoni della sua Risurrezione non ha scelto che alcune deboli donne; ed ecco che in questo medesimo giorno, all’epoca nostra, la terra intera celebra l’anniversario della Risurrezione. Tutto ne rimane scosso: uno slancio, sconosciuto nel resto dell’anno, si fa sentire anche dai più indifferenti; l’incredulo che vive gomito a gomito con il credente sa, per lo meno, che oggi è Pasqua; ed anche dal seno delle stesse nazioni infedeli, innumerevoli voci di cristiani si uniscono alle nostre, affinché si elevi a Gesù risuscitato, da ogni parte del globo, l’acclamazione che ci unisce tutti, quali un popolo solo: il festevole Alleluia.

Dobbiamo esclamare con Mosè, come quando il popolo eletto celebrò la prima Pasqua e traversò all’asciutto il Mar Rosso: “Chi a Te pari tra gli dei, Signore?” (Es 15,11).

[1] Gli Offici Divini, l. vii; c. xxv.

[2] Vita di santa Teresa scritta da se stessa: nelle appendici.

MESSA

L’ora di terza ha riunito nella Basilica tutti gli abitanti della città. Il sole, levatesi radioso, sembra riversi una luce più viva; l’impiantito della Chiesa è tutto cosparso di fiori.

Al disotto dei mosaici dell’abside, il cui smalto scintilla di nuovo splendore, i muri sono tappezzati di drappi preziosi; ghirlande di foglie, come archi trionfali, si snodano in festoni tra le colonne della navata centrale, prolungandosi, poi, fino a quelle laterali; numerose lampade, alimentate dall’olio più puro, ardono intorno all’altare, sospese al ciborio; sorretto dalla sua elegante colonna, il cero pasquale, che dopo le prime ore di ieri sera non è stato più spento, innalza la sua fiamma sempre viva, imbalsamando l’aria del luogo santo col profumo di cui è impregnato. Simbolo misterioso della luce di Cristo, esso rallegra lo sguardo dei fedeli e sembra dire a tutti: “Alleluia! Il Cristo è risorto”.

Ma ciò che più di ogni altra cosa interessa la folla è il folto gruppo dei neofiti in vesti bianche, simili agli Angeli che apparvero al sepolcro; ed è in queste nuove e nobili reclute, che più vivamente si riflette il mistero di Cristo uscito dalla tomba. Ancora ieri essi erano morti a causa del peccato; adesso, invece, sono ripieni di una vita nuova, che è il frutto della vittoria del Redentore sulla stessa morte. E fu un’idea felice della santa Chiesa quella di aver scelto per la loro rigenerazione lo stesso giorno, in cui l’Uomo Dio conquistò per noi l’immortalità.

La Stazione.

A Roma, nei tempi scorsi, la stazione si teneva nella Basilica di S. Maria Maggiore. Con mirabile delicatezza, era stata designata per le sacre funzioni di quel giorno la regina di tutte le numerose chiese dedicate alla Madre di Dio.

E Roma faceva omaggio della solennità pasquale a colei che, più di ogni altra creatura, aveva diritto di provarne le gioie, sia per le angosce che il suo cuore materno aveva dovuto sopportare, sia per la sua fedeltà a conservare la fiducia nella risurrezione, durante le ore che il suo Divin Figliuolo passò nel sepolcro.

Poi la cerimonia della Messa Papale fu trasferita alla Basilica di S. Pietro, più vasta e più adatta alla folla dei fedeli che, venendo ad assistere a Roma alle solennità pasquali, vi rappresentano tutto il mondo cristiano.

Nondimeno il Messale Romano seguita ad indicarci S. Maria Maggiore come la Chiesa della Stazione odierna; e le indulgenze sono restate le stesse in favore di coloro che prendono parte alle funzioni che vi si celebrano.

EPISTOLA (1Cor 5,7-8). – Fratelli: togliete via il vecchio fermento. affinché siate una nuova pasta, come siete, senza lievito: poiché la nostra Pasqua, Cristo, è stata immolata. Facciamo dunque festa non col vecchio lievito, né col lievito della malizia e della malvagità, ma con gli azzimi della purità e della verità.

Dio aveva ordinato agli Israeliti di mangiare l’Agnello Pasquale con pane azzimo, ossia senza lievito, insegnando loro per mezzo di questo simbolo che, prima di cibarsi di quel pasto misterioso dovevano rinunciare alla vita passata, le cui imperfezioni erano raffigurate dal lievito. Noi Cristiani, attratti da Cristo verso questa vita nuova di cui Egli ci ha aperto la via risuscitando per il primo, dobbiamo, d’ora in poi, tendere solo ad opere pure, ad azioni sante, azzimo destinato ad accompagnare l’Agnello Pasquale, che diviene oggi nostro nutrimento.

Per accrescere la gioia dei fedeli, la Santa Chiesa aggiunge ai suoi canti ordinari un’opera poetica nella quale si respira il più vivo entusiasmo verso il Redentore uscito dalla tomba. Questa è stato chiamata SEQUENZA, perché è quasi una continuazione ed un prolungamento del canto dell’Alleluia. Viene attribuita a Wippon († 1050), cappellano degli imperatori Corrado II ed Enrico III.

Alla Vittima Pasquale offrano lode i cristiani.  
L’Agnello redense le pecorelle: Cristo, innocente, riconciliò col Padre i peccatori.
  
In meraviglioso duello si son battute la morte e la vita: l’autore della vita, morto, regna vivo.  
Dicci, Maria, che hai veduto per via?  
Ho visto il sepolcro di Cristo vivente e la gloria di lui risorto,  
Gli Angeli testimoni, il sudario e le vesti.  
È risorto Cristo, mia speranza; vi precederà in Galilea.  
Sappiamo che Cristo è veramente risorto da morte. O Re vittorioso, abbi pietà, di noi. Amen. Alleluia.

La Santa Chiesa oggi prende da san Marco, preferendolo agli altri Evangelisti, il racconto della Risurrezione. Egli fu discepolo di san Pietro; a Roma scrisse il suo Vangelo, sotto l’ispirazione del Principe degli Apostoli. È quindi conveniente che in una simile solennità si oda, in certo modo, la voce di colui che il Divin Risuscitato ha proclamato la Pietra fondamentale della sua Chiesa ed il Pastore supremo delle sue pecorelle e dei suoi agnelli.

VANGELO (Mc 16,1-7). – In quel tempo: Maria Maddalena e Maria Madre di Giacomo, e Salome, comprarono degli aromi per andare ad imbalsamare Gesù. E di buon mattino, il primo giorno della settimana, arrivarono al sepolcro sul levar del sole. E dicevano tra di loro: “Chi ci ribalterà la pietra dalla bocca del sepolcro?”. E guardando videro la pietra già mossa, ed era molto grande. Ed entrate nella tomba, scorsero un giovinetto seduto a destra, vestito di bianco e si spaventarono. Ma egli disse loro: “Non vi spaventate. Voi cercate Gesù Nazareno che è stato crocifisso. È risuscitato: non è qui: ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; ivi voi lo vedrete, come vi ha detto”.

Il vincitore della morte.

Non è qui, perché è risorto”. Un morto, che delle mani pietose avevano steso là, su quella tavola di pietra, in quella grotta, ecco che si è levato e senza neppure manomettere la pietra che ne chiudeva l’ingresso, si è slanciato in una vita che non dovrà più aver fine. Nessuno gli ha portato soccorso; nessun profeta, nessun inviato da Dio si è chinato su quel cadavere per richiamarlo in vita. È lui stesso che, per virtù propria, è risuscitato. Per lui, la morte non è stata una necessità, ma l’ha subita perché l’ha accettata; e l’ha spezzata quando ha voluto. Oh! Gesù che potete beffarvi della morte, voi siete il Signore Dio nostro! Noi pieghiamo il ginocchio davanti al sepolcro vuoto, che la vostra presenza di qualche ora ha reso sacro per sempre.

Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ecco i lenzuoli, le bende che non hanno avuto il potere di fermarvi e che attestano il vostro volontario passaggio sotto il giogo della morte.

L’Angelo disse alle donne: “Voi cercate Gesù Nazareno che è stato crocifisso”. Ricordo pieno di lacrime! L’altro ieri portarono qui le sue spoglie, livide, lacerate, sanguinanti. Quella grotta, la cui pietra è stata tolta violentemente dalla mano dell’Angelo, e che uno Spirito celeste illumina ora di un chiarore abbagliante, aveva nascosto nella sua ombra la più desolata di tutte le madri; in essa avevano risonato i singhiozzi di Giovanni e dei due discepoli, i lamenti della Maddalena e delle sue compagne. Il sole spariva all’orizzonte: il primo giorno della sepoltura di Gesù stava per cominciare. Ma il Profeta aveva predetto: “A sera alberga il pianto e al mattino la gioia” (Sal 29, 6).

Ed ecco che noi vi siamo giunti, a quel felice mattino, e grande è la nostra gioia, o Redentore, nel vedere che quella stessa tomba dove noi vi accompagnammo con sincero dolore, non è più ora che il trionfo della vostra vittoria. Sono dunque guarite quelle piaghe che baciammo con amore, rimproverandoci di esserne la causa! Voi vivete, immortale, più gloriosamente che mai; e perché non abbiamo voluto morire al peccato, mentre voi morivate proprio per espiare i peccati, volete che noi viviamo ora con voi eternamente e che la vostra vittoria sia pure la nostra; che la morte per noi come per voi, non sia che un passaggio e che ci renda un giorno intatto e radioso questo corpo, che la tomba non riceverà più d’ora in avanti che quale deposito. Gloria, lode ed amore, sia dunque a voi, che vi siete degnato non soltanto di morire, ma anche di risuscitare per noi!

Antichi riti.

Nel medio evo, alla Messa Papale, mentre il Pontefice recitava l’orazione segreta, i due Cardinali-Diaconi più giovani si staccavano dai loro colleghi, e, ricoperti della dalmatica bianca, andavano a mettersi ciascuno ad una estremità dell’altare, col volto rivolto verso il popolo. Rappresentavano così i due angeli che facevano la guardia al sepolcro del Salvatore e che apparvero alle pie donne, annunziando la risurrezione del maestro. Questi due diaconi, rimanevano là in silenzio fino al momento in cui il Papa lasciava l’altare, all’Agnus Dei, per risalire in trono, dove si sarebbe poi comunicato.

A S. Maria Maggiore si seguiva anche un altro uso: quando il Pontefice, dopo la frazione dell’Ostia, indirizzava ai fedeli il suo augurio di pace, con le consuete parole: “Pax Domini sit semper vobiscum”, il coro non rispondeva come nei giorni ordinari “Et cum spiritu tuo”. La tradizione racconta che in questa solennità, e nella medesima Basilica, san Gregorio Magno celebrava un giorno il Divin Sacrificio; appena pronunciate queste parole, un coro di angeli gli rispose con una melodia così soave che le voci umane ammutolirono, non osando di unirsi al celeste concerto. L’anno seguente, senza osare di rispondere al Pontefice, si attese che le angeliche voci si facessero nuovamente sentire: attesa che durò per diversi secoli; ma il prodigio che Dio aveva operato una volta per il suo servo Gregorio, non si ripetè mai più.

Finalmente ecco giungere il momento in cui la folla dei fedeli si avvicinerà alla Comunione. L’antica chiesa delle Gallie in tale istanza indirizzava il suo richiamo a tutta la moltitudine che desiderava il pane di vita. Questa antifona venne conservata nelle nostre Cattedrali, anche dopo l’introduzione della Liturgia Romana, per opera di Pipino e Carlo Magno; ed essa non fu abolita completamente, che in seguito alle innovazioni del secolo XVIII. Il canto che l’accompagnava si ispirava alla maestà del mistero odierno: noi ne riportiamo qui le parole, con l’intento di aiutare i fedeli ad accostarsi con maggiore rispetto a quella mensa, ove l’Agnello Pasquale sta per donarsi.

Popoli venite; avvicinatevi al mistero immortale; venite a gustare la sacra libazione.  
Avanziamo con timore, con fede, con le mani pure; veniamo ad unirci a colui che è prezzo della nostra penitenza:  
l’Agnello offerto in sacrificio a Dio suo Padre.  
Adoriamolo, glorifichiamolo e, insieme agli Angeli, cantiamo Alleluia.

 

Usi romani.

A Roma, il Papa scende i gradini del trono e, sorreggendo sulla fronte la triplice corona, si siede sulla sedia gestatoria, portata a spalla dai servi di palazzo, ed avanza nella navata centrale. Poi, giunto al luogo prestabilito, ne discende e s’inginocchia umilmente. Allora, dall’alto delle tribune della cupola, alcuni sacerdoti, indossanti la stola, mostrano al Pontefice ed al popolo il santo legno della Croce e il velo chiamato della Veronica, sul quale sono impressi i lineamenti del Salvatore, sfigurati com’erano durante la salita al Calvario. Questo ricordo dei patimenti e delle umiliazioni dell’Uomo-Dio, evocato al momento stesso in cui il suo trionfo sulla morte è stato proclamato con tanto splendore, mette in risalto una volta di più la gloria e la potenza del Divin Risuscitato, e ricorda a tutti con quale amore e fedeltà si è degnato compiere la missione che aveva accettato per la nostra salvezza. E proprio oggi, non dice, egli stesso ai discepoli di Emmaus: “Non doveva il Messia tali cose patire e così entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26).

La cristianità intera in questo momento rende onore alle sue sofferenze e alla gloria sua nella persona del Capo visibile. Dopo aver passato qualche istante in umile adorazione, il Pontefice, messa nuovamente la tiara, rimonta sulla sedia gestatoria ed è condotto verso la galleria superiore, dall’alto della quale impartirà la benedizione apostolica a tutta la folla immensa adunatasi nella piazza di S. Pietro.

Benedizione dell’agnello.

Si è ancora conservato l’uso di far benedire un agnello e di mangiarne la carne il giorno di Pasqua. E noi vi diamo qui, quale completamento dei riti della Pasqua Cristiana, la preghiera che la Chiesa usa per questa benedizione. I fedeli conosceranno con piacere questa antica formula che ci riporta ad altri costumi, e chiederanno a Dio il ritorno a quella semplicità ed a quella fede pratica che davano un significato così profondo ed una grandiosità così solida anche agli avvenimenti di minore importanza della vita dei nostri avi:

O Dio, che nel giorno della liberazione del vostro popolo dal giogo dell’Egitto, avete ordinato per mezzo del vostro Mosè che s’immolasse un Agnello, quale figura di Nostro Signore Gesù Cristo, e che avete comandato che si segnassero col sangue di questo agnello le porte delle case; degnatevi benedire e santificare questa creatura di carne, della quale noi, vostri servitori, desideriamo far uso a vostra gloria, per festeggiare la risurrezione del medesimo Gesù Cristo Signor nostro, che vive e regna con voi nei secoli dei secoli. Amen.

Benedizione delle uova.

La carne degli animali non era l’unico nutrimento interdetto ai cristiani dalla legge quaresimale, la quale proibiva anche le uova, nella loro qualità di cibo da essi prodotto. Tale prescrizione non è più in vigore ai giorni nostri, ma prima che la Chiesa facesse questa nuova concessione alla debolezza attuale, era necessario che ogni anno una dispensa più o meno estesa venisse a rendere legittimo l’uso di un alimento universalmente proscritto durante la quaresima. Le Chiese orientali hanno conservato assai meglio tale disciplina e non conoscono questo genere di dispense. Nella loro gioia di ricuperare un cibo, la cui sospensione era stata penosa, i fedeli domandavano alla Chiesa di benedire le prime uova che sarebbero riapparse sulla mensa pasquale. Ed ecco la preghiera che la Chiesa impiegava per corrispondere al loro desiderio:

Degnatevi, Signore, spandere la grazia della vostra benedizione su queste uova che sono vostre creature; affinché esse siano un nutrimento salubre ai fedeli che stanno per nutrirsene in atto di ringraziamento per i vostri benefici, in questo giorno della risurrezione di nostro Signor Gesù Cristo, che vive e regna con voi nei secoli dei secoli. Amen.

Che sia dunque lieto il convito pasquale benedetto dalla Chiesa nostra Madre; e che accresca, per mezzo della sua santa libertà, l’allegrezza di questo giorno! Le solennità religiose devono essere, tra i cristiani, feste di famiglia; ma, durante tutto il ciclo liturgico, non ve ne è nessuna che sia paragonabile a questa, da noi attesa così a lungo e che ci ha portato, al medesimo tempo, la misericordia del Signore che perdona e la speranza dell’immortalità.

IL SANTO GIORNO DELLA PASQUA: IL POMERIGGIO

La tristezza degli Apostoli.

La giornata si avanza e Gesù non si è mostrato ai suoi discepoli. Le pie donne sono pervase dalla gioia e dalla riconoscenza che sentono per il favore di cui furono l’oggetto. Hanno reso la loro testimonianza agli Apostoli: non sono più soltanto gli Angeli ad essere loro apparsi, ma lo stesso Gesù che si è mostrato, degnandosi di parlare con esse; hanno abbracciato i suoi piedi sacri e restano ferme nelle loro affermazioni. Tuttavia non arrivano a vincere lo scoraggiamento di quegli uomini che gli avvenimenti della Passione del Maestro hanno profondamente abbattuti.

Qualunque resoconto essi ascoltino, restano tristi come persone che hanno avuto una crudele delusione. Eppure sono gli stessi che Vedremo tra breve affrontare i supplizi della morte, per testimoniare la Risurrezione di quel Maestro, il cui ricordo, in questo momento, è per loro come una umiliazione.

Possiamo farci un’idea delle impressioni di cui sono preda, ascoltando la conversazione di due uomini che hanno passato con loro una parte del giorno e che avevano essi pure avuto relazione con Gesù. Tra poco, sulla strada di Emmaus, così esprimeranno lo stato dell’animo loro disilluso: “Noi speravamo che fosse per redimere Israele; invece (oltre a tutto questo) oggi è il terzo giorno da che tali cose sono avvenute. Ma certe donne di tra noi ci hanno meravigliati, perché, essendo andate la mattina presto al sepolcro, e non avendo trovato il corpo di lui, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di Angeli che lo dicono vivo. Ed alcuni dei nostri sono andati al sepolcro, ove hanno riscontrato quanto avevan detto le donne, ma lui non l’han trovato”.

Cosa sorprendente! L’annunzio della Risurrezione, che molte volte Gesù aveva fatto dinanzi ad essi, anche in presenza degli Ebrei, non tornava alla loro memoria; tanto lo spettacolo e il ricordo della morte soffocano, negli esseri umani, il sentimento di questa novella nascita che il nostro corpo deve attingere nella tomba!

L’apparizione a san Pietro.

È necessario però che Gesù risuscitato si manifesti a coloro che dovranno portare la testimonianza della sua divinità fino ai confini del mondo. Per ora le sue apparizioni si sono effettuate solamente per soddisfare la sua tenerezza filiale verso la Madre, e la sua infinita bontà verso quelle anime che avevano risposto, per quanto potevano, ai suoi benefici.

Ma ecco che sembra arrivato il momento di pensare alla sua gloria; almeno ci verrebbe fatto di crederlo. Aspettiamo ancora, però: Gesù ha voluto anzitutto ricompensare l’amore, ma prima di proclamare il suo trionfo, sente il bisogno di dimostrare la sua generosità. Il collegio apostolico, i cui membri sono tutti fuggiti al momento del pericolo, ha visto il suo capo mancare fino a rinnegare, di fronte alla parola di una serva, quel Maestro che l’aveva colmato di onori. Ma dopo lo sguardo di rimprovero e di perdono che gli ha lanciato Gesù nella casa del Gran Sacerdote, egli non ha cessato di deplorare la sua vigliaccheria con le più amare lacrime. Gesù vuole prima di tutto consolare l’umile penitente, assicurarlo a viva voce del suo perdono, e confermarlo di nuovo, con quel segno di divina predilezione, nelle prerogative che gli aveva conferito su tutti gli altri.

Pietro dubita ancora della Risurrezione; non si è convinto alla testimonianza resa dalla Maddalena; ma non tarderà a riconoscere il divin risuscitato nella persona di quel Maestro che ha offeso e che si mostrerà a lui sotto l’aspetto di un amico che perdona.

Fin da questa mattina l’Angelo ha detto alle donne: “Andate i dire ai suoi discepoli e a Pietro, ch’egli vi precede in Galilea”. Perché è specificatamente indicato il nome di Pietro, se non perché egli sappia che, se ebbe la disgrazia di negare Gesù, quello stesso Gesù non lo ha rinnegato? Perché questa volta non viene nominato prima degli altri, se non è con lo scopo di risparmiargli l’umiliazione che sorgerebbe dal contrasto della sua alta dignità con la debolezza che ha commesso? Ma venire menzionato così in modo speciale indica pure che non ha cessato di essere presente nel cuore del Signore: che presto gli sarà possibile espiare col dolore, facendo ammenda onorevole, quella colpa di infedeltà, ai piedi del suo glorioso Maestro, così pieno d’infinita bontà, Pietro è lento a credere; ma il suo pentimento è sincero e merita una ricompensa.

Improvvisamente, durante il pomeriggio, l’Apostolo vede apparire davanti a lui lo stesso Gesù che scorse, tre giorni fa, legato e trascinato dai servi di Caifa e di cui temette di dover dividere la sorte. Ma quel Gesù, così umiliato allora, brilla adesso di tutti gli splendori della sua Risurrezione: è un vincitore; il glorioso Messia; ciò che più vivamente sfolgora dinanzi agli occhi dell’Apostolo, è l’ineffabile bontà di questo Re divino, che rassicura il peccatore ancor più di quanto il suo splendore possa averlo abbagliato. Chi oserebbe provarsi a riprodurre questo colloquio, tra il colpevole e l’offeso, tra il dolore dell’Apostolo, che una tale generosità copre di profonda confusione, e l’assicurazione del perdono che scende dalle sacre labbra e riempie di gioia quel cuore in precedenza così abbattuto? Sii benedetto, o Gesù, di avere risollevato dalla sua bassezza colui che ci lascerai quale nostro capo e nostro padre, quando tu salirai al cielo.

Fede e primato di Pietro.

Dopo avere reso omaggio a questa infinita misericordia del cuore del nostro Salvatore risuscitato con potenza ed espansione non minore di quanto manifestò durante i giorni della sua vita mortale, ammiriamo la sapienza con la quale egli continua a compiere, nella persona di san Pietro, il mistero dell’unità della Chiesa, mistero che deve confermarsi nell’Apostolo e nei suoi successori. Gesù gli aveva detto in presenza degli altri durante l’ultima Cena: “Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”.

È giunto ora il momento di stabilire in Pietro quella fede che non dovrà mai mancargli; e Gesù gliela dà in quell’istante medesimo. È lui stesso, che istruisce per primo, per stabilirne le fondamenta. Ma presto si mostrerà agli altri Apostoli e Pietro sarà presente insieme con i suoi fratelli, di modo che, se questo otterrà dei favori ai quali gli altri non parteciperanno, quelli non ne riceveranno mai senza che egli ne abbia la sua parte. Resta a loro di credere sulla parola di Pietro, come fecero; ed è per mezzo della sua testimonianza che riceveranno la fede nella Risurrezione e la proclameranno, come vedremo tra poco. Poi Gesù apparirà anche a loro, poiché li ama, li chiama suoi fratelli, li destina a predicare la sua gloria per tutta la terra; ma quella fede nella Risurrezione la troverà già stabilita in essi, perché hanno creduto alla testimonianza di Pietro; la quale ha operato in loro il mistero dell’unità, che sarà perpetuato nella Chiesa fino all’ultimo giorno del mondo.

L’apparizione di Gesù al Principe degli Apostoli è poggiata sul Vangelo di san Luca e sulla prima Epistola di san Paolo ai Corinzi, ed è la quarta di quelle che ebbero luogo il giorno della Risurrezione.

IL SANTO GIORNO DELLA PASQUA: LA SERA

L’apparizione ai discepoli di Emmaus.

Durante il corso di questa giornata, ben quattro volte Gesù si è manifestato dopo la sua Risurrezione. Ora gli resta di mostrarsi a tutti gli Apostoli riuniti insieme e di metterli così nella possibilità di unire la loro esperienza personale alla testimonianza che hanno accettato dalle labbra di Pietro. Ma tale è la condiscendenza del Divin Risuscitato verso i suoi discepoli che, lasciando ancora per qualche momento quelli che chiama suoi fratelli e che adesso non dubitano più del suo trionfo, si preoccupa prima di consolare due cuori, la cui afflizione non ha altra causa che la loro poca fede.

Sulla strada che va da Gerusalemme ad Emmaus camminano, pieni di tristezza, due viaggiatori. Dal loro aspetto abbattuto s’indovina facilmente che essi sono in preda ad una crudele delusione e forse, chissà? si allontanano dalla città proprio per un sentimento di angoscia. Erano discepoli di Gesù mentre egli era in vita, ma la morte umiliante del maestro, in cui essi avevano creduto, ha causato loro una desolazione tanto amara quanto profonda. Mortificati di aver compromesso il loro onore, seguendo un uomo che non era ciò che avevano pensato, rimasero nascosti durante le prime ore che seguirono il suo supplizio. Ma ecco che improvvisamente si parlò di una tomba aperta e violata, della sparizione del corpo ivi sepolto. I nemici di Gesù sono potenti e, senza dubbio, in questo momento stanno cercando informazioni sul conto dei violatori di quel sepolcro, la cui pietra era assicurata dai sigilli della pubblica autorità. C’è da credere che le ricerche porteranno davanti al tribunale coloro che avevano seguito un Messia che la Sinagoga ha crocifisso tra due ladroni. Tale, senza dubbio, era l’argomento del dialogo che si svolgeva tra i due viaggiatori.

Ma ecco che essi sono raggiunti da un terzo viandante, e questo è Gesù in persona. La concentrazione dei pensieri sul lugubre soggetto che li preoccupa, ha loro tolto la libertà di riconoscere i suoi lineamenti; allo stesso modo che capita a noi quando, lasciandoci andare ad un dolore troppo umano, perdiamo di vista il Divin compagno che ci viene vicino per camminare con noi e rinsaldare le nostre speranze. Gesù interroga i due sulla causa della loro tristezza, ed essi gliela confessano con semplicità; ed il Re di gloria, colui che in quello stesso giorno aveva vinto la morte, si degna discorrere con loro, spiegando, cammin facendo, tutta la serie degli oracoli che annunziavano le umiliazioni, la morte ed il trionfo finale del Redentore d’Israele. I due viaggiatori sono commossi: sentono, come confessarono più tardi, il loro cuore bruciare di un fuoco sconosciuto, man mano che quella voce fa penetrare nelle orecchie quelle verità fino ad allora misconosciute.

Gesù finge di volersi separare da loro, ma essi lo trattengono; “rimani con noi – gli dicono – che si fa sera ed il giorno è già declinato”; accetterai la nostra ospitalità.

Essi introducono nella casa di Emmaus lo sconosciuto compagno, lo fanno sedere a tavola con loro e, cosa sorprendente, non indovinano ancora chi è questo sublime dottore, venuto a risolvere i loro dubbi con tanta sapiente eloquenza. Tali siamo anche noi quando ci lasciamo dominare da pensieri troppo umani: Gesù ci è vicino, ci parla, ci istruisce, ci consola; e spesso, per riconoscerlo, molto tempo deve passare! Finalmente l’istante è venuto in cui il padrone della luce si rivelerà a quei due discepoli, così tardi nel credere. Lo hanno invitato a presiedere alla loro mensa: a lui, dunque, tocca di spezzare il pane. Egli lo prende tra le sue sacre mani e, nel momento stesso in cui lo fraziona per distribuirlo, improvvisamente si aprono i loro occhi: hanno riconosciuto Gesù stesso, Gesù risuscitato!

Stanno per cadere ai suoi piedi, ma lui, appena rivelatesi ai loro sguardi, scompare, lasciandoli in preda allo stupore, sì, ma inondati nel medesimo tempo di una tale gioia che sorpassa qualunque altra felicità abbiano potuto gustare in tutto il resto della loro vita. E questa è la quinta apparizione del Salvatore nel giorno di Pasqua.

Il ritorno a Gerusalemme.

I due discepoli non possono restare più a lungo ad Emmaus; nonostante l’ora tarda, non desiderano ormai che di rientrare al più presto a Gerusalemme. Dopo aver diviso stamane con gli Apostoli il loro abbattimento, ora sono ansiosi di annunziare che il Maestro è vivo, che hanno parlato con lui, che lo hanno veduto!

Superano rapidamente la distanza che separa il villaggio, dove contavano passare la notte, dalla grande città di cui fuggivano i pericoli. E ben presto giungono tra gli Apostoli, apprestandosi a raccontare ciò che formava la loro felicità. Ma erano stati prevenuti; la fede nella Risurrezione era già viva nel collegio apostolico. Prima ancora che abbiano aperta la bocca, ad una sola voce essi si sentono dire: “Realmente il Signore è risorto ed è apparso a Simone”.

I due discepoli raccontano allora agli Apostoli che anche loro hanno avuto la grazia della conversazione e della visione del loro Maestro.

L’apparizione agli Apostoli.

I commenti continuavano sull’accaduto tra questi uomini semplici e retti, tra uomini allora ignoti a tutti e di cui, più tardi, il mondo avrebbe ben dovuto conoscere i nomi immortali. Nel frattempo le porte della casa erano chiuse, poiché quel piccolo gruppo temeva qualche sorpresa. Le guardie del sepolcro avevano fatto il loro rapporto durante la mattinata ai principi dei sacerdoti; questi avevano cercato di sobillarle e avevano passato anche del denaro per indurle a dire che, mentre dormivano, i discepoli di Gesù erano venuti a rubarne il corpo. Tale sistema sleale delle autorità ebraiche poteva condurre a qualche reazione popolare contro gli Apostoli, e perciò essi avevano giudicato necessario prendere delle precauzioni.

Mentre stavano rievocando le emozioni di questa memorabile giornata, ecco apparire Gesù, quantunque le porte non si fossero aperte per farlo passare. È proprio lui; sono proprio i suoi lineamenti, è la sua voce piena di bontà. “La pace sia con voi” dice loro con tenerezza. Nondimeno rimangono interdetti: questo ingresso misterioso e inatteso li ha sconvolti. Ignorano ancora le prerogative dei corpi gloriosi; e, pur senza più dubitare della Risurrezione del Maestro, non si rendono conto se si tratti, invece, della presenza di un fantasma. Gesù che, in tutta questa giornata, sembra preoccuparsi più di dimostrare ai suoi cari il suo amore che di proclamare la sua gloria, si degna di far toccare le sue membra divine; ma fa anche di più e, per provare che quello è realmente il suo corpo, domanda del cibo e mangia alla loro presenza. Chi potrebbe dire la gioia di cui sono ricolmi i loro cuori scorgendo questa ineffabile familiarità? Le lacrime di tenera commozione che sgorgano dai loro occhi? Con quale allegrezza essi dicono a Tommaso, quando questo Apostolo torna tra loro “Abbiamo visto il Signore”!

Così si svolse la sesta apparizione di Gesù risuscitato.

Preghiera.

Sii dunque benedetto e glorificato, vincitore della morte, che durante questo solo giorno ti sei degnato di mostrarti agli uomini fino a sei volte, per soddisfare il tuo amore e per confermare la nostra fede nella tua divina Risurrezione.

Sii benedetto e glorificato per aver consolato, con la tua presenza e dolci carezze, il cuore così oppresso della tua e nostra Madre. Sii benedetto e glorificato per aver calmato la desolazione della Maddalena con una sola parola del tuo amore. Sii benedetto e glorificato per aver asciugato le lacrime delle pie donne con la tua presenza e per aver dato loro da baciare i tuoi sacri piedi. Sii benedetto e glorificato per aver dato, con la tua stessa bocca, l’assicurazione a Pietro del suo perdono e per aver confermato in esso i doni del suo Primato, rivelando a lui, prima che agli altri, il dogma fondamentale della nostra fede. Sii benedetto e glorificato per aver rassicurato, con tanta dolcezza, il cuore vacillante dei due discepoli sulla strada di Emmaus e per aver completato questo favore, svelandoti ad essi. Sii benedetto e glorificato per non aver lasciato finire questa giornata senza visitare i tuoi Apostoli e senza aver loro dato delle prove della tua adorabile condiscendenza alla loro debolezza. Sii benedetto e glorificato, infine, o Gesù, perché oggi ti degni di farci partecipare, dopo tanti secoli, per mezzo dell’istituzione della tua Chiesa, alle gioie che gustarono in un simile giorno Maria, tua Madre, Maddalena con le sue compagne, Pietro, i discepoli di Emmaus e gli Apostoli riuniti insieme.

Niente qui ne è cancellato; tutto è vivo, tutto è rinnovato; tu sei sempre lo stesso e la nostra Pasqua, oggi, è pure la medesima di quella che ti vide uscir dalla tomba.

Tutti i tempi sono tuoi; e il mondo delle anime, vive per mezzo dei tuoi misteri, come il mondo materiale si sostiene per mezzo del tuo potere, dal momento in cui ti piacque di cominciare l’opera tua, creando la luce visibile, fino a che essa impallidisca e si annienti davanti all’eterna luminosità che tu oggi ci hai conquistata.

PREGHIAMO

O Dio, che in questo giorno per mezzo del tuo Unigenito hai debellata la morte e ci hai riaperto le porte dell’eternità; fa’ che col tuo aiuto si adempiano le buone aspirazioni della grazia.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, pp.27-46

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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