BELLEZZA DEL TEMPO – Liturgia della Festa: Mercoledì di Pasqua (di dom Prosper Gueranger)

Liberazione dall’Egitto e dal peccato.

La parola Pasqua, in ebraico, significa “passaggio” e noi ieri abbiamo spiegato come in principio questo gran giorno divenne sacro, a causa del Passaggio del Signore; ma nel termine ebraico non se ne esaurisce tutto il significato. Gli antichi Padri, d’accordo con i Dottori Giudei, ci insegnano che la Pasqua è anche per il popolo eletto il Passaggio dall’Egitto alla terra promessa.

Effettivamente questi tre avvenimenti si riuniscono in una medesima notte: il banchetto religioso dell’Agnello, lo sterminio dei primogeniti degli Egiziani, e l’uscita dall’Egitto. Oggi riconosciamo una nuova figura della nostra Pasqua in questo terzo fatto che continua lo sviluppo del mistero.

Il momento in cui Israele esce dall’Egitto per avanzare verso la terra predestinata ad essere la sua patria è il più solenne di tutta la sua storia; ma quella partenza e tutte le circostanze che l’accompagnano formano un insieme di figure che non vengono svelate e non si sviluppano che nella Pasqua Cristiana. Il popolo eletto sfugge a quello idolatra ed oppressore dei deboli; nella nostra Pasqua abbiamo visto i neofiti uscire coraggiosamente dall’impero di Satana che li teneva prigionieri e rinunciare solennemente a quell’orgoglioso Faraone, alle sue opere, alle sue pompe.

Il Mar Rosso e il Battesimo.

Sulla strada che conduce alla terra promessa, Israele si è imbattuto con l’acqua ed è stato necessario traversare quell’elemento, sia per sfuggire all’inseguimento dell’esercito di Faraone, sia per poter penetrare nella patria felice, dove colano latte e miele. I nostri neofiti pure, dopo aver rinunziato al tiranno, che li teneva schiavi, si sono trovati di fronte all’acqua; ed anche essi non potevano sfuggire alla rabbia dei loro nemici, che traversando quell’elemento protettore, né potevano penetrare nella regione delle loro speranze, che dopo averlo lasciato dietro di loro, quale un bastione inespugnabile.

Per mezzo della bontà divina l’acqua, che arresta sempre il percorso dell’uomo, divenne per Israele l’alleata soccorritrice e ricevette l’ordine di sospendere le sue leggi naturali e di servire alla liberazione del popolo di Dio.

Nello stesso modo il Sacro Fonte, divenuto l’ausiliare della divina grazia, come la Chiesa ci ha insegnato nella solennità dell’Epifania, è stato il rifugio, l’asilo sicuro di coloro che, dopo esservisi bagnati, non hanno più avuto da temere il potere che Satana rivendicava su di essi. Ritto in piedi e tranquillo, il popolo d’Israele contempla dall’altra riva i cadaveri galleggianti del Faraone e dei suoi guerrieri, i carri e gli scudi in balia delle onde. Usciti dal fonte battesimale, i nostri neofiti hanno fissato i loro sguardi in quell’acqua purificatrice e vi hanno scorto, sommersi per sempre, i loro peccati, nemici anche più temibili del Faraone e del suo popolo.

In cammino verso la terra promessa.

Allora Israele ha gioiosamente avanzato verso la terra benedetta che Dio aveva destinato di dargli in possesso. Durante la via udirà la voce del Signore che, egli stesso, gli darà la sua legge; si disseterà con le acque pure e fresche che sgorgheranno dalla roccia attraverso le sabbie del deserto; per nutrirsi mangerà la manna che il cielo gli manderà ogni giorno.

Nello stesso modo i neofiti ora cammineranno con passo spedito verso la patria celeste che è la loro terra promessa. Il deserto di questo mondo, che dovranno attraversare, sarà per loro senza noie e senza pericoli, poiché il divino legislatore li istruirà sulla sua legge, non più al rombo del tuono, né alla luce dei lampi, come fece per Israele, ma cuore a cuore e con una voce dolce, compassionevole come quella da cui furono rapiti i due discepoli di Emmaus. Le acque zampillanti non mancheranno neppure a loro: qualche settimana fa noi abbiamo ascoltato il Maestro mentre, parlando alla Samaritana, le prometteva di aprire una sorgente viva per coloro che lo adorerebbero in spirito di verità. Finalmente una celeste manna, ben superiore a quella data ad Israele, poiché assicura l’immortalità a quelli che se ne nutrono, sarà il loro alimento delizioso e fortificante.

È qui dunque, ancora una volta, la nostra Pasqua, il Passaggio, attraverso l’acqua, alla Terra promessa; ma con una realtà ed una verità che l’antico Israele, anche con le sue grandi figure, non ha conosciuto. Festeggiamo dunque il nostro passaggio dalla morte originale alla vita della grazia, per mezzo del Santo Battesimo; e, se l’anniversario della nostra rigenerazione non è oggi stesso, non tralasciamo per questo di celebrare la felice migrazione che abbiamo fatto dall’Egitto del mondo alla Chiesa Cattolica; ratifichiamo con gioia e riconoscenza la nostra rinuncia a Satana, alle sue opere, alle sue pompe, in cambio della quale la bontà di Dio ci ha concesso simili grazie.

Identità con Cristo per mezzo del Battesimo.

L’Apostolo dei Gentili ci rivela un altro mistero dell’acqua battesimale, che completa questo e viene ad unirsi ugualmente a quello della Pasqua. Egli c’insegna che noi siamo scomparsi nell’acqua come Cristo nel sepolcro, essendo morti e seppelliti con lui (Rom. 6, 4). Era la nostra vita di peccatori che finiva; per vivere in Dio dovevamo morire al peccato. Contemplando il Sacro Fonte, nel quale siamo stati rigenerati, pensiamo che esso è la tomba dove abbiamo lasciato il vecchio uomo che non dovrà più ritornare. Il Battesimo per immersione, che per lungo tempo fu in uso nei nostri paesi, e che ancora si amministra in tanti luoghi, era l’immagine sensibile di tale seppellimento; il neofita spariva completamente sotto l’acqua, sembrando morto alla sua vita anteriore, come Cristo a quella mortale. Ma, nello stesso modo che il Redentore non è rimasto nella tomba e che è risuscitato a vita nuova, così, secondo la dottrina dell’Apostolo (Col. 2, 12) i battezzati risuscitano con lui nel momento in cui escono dall’acqua avendo la caparra dell’immortalità e della gloria, essendo membra viventi e reali di quel Capo che non ha più niente in comune con la morte. E questa è ancora la Pasqua, ossia il Passaggio dalla morte alla vita.

La Stazione.

A Roma la Stazione è nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura. È il principale dei numerosi santuari che la città santa ha consacrato alla memoria del suo martire più illustre, il corpo del quale riposa sotto l’Altare Maggiore.

I neofiti in questo giorno venivano condotti presso la tomba di questo generoso atleta di Cristo per attingervi uno schietto coraggio nella confessione della fede cd una invincibile fedeltà al loro battesimo. Durante intieri secoli il riceverlo fu come un impegnarsi al martirio: in tutti i tempi è un arruolamento nella milizia di Cristo, che nessuno può disertare senza incorrere nella pena dei traditori.

MESSA

EPISTOLA (Atti 3, 12-19). – In quei giorni: Pietro incominciando a parlare disse: “Uomini Israeliti e voi tutti che temete il Signore, ascoltatemi: Il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, il Dio dei Padri nostri, ha glorificato il suo Figlio Gesù, che voi avete tradito e rinnegato davanti a Pilato, mentre lui aveva deciso di liberarlo. Ma voi rinnegaste il Santo e il Giusto e chiedeste che vi fosse graziato un omicida, voi uccideste l’autore della vita, che Dio però ha risuscitato dai morti, del che noi siamo testimoni. Ora io so o fratelli, che lo faceste per ignoranza, come i vostri capi. Ma Dio ha così adempito quello che aveva predetto per bocca di tutti i profeti: dover patire il suo Cristo. Pentitevi adunque e convertitevi, per cancellare i vostri peccati”.

Ancora oggi noi sentiamo la voce del Principe degli Apostoli proclamare la Risurrezione dell’Uomo-Dio. Quando pronunciò questo discorso era accompagnato da san Giovanni ed aveva appena compiuto il suo primo miracolo presso una delle porte del tempio di Gerusalemme: la guarigione di uno storpio. Il popolo si era radunato intorno ai due discepoli ed era la seconda volta che Pietro prendeva la parola in pubblico. Il primo discorso aveva portato al Battesimo ben tremila uomini: con questo ne conquistò cinquemila. L’Apostolo, nelle due presenti occasioni, esercitò effettivamente la sua missione di pescatore di uomini, che il Salvatore gli aveva assegnata fin dal principio, quando lo vide per la prima volta.

Ammiriamo con quanta carità san Pietro invita gli Ebrei a riconoscere in Gesù il Messia che essi attendevano; quegli stessi Ebrei che l’avevano rinnegato. Come cerca di rassicurarli per il perdono, riversando una parte della colpa di quel delitto sulla loro ignoranza! Essi hanno chiesto la morte di Gesù, umiliato e debole: consentano almeno oggi, che è glorificato, a riconoscerlo per quello che è; e il loro peccato sarà perdonato. In una parola che essi si umilino e saranno salvi.

Dio così chiamava a lui gli uomini retti, gli uomini di buona volontà; e continua a farlo anche ai nostri giorni. Gerusalemme ne fornì un certo numero, ma la maggior parte respinsero l’invito.

Avviene lo stesso al tempo nostro: preghiamo e chiediamo continuamente che la pesca sia sempre più abbondante ed il banchetto pasquale sempre più numeroso.

VANGELO (Gv. 21, 1-14). – In quel tempo: Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul lago di Tiberiade, ed ecco come. Erano insieme Simon Pietro e Tommaso, detto Didimo, e Natanaele di Cana in Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Vado a pescare”. E gli altri: “Veniamo anche noi con te”. E si mossero ed entrarono in barca, ma quella notte non presero nulla. Or fattosi giorno Gesù si presentò sulla riva; ma i discepoli non lo riconobbero per Gesù. E Gesù disse loro: “Figliuoli, avete niente da mangiare?” Gli risposero: “No”. Ed egli a loro: “Gettate le reti a destra delta barca e troverete”. Le gettarono c non potevano ritirarle per la gran quantità di pesci. Disse allora a Pietro il discepolo da Gesù prediletto: “È il Signore!” E Simon Pietro, sentito che era il Signore, si cinse la veste (era nudo) e si buttò in mare. E gli altri discepoli, tirando la rete piena di pesci, vennero con la barca (non eran lontani da terra che duecento cubiti circa). E quando furono a terra videro dei carboni accesi sui quali era del pesce e del pane. Disse loro Gesù: “Datemi dei pesci che avete presi”. Simon Pietro montò sulla barca e tirò a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti la rete non si strappò. Disse loro Gesù: “Su via, mangiate”. Ma nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?” sapendo ch’era il Signore. E Gesù, avvicinatosi, prese il pane e lo dette loro e così fece del pesce. In questo modo, per la terza volta Gesù si manifestò ai suoi discepoli, risuscitato che fu da morte.

Il mistero della pesca miracolosa.

Gesù la sera del giorno di Pasqua era apparso ai suoi discepoli, mentre stavano riuniti insieme; tornò a mostrarsi otto giorni dopo, come diremo tra poco. Il Vangelo di oggi ci racconta una terza apparizione, a sette soltanto dei suoi discepoli, che ebbe luogo sulle sponde del lago di Genczaret, chiamato anche il mare di Tiberiade per le sue vaste proporzioni.

Nulla di più commovente della gioia rispettosa degli Apostoli alla vista del Maestro, che si degna di servir loro quel pasto. Giovanni, per primo, ha sentito la presenza di Gesù: non ce ne meravigliamo; la sua grande purezza illumina l’occhio dell’animo. Sta scritto: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt. 5, 8). Pietro si getta tra le onde per far più presto per arrivare presso il suo Maestro; si riconosce subito l’Apostolo, impetuoso, ma che ama più degli altri. Quanti misteri si incalzano in questo ammirevole avvenimento!

I fedeli.

C’è prima di tutto la pesca: è la missione di apostolato che svolge la Santa Chiesa. Pietro è il grande pescatore ed è lui che deve decidere quando e come si devono gettare le reti. Gli altri Apostoli si uniscono a lui; e Gesù è con tutti: segue con l’occhio la pesca, la dirige, poiché il risultato ne è per lui. I pesci sono i fedeli. Come abbiamo già rimarcato altrove, nel linguaggio dei primi secoli il cristiano è spesso rappresentato da un pesce che esce dall’acqua, dove ha attinto la vita. Abbiamo visto poco fa quanto fu propizia agli Israeliti l’acqua del Mar Rosso. Nel nostro Vangelo troviamo ancora una volta il “Passaggio”: passaggio dall’acqua del lago di Genezaret alla mensa del Re del Cielo. La pesca fu abbondante; e qui v’è un mistero che non ci è ancora dato di penetrare. Solamente nel giorno che segnerà la fine del mondo, quando la pesca sarà completa, capiremo cosa simboleggiavano quei centocinquantatré grossi pesci.

Questo misterioso numero significa, senza dubbio, altrettante frazioni della razza umana, successivamente convertite al Vangelo per mezzo dell’apostolato: ma non essendo ancora giunti alla fine del tempo, il libro rimane suggellato.

Gesù Cristo.

Ritornati sulla riva, gli Apostoli si riuniscono al Maestro; ma ecco che trovano il pasto preparato per loro: un pane con un pesce arrostito sui carboni accesi. Qual è questo pesce che essi non hanno pescato, che è sottoposto al calore del fuoco e che dovrà servir loro di nutrimento all’uscire dall’acqua?

L’antica tradizione cristiana ci spiega quest’altro simbolo: il Pesce è Cristo, che è stato provato dai cocenti dolori della Passione, durante i quali l’amore, simile a fuoco, lo ha divorato. Egli è divenuto il divino alimento di coloro che sono stati purificati attraverso l’acqua. Abbiamo spiegato altrove perché i primi Cristiani avessero tenuto quale segno di riconoscimento la parola pesce scritta in greco: le lettere che la compongono, in quella lingua, riproducono le iniziali dei nomi del Redentore.

Ma Gesù vuole unire nella stessa mensa se medesimo, il Pesce divino, e gli altri pesci dell’umanità, che la rete di san Pietro ha pescato dalle acque. Il banchetto pasquale ha il potere di fondere in una medesima sostanza, per mezzo dell’amore, il cibo e i convitati, l’Agnello di Dio e gli Agnelli fratelli suoi; il Pesce divino e quegli altri pesci cui egli s’è unito in una indissolubile fraternità.

Immolati con lui, lo seguono soprattutto nella sofferenza e nella gloria. Testimonio ne è il grande diacono Lorenzo, che oggi vede radunato attorno alla sua tomba il felice stuolo dei fedeli. Imitando il suo Maestro fino sui carboni della graticola infuocata, ora divide in una Pasqua eterna gli splendori della sua vittoria e le gioie infinite della sua felicità.

La benedizione degli Agnus Dei.

A Roma il mercoledì di Pasqua è celebre per la benedizione degli Agnus Dei. Questa cerimonia viene compiuta dal Papa nel primo anno del suo pontificato e, dopo, ogni sette.

Gli Agnus Dei sono dischi di cera sulla quale è impressa da una parte l’immagine dell’Agnello di Dio e dall’altra quella di qualche santo. L’uso di benedirli durante le feste di Pasqua è antichissimo; si crede averne trovate le tracce nei monumenti liturgici, fin dal V secolo; ma i primi documenti autentici rimontano solamente al IX secolo. Il cerimoniale che si usa adesso è del XVI secolo. Si ha avuto dunque torto di dire che tale istituzione avvenne in memoria del battesimo dei neofiti, all’epoca in cui si cessò di amministrare questo Sacramento in occasione della Pasqua. Sembra anche dimostrato che i nuovi battezzati ricevevano ciascuno un Agnus Dei dalle mani del Papa, nel Sabato di Pasqua; d’onde si deve concludere che l’amministrazione solenne del Battesimo e la benedizione degli Agnus Dei sono due riti che sono coesistiti durante un certo tempo.

La cera che si adopera nella confezione degli Agnus Dei è quella del cero pasquale dell’anno precedente, alla quale se ne aggiunge molta altra; anticamente vi si mischiava anche il Sacro Crisma. Nel Medio Evo l’incombenza di impastare la cera e di stamparvi le sacre impronte era affidata ai suddiaconi ed agli accoliti di palazzo; oggi appartiene ai religiosi dell’ ordine dei Cistercensi, che abitano a Roma nel monastero di San Bernardo.

La cerimonia ha luogo nel palazzo pontificio, in una sala, dove si è preparato un grande bacile riempito di acqua benedetta. Il Papa si appressa e, per prima cosa, recita questa preghiera:

“Signore Iddio, Padre Onnipotente, Creatore degli elementi, conservatore del genere umano, autore della grazia e della salute eterna, voi che avete ordinato alle acque che uscirono dal Paradiso di bagnare tutta la terra; voi il cui unico Figlio ha camminato a pie’ fermo sulle acque e ricevuto il battesimo nel loro seno; ha poi sparso acqua mista a sangue dal suo sacratissimo costato, ed ha comandato ai suoi discepoli di battezzare tutte le nazioni: Voi siateci propizio e spargete la vostra benedizione su noi che celebriamo tutte queste meraviglie, affinché siano benedetti c santificati, per mezzo vostro, questi oggetti che noi immergeremo in queste acque, e che l’onore e la venerazione che porteremo loro meritino a noi, vostri servi tori, la remissione dei peccati, il perdono e la grazia, finalmente la vita eterna con i vostri santi e i vostri eletti”.

Il Pontefice, dopo queste parole, versa il balsamo e il Sacro Crisma sull’acqua del bacino, domandando a Dio di consacrarla per l’uso al quale essa deve servire. Poi, girandosi verso i cesti nei quali sono accumulate le impronte di cera, pronuncia questa preghiera:

“O Dio, autore di ogni santificazione, la cui bontà ci accompagna sempre; Voi che quando Abramo, il padre della nostra fede, si disponeva ad immolare il suo figliuolo Isacco per ubbidire al vostro ordine, avete voluto che consumasse il sacrificio per mezzo dell’offerta di un montone che un cespuglio aveva trattenuto; Voi che avete comandato, per mezzo di Mosè vostro servitore, il sacrificio annuale degli agnelli senza macchia, degnatevi, per la nostra preghiera, benedire queste forme di cera che portano l’impronta dell’innocentissimo Agnello, e santificarle mediante invocazione del vostro santo nome; affinché, per mezzo del loro contatto e della loro vista, i fedeli siano invitati alla preghiera, i temporali e le tempeste allontanate, e gli spiriti maligni messi in fuga in virtù della Santa Croce che vi è impressa, davanti alla quale si piega ogni ginocchio, ed ogni lingua confessa che Gesù Cristo, avendo vinto la morte per mezzo del patibolo della croce, regna nella gloria di Dio Padre. È lui che essendo stato condotto alla morte come la pecora al macello, vi ha offerto, a Voi suo Padre, il sacrificio del suo corpo, affinché egli potesse ricondurre la pecora smarrita che era stata sedotta dalla frode del demonio, e riportarla sulle sue spalle per riunirla al gregge della patria celeste. Dio onnipotente ed eterno, istitutore delle cerimonie e dei sacrifici della Legge, che acconsentiste a placare la vostra collera, nella quale era incorso l’uomo prevaricatore quando vi offriva le ostie d’espiazione; Voi che avete gradito i sacrifici di Abele, di Melchisedech, di Abramo, di Mosè e di Aronne; sacrifici che non erano che delle figure, ma che, per vostra benedizione, erano resi santi e salutari per quelli che ve li offrivano umilmente; degnatevi di fare che, nella medesima guisa che l’innocente Agnello, Gesù Cristo vostro Figliuolo, immolato per volontà vostra sull’altare della Croce, ha liberato il nostro primo padre dal potere del demonio, così questi agnelli senza macchia che noi presentiamo alla benedizione della vostra maestà divina ricevano una virtù benefica. Degnatevi di benedirli, di santificarli, di consecrarli, di dar loro la virtù di proteggere quelli che li porteranno devotamente su di loro contro la malizia del demonio, contro le tempeste, la corruzione dell’aria, le malattie, i pericoli del fuoco, e le insidie dei nemici e fare che essi siano efficaci per proteggere la madre ed il suo frutto nei pericoli del parto. Per Gesù Cristo vostro Figliuolo, Signor nostro”.

Dopo queste preghiere, il Papa, cingendosi di un telo, si siede presso il bacino. I suoi assistenti gli portano gli Agnus Dei; egli li immerge nell’acqua, raffigurando così il battesimo dei nostri neofiti. Alcuni prelati ve li ritirano poi e li depongono su tavoli coperti di teli bianchi. Allora il Pontefice si alza e pronuncia quest’altra preghiera:

“Spirito Divino, che fecondate le acque e le fate servire ai vostri più grandi misteri, voi che loro togliete l’amarezza e le rendete dolci e che, santificandole, col vostro soffio, vi servite di esse per cancellare tutti i peccati per mezzo dell’invocazione della Santa Trinità; degnatevi benedire, santificare e consacrare questi Agnelli che sono stati gettati nell’acqua santa, e imbevuti del balsamo e del Sacro Crisma; che essi ricevano da voi la virtù contro gli sforzi della malizia del diavolo; che tutti quelli che li porteranno su di loro restino al sicuro; che non abbiano a temere alcun pericolo; che la cattiveria degli uomini non sia a loro nociva; e degnate essere la loro forza e la loro consolazione.

Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio Vivente, che siete l’Agnello innocente, sacerdote e vittima; Voi che i Profeti hanno chiamato la Vigna e la Pietra angolare, voi che ci avete riscattati nel vostro Sangue e che di questo sangue avete marcato i nostri cuori e le nostre fronti, affinché il nemico, passando vicino alle nostre case, non ci colga col suo furore; Voi che siete l’Agnello senza macchia, la cui immolazione è continua; l’Agnello Pasquale divenuto, sotto le specie del Sacramento, il rimedio e la salvezza delle nostre anime; che ci conducete attraverso il male del secolo presente alla risurrezione e alla gloria dell’eternità; degnatevi benedire, santificare e consacrare questi agnelli senza macchia, che in vostro onore noi abbiamo formato di cera vergine e imbevuti dell’acqua santa, del balsamo e del sacro Crisma, onorando in essi la vostra divina concezione che fu l’effetto della Virtù divina. Difendete quelli che li porteranno su di loro dalle fiamme, dalla folgore, dalla tempesta, da ogni avversità; liberate, per mezzo loro le madri che sono nei dolori del parto, come voi avete assistito la vostra, quando vi dette alla luce; e nella stessa guisa che avete salvato Susanna dalla falsa accusa, la beata Vergine e Martire Tecla dal rogo e Pietro dai ceppi della prigionia, degnatevi di liberarci dai pericoli di questo mondo e fate che noi meritiamo di vivere con voi eternamente”.

Gli Agnus Dei sono poi raccolti con rispetto per la distribuzione solenne che dovrà farsene il sabato seguente. È facile scorgere il legame che c’è tra questa cerimonia e la Pasqua: l’Agnello Pasquale vi è continuamente ricordato; allo stesso tempo l’immersione degli agnelli di cera offre una allusione evidente con l’amministrazione del Battesimo, che formò, durante tanti secoli, l’interesse della Chiesa e dei fedeli in questa ottava solenne. Le preghiere che abbiamo dato più sopra, abbreviandole un poco, non sono molto antiche; ma i riti che le accompagnano mostrano sufficientemente l’allusione al Battesimo, anche se non vi si trova espressa direttamente.

Gli Angus Dei, per il loro significato, per la benedizione del Sommo Pontefice e la natura dei riti impiegati nella loro consacrazione, sono uno degli oggetti più venerati dalla pietà cattolica. Da Roma vengono distribuiti in tutto il mondo; e, molto spesso, la fede di coloro che li conservano con rispetto, è stata ricompensata con dei prodigi.

Sotto il Pontificato di san Pio V, il Tevere straripò in una maniera spaventosa, minacciando di inondare parecchi quartieri della città un Agnus Dei fu gettato nelle acque che si ritirarono subito.

Tutta la città fu testimone di questo miracolo; esso, più tardi, venne discusso durante il processo di beatificazione di questo grande Papa.

da: P. GUÉRANGER, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 65-74.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 

Share on:

Be the first to comment on "BELLEZZA DEL TEMPO – Liturgia della Festa: Mercoledì di Pasqua (di dom Prosper Gueranger)"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*