BELLEZZA DEL TEMPO – Liturgia della Festa: Venerdì di Pasqua (di dom Prosper Gueranger)

Otto giorni fa eravamo intorno alla croce su cui spirava 1′ “uomo dei dolori” (Is. 53, 3), abbandonato dal Padre, ripudiato come un falso Messia dal giudizio solenne della Sinagoga. Ed ecco che il sole si alza oggi per la sesta volta, da quando si è fatto sentire il grido dell’Angelo che proclamava la Risurrezione dell’adorabile vittima. La Sposa che, poco fa, con la fronte nella polvere, tremava davanti a questa giustizia di un Dio, che si dimostra nemico del peccato fino a “non risparmiare il proprio figliuolo” (Rom. 8, 32) perché questo Figlio divino ne portava la somiglianza, ha rialzato improvvisamente la testa per contemplare il trionfo subitaneo e radioso del suo Sposo che la invita, egli stesso, alla gioia. Ma se in questa ottava c’è un giorno in cui essa deve esaltare il trionfo di un tale vincitore, questo è sicuramente il venerdì, che aveva visto spirare, “saziato d’oltraggio” (Tren. 3, 30) colui del quale adesso la vittoria risuona nel mondo intero.

La Risurrezione fondamento della nostra fede.

Fermiamoci, dunque, oggi a considerare la Risurrezione del nostro Salvatore come l’apogeo della sua gloria personale, come l’argomento principale sul quale riposa la nostra fede nella sua divinità: “Se Cristo non è risorto” ci dice l’Apostolo “vana è la nostra fede” (I Cor. 15, 17); ma perché è risuscitato siamo sicuri di essa. Gesù doveva dunque elevare al più alto grado la nostra certezza su questo punto e, guardate, se ha mancato di farlo! Guardate se, invece, non ha portato in noi la convinzione di questa verità fondamentale fino alla più assoluta evidenza dei fatti! Per questo, due cose erano necessarie: che la sua morte fosse la più reale, la meglio constatabile, e che la testimonianza che garantisce la sua Risurrezione, fosse la più irrefragabile alla nostra ragione. Il Figlio di Dio non ha tralasciato nessuna di queste condizioni; le ha, anzi, adempiute con divino scrupolo; perciò il ricordo del suo trionfo sulla morte non potrà scancellarsi dalla mente degli uomini. E da qui deriva che, ancora oggi, dopo diciannove secoli, noi sentiamo qualcosa di quel brivido di terrore e di ammirazione, provato dai testimoni che ebbero a constatare questo improvviso passaggio dalla morte alla vita.

Realtà della morte di Cristo.

Certamente era divenuto preda della morte colui che Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo staccarono dalla croce, deponendone le membra irrigidite e sanguinolenti tra le braccia della più desolata delle Madri.

La tremenda agonia della vigilia, mentre lottava con la ripugnanza della sua umanità alla vista del calice che era invitato a consumare; lo spezzarsi del cuore in seguito al tradimento di uno dei suoi e dell’abbandono degli altri; gli oltraggi e le violenze di cui fu vittima durante lunghe ore; la spaventosa flagellazione che Pilato gli fece subire con l’intento di impietosire il popolo assetato di sangue; la croce, con i suoi chiodi che avevano aperto i quattro fori, dai quali il sangue sgorgava; le angoscie del cuore di quell’agonizzante alla vista della Madre, lacrimosa ai suoi piedi; una sete ardente che consumava rapidamente le ultime risorse della vita; e, finalmente, la ferita della lancia che gli traversò il petto, andando a raggiungere il cuore, facendone uscire le ultime gocce di sangue e di acqua che vi erano racchiuse: tali furono i titoli che la morte usò per rivendicare una sì nobile vittima. È per glorificarti, o Cristo, che noi li rammentiamo oggi: perdona a coloro per i quali ti sei degnato di morire, di non dimenticare alcuna delle circostanze di una morte così preziosa. Non sono esse, oggi, le più solide basi del monumento della tua Risurrezione?

Aveva dunque effettivamente conquistato la morte, questo vincitore di nuova specie, che si era mostrato sulla terra. E, soprattutto, un fatto restava legato alla sua storia: ed è che la sua vita, svoltasi per intero in una contrada sconosciuta, era finita con un trapasso violento, in mezzo allo schiamazzo dei suoi indegni concittadini. Pilato rimise a Tiberio gli atti del giudizio e del supplizio del preteso Re dei Giudei; e, da quel momento, l’ingiuria fu pronta per i seguaci di Gesù. I filosofi, gli uomini di ingegno, gli schiavi della carne e del mondo, se lo additeranno dicendo: “Ecco quella gente strana, che adora un Dio morto su una croce”. Ma se nondimeno questo Dio morto è risuscitato, che diviene la sua morte, se non la base inamovibile sulla quale si appoggia l’evidenza della sua divinità? Era morto ed egli è risuscitato; aveva annunziato che sarebbe morto e che risusciterebbe; chi altro, all’infuori di un Dio, può tenere fra le sue mani “le chiavi della morte e degl’Inferi”? (Apoc. 1, 17).

Realtà della Risurrezione di Cristo.

Ed ora è così. Gesù morto è uscito vivo dalla tomba. Come lo sappiamo? Dalla testimonianza dei suoi Apostoli che lo hanno visto, vivente, dopo la sua morte, essendosi da loro lasciato toccare ed avendo conversato con essi, durante quaranta giorni. Ma noi dobbiamo credere agli Apostoli? E chi potrebbe dubitare di quella testimonianza, la più sincera che il mondo abbia mai udita? Infatti quale interesse avrebbero avuto quegli uomini a divulgare la gloria del Maestro, al quale si erano dati, e che aveva promesso che, dopo la morte, sarebbe risuscitato, se essi avessero saputo che, una volta perito con un supplizio ignominioso per loro quanto per lui, non avesse adempiuto la sua promessa? Che i Principi dei Giudei per diffamare la testimonianza di quegli uomini, assoldino pure le guardie del sepolcro, per indurle a dire che, mentre dormivano, i discepoli, che lo spavento aveva dispersi, erano venuti durante la notte a togliere il corpo! Sì è in diritto di risponder loro per mezzo di questo eloquente sarcasmo di Sant’Agostino: “Così, dunque, i testimoni che voi producete sono dei testimoni che dormivano! Ma non siete voi stessi che dormite quando vi affaticate a cercare una tale disfatta” [1].

Ma per quale motivo gli Apostoli avrebbero predicato una risurrezione che sapevano non essere avvenuta? “Ai loro occhi – rimarca S. Giovanni Crisostomo – il Maestro non dovrebbe più essere che un falso profeta ed un impostore; e andranno a difendere la sua memoria contro una nazione tutta intera? Essi si sottoporranno a tutti i maltrattamenti, per un uomo che li avrebbe ingannati? Sarebbe nella speranza delle promesse che aveva loro fatto? Ma se sapessero che non ha adempiuto quella di risuscitare, quale affidamento potrebbero avere per le altre?” [2].

No; o bisogna negare la natura umana, o si deve riconoscere che la testimonianza degli Apostoli è sincera.

Sincerità della testimonianza apostolica.

Aggiungiamo ora che questa testimonianza fu la più disinteressata di tutte, poiché non portava altri vantaggi ai testimoni, che i supplizi e la morte; che rivelava in quelli che la sostenevano una assistenza divina, facendo vedere in loro, così timidi fino alla vigilia, una fermezza che niente mai fece indebolire ed una sicurezza umanamente inesplicabile in uomini del popolo: sicurezza che li accompagnò sino al centro delle capitali più civilizzate, dove fecero numerose conquiste. Diciamo ancora che la loro testimonianza era confermata dai più meravigliosi prodigi, che riunivano intorno a loro, nella fede della Risurrezione del Maestro, moltitudini di varie lingue e di varie nazioni; e che, infine, quando essi sparirono dalla terra, dopo aver suggellato col sangue il fatto di cui erano depositari, avevano sparso in tutte le regioni del mondo, e anche al di là delle frontiere dell’Impero Romano, il seme della loro dottrina che germogliò prontamente e produsse un raccolto di cui la terra intera si vide presto ricoperta.

Tutto questo non ci porta alla più ferma certezza sull’avvenimento sorprendente di cui questi uomini erano i messaggeri? Rifiutarli, non sarebbe ricusare, nel medesimo tempo, le leggi della ragione? O Cristo! La tua Risurrezione è certa quanto la tua morte, e soltanto la verità ha potuto far parlare i tuoi Apostoli, come essa sola può spiegare il successo della loro predicazione.

Continuità di questa testimonianza.

La testimonianza degli Apostoli è finita; ma un’altra non meno imponente, quella della Chiesa, è venuta a continuare la prima e proclama con autorità non minore, che Gesù non è più tra i morti. La Chiesa, che attesta la Risurrezione di Gesù, è la voce di quelle centinaia di milioni di uomini che, ogni anno, da diciannove secoli, hanno festeggiato la Pasqua. Di fronte a questi miliardi di testimonianze di fede, ci può essere più posto per un dubbio? Chi non si sente schiacciato sotto il peso di tale proclamazione, mai mancata, neppure per un anno, dopo che la parola degli Apostoli la fece per la prima volta? Ed e giusto distinguere in questa proclamazione la voce di tante migliaia di uomini, dotti e profondi, che hanno voluto sondare tutta la verità, dando l’adesione alla fede, solamente dopo avere tutto pesato nell’intelligenza; di tanti milioni di altri che non hanno accettato il giogo di una fede così poco favorevole alle passioni umane, che quando si sono persuasi, chiaramente, non esservi nessuna sicurezza dopo questa vita, all’infuori dei doveri che essa impone; e, finalmente, di tanti altri milioni che hanno sostenuto e protetto la società umana per mezzo della loro virtù e che sono stati la gloria della nostra stirpe, unicamente perché hanno fatto professione di fede verso un Dio morto e risuscitato per gli uomini.

Così si aggancia, in maniera sublime, l’incessante testimonianza della Chiesa, ossia della porzione più illuminata e più morale dell’umanità, a quella dei primi testimoni che Cristo stesso degnò di scegliersi, di modo che queste due testimonianze non ne fanno che una sola. Gli Apostoli attestarono ciò che avevano visto: noi attestiamo, e attesteremo fino all’ultima delle generazioni, ciò che gli Apostoli hanno predicato. Essi si assicurarono direttamente dell’avvenimento che dovevano annunziare: noi ci assicuriamo della veracità della loro parola. Dopo averne avuta cognizione, credettero; e noi lo stesso. Essi sono stati tanto fortunati da vedere fin da questo mondo il Verbo di vita eterna, da ascoltarlo, da toccarlo con le loro mani (I Gv. 1); noi vediamo ed ascoltiamo la Chiesa che avevano stabilito in tutti i luoghi, ma che, quando essi lasciarono la terra, usciva appena dalla sua culla. La Chiesa è il complemento del Cristo: egli aveva annunziato agli Apostoli come essa si sarebbe sparsa per tutto il mondo, anche se nata dal debole grano di senapa.

A questo proposito Sant’Agostino, in una delle sue prediche sulla Pasqua, ci dice queste ammirabili parole: “Noi non vediamo ancora Cristo; ma noi vediamo la Chiesa; crediamo dunque a Cristo. Gli Apostoli, invece, videro Cristo, ma essi non vedevano la Chiesa che per mezzo della fede. Una delle due cose era loro mostrata, e l’altra era oggetto della loro fede; è lo stesso per noi. Crediamo a Cristo che noi non vediamo ancora; e, tenendoci attaccati alla Chiesa che noi vediamo, arriveremo a colui la cui vista non ci è che differita” [3].

Avendo dunque, o Cristo, per mezzo di una così magnifica testimonianza, la certezza della tua gloriosa Risurrezione, come abbiamo quella della tua morte sul legno della croce, noi confessiamo che tu sei Dio, l’Autore ed il supremo Signore di tutte le cose. La morte ti ha umiliato e la Risurrezione ti ha esaltato; tu stesso fosti l’autore della tua umiliazione e della tua elevazione. Tu hai detto davanti ai tuoi nemici: “Nessuno mi può togliere la vita, ma da me stesso io la dò: è in mio potere il darla e in mio potere il riprenderla di nuovo” (Gv. 10, 18). Solo un Dio poteva realizzare questa parola; tu l’hai compiuta in tutta la sua estensione; confessando la tua Risurrezione, confessiamo dunque la tua Divinità; rendi degno di te l’umile e beato omaggio della nostra fede.

La Stazione.

La Stazione, a Roma, si tiene nella Chiesa di Santa Maria ad Martyres. Questa Chiesa è l’antico Pantheon di Agrippa, dedicato un tempo agli dèi pagani e concesso dall’Imperatore Foca al Papa San Bonifacio IV, che lo consacrò alla Madre di Dio ed a tutti i Martiri. Ignoriamo in quale santuario di Roma si tenesse prima la Stazione di oggi. Quando fu fissata in questa Chiesa, nel VII secolo, i neofiti, riuniti in un tempio dedicato a Maria per la seconda volta durante l’Ottava, dovevano sentire quanto la Chiesa aveva a cuore di nutrire nelle anime loro la confidenza filiale in colei che era divenuta la loro Madre e che è incaricata di condurre al suo Figliolo tutti quelli che egli, con la sua grazia, chiama a divenirgli fratelli.

MESSA

EPISTOLA (I Piet. 3, 18-21). – Carissimi: Cristo una volta è morto per i nostri peccati, il giusto per gli ingiusti, per ricondurci a Dio. È stato messo a morte secondo la carne, ma reso alla vita per lo spirito. Per esso andò a predicare anche agli spiriti che erano in carcere ed un tempo erano stati increduli, quando, ai giorni di Noè, la pazienza di Dio stava aspettando che fosse fabbricata l’arca, ove pochi, cioè otto anime, si salvarono sopra l’acqua. Alla qual figura corrisponde ora il Battesimo che vi salva: non lavanda delle sozzure, ma contratto di buona coscienza fatto con Dio, per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo nostro Signore, che siede alla destra di Dio.

Il diluvio e il Battesimo.

Nell’Epistola di oggi noi ascoltiamo ancora l’Apostolo san Pietro. I suoi insegnamenti sono di grande importanza per i nostri neofiti. Prima di tutto l’Apostolo ricorda la visita che fece teste l’anima del Redentore a coloro che erano prigionieri nelle regioni inferiori della terra. Tra loro incontrò parecchi di quelli che anticamente furono vittime delle acque del diluvio e che avevano trovato la loro salvezza sotto le onde vendicative, perché quegli uomini, prima increduli alle minacce di Noè, ma poi sopraffatti dall’imminenza del flagello, si pentirono delle loro colpe e ne chiesero sinceramente perdono. Da essi l’Apostolo solleva il pensiero degli ascoltatori verso i felici abitanti dell’Arca che rappresentano i nostri neofiti; li abbiamo visti traversare l’acqua, non per perire, ma per diventare simili ai discendenti di Noè, i Padri di una nuova generazione di figli di Dio. Il Battesimo non è dunque, aggiunge l’Apostolo, un bagno comune: ma la purificazione delle anime, alla condizione che queste siano state sincere nell’impegno solenne che hanno preso, sul bordo della sacra Fonte, di rimaner fedeli a Cristo che li salva, e di rinunciare a Satana ed a tutto ciò che viene da lui. L’Apostolo finisce mostrandoci il mistero della Risurrezione di Gesù Cristo, quale sorgente della grazia del Battesimo. Ed è per questa ragione che la Chiesa l’amministra solennemente durante la celebrazione della Pasqua.

VANGELO (Mt. 28. 16-20). – In quel tempo gli undici discepoli andarono in Galilea al monte designato loro da Gesù. E vedutolo, lo adorarono: alcuni però dubitarono. E Gesù accostatosi disse loro: Mi è stato dato ogni potere, in cielo ed in terra. Andate dunque e fate che diventino miei discepoli tutti quanti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandate. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo.

Gesù vive nella Chiesa.

In questo tratto di Vangelo, san Matteo, l’Evangelista che ha raccontato in modo più breve la Risurrezione del Salvatore, riassume con poche parole le relazioni di Gesù Risorto con i suoi discepoli in Galilea. Fu là che si degnò di farsi vedere, non solamente agli apostoli, ma anche a molte altre persone. L’Evangelista ci mostra il Salvatore mentre dà agli apostoli la missione di andare a predicare la sua dottrina in tutto il mondo e siccome egli non dovrà più morire, s’impegna a restare con essi finché durerà il tempo. Ma gli apostoli non vivranno sino all’ultimo giorno del mondo: come adunque si adempirà questa promessa? È perché l’opera degli apostoli, come l’abbiamo detto poco fa, continuerà attraverso la Chiesa: la testimonianza loro e quella della Chiesa si fondono l’una con l’altra in maniera indissolubile; e Gesù Cristo veglia affinché questa unica testimonianza sia altrettanto fedele che incessante. Oggi stesso abbiamo sotto gli occhi un monumento della sua forza invincibile. Pietro, Paolo, hanno predicato a Roma la Risurrezione del Maestro, gettandovi le fondamenta del Cristianesimo: cinque secoli dopo la Chiesa, che non ha mai cessato di continuare la loro conquista, riceveva in omaggio dalle mani di un imperatore quel tempio vuoto e spoglio di tutte le false divinità, e il successore di Pietro lo dedicava a Maria, Madre di Dio, ed a tutta la legione di testimoni della Risurrezione che si chiamano i Martiri. Nel recinto di questo vasto tempio si riunisce oggi la folla dei fedeli. In presenza di un edificio che ha visto spegnersi, per difetto di alimento, il fuoco dei sacrifici pagani, e che, dopo tre secoli di abbandono, quasi per espiare il suo empio passato, purificato ora dalla Chiesa, riceve tra le sue mura il popolo cristiano, come, i neofiti, non esclamerebbero: “È veramente risuscitato Cristo che, dopo esser morto sulla croce, trionfa così sui Cesari e sugli Dei dell’Olimpo”?

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[1] Enarr. sul Salmo LXIII.

[2] Comm. su San Matteo, Omelia LXXXIX.

[3] Discorso 237.mo.

 

da: P. GUÉRANGER, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 86-93.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

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