Come parliamo del prossimo?

da Teologia della perfezione cristiana, di Antonio Royo Marin, n.283


La fama e la buona opinione tra gli uomini vale molto di più dei beni materiali, e quando si offende direttamente o indirettamente tale fama si commette un’ingiustizia maggiore di quanto si danneggi il prossimo nei beni materiali.

Ci si deve guardare quindi dai giudizi temerari -anche puramente interni- che condannano il prossimo sulla base di semplici indizi o apparenze; dall’ingiuria o contumelia, che con parole o azioni, offende, umilia e rattrista il prossimo; dalla burla o derisione che lo amareggia col ridicolo ed il sarcasmo; dalla maledizione, per cui desideriamo con parole qualche male al nostro prossimo (questo peccato è tanto più grave quanto maggiore è l’obbligo di amare e venerare le persone a cui si maledice); dalla mormorazione, tema obbligato di innumerevoli conversazioni, non solo tra secolari; dalla diffamazione, che si compiace di mettere in luce gli occulti difetti del prossimo, calpestando la sua reputazione col pretesto stupido e anticristiano che “si tratta di cosa pubblica, risaputa da tutti, ecc”. Anche se così fosse, non abbiamo nessun diritto ad estendere la cattiva fame del prossimo tra persone che ancora ne ignorano i difetti, soprattutto se pensiamo che una eventuale ‘scoperta’ dei nostri peccati occulti ci metterebbe molto al di sotto del livello di coloro che critichiamo; ‘chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra’ (Giovanni 8,7).

(…).

Consideriamo inoltre che non basta pentirsi e confessarsi di queste colpe: la diffamazione e la calunnia obbligano in coscienza a restituire. E poiché spesso tale restituzione diviene praticamente impossibile -la calunnia lascia sempre qualche traccia dietro di sé anche quando viene smentita- coloro che commettono questi peccati non rimarranno senza grave castigo in questa vita e nell’altra.


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