Che pensare della globalizzazione?

di Riccardo Pedrizzi (da Il Settimanale di padre Pio)


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La “globalizzazione” è sostanzialmente questo: distinguere il proprio profitto dal ruolo sociale della produzione, disgiungere il proprio tornaconto da leggi, convenzioni ed accordi nazionali, separare la effettiva proprietà, in mano alla finanza internazionale, dalla produzione.

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Oggi le potenzialità per ripartire ci sono a patto che si cambi “pelle” e si ripensi ad un nuovo modello di sviluppo attraverso il rilancio delle infrastrutture e dei lavori pubblici, un ricorso più agevole al credito bancario, una burocrazia più snella, una migliore formazione del personale, una giustizia più veloce ed efficiente.

Il caso delle singole multinazionali che delocalizzano dall’Italia pone, dunque, in maniera drammatica il problema di questo tipo di economia globalizzata, nell’ambito della quale i capitali si spostano, secondo convenienza, dove produrre costa meno.

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Davanti alle legittime proteste dei lavoratori, che da un giorno all’altro si trovano senza lavoro, c’è ancora chi fa appello alla preistorica logica del “lasciar fare”, che appare nel XXI secolo del tutto inadeguata, dal momento che il nuovo capitalismo, (definito da Luttwak “turbo-capitalismo”) è in grado di abbattere addirittura strutture sociali e Stati nazionali.

Il neocapitalismo arriva in un’area in via di sviluppo, le conferisce una momentanea ricchezza, ne indebolisce ulteriormente le strutture statuali già deboli e ne sfrutta il capitale umano. Quando l’area in questione, grazie anche alla accresciuta capacità economica, eleva anche il proprio status culturale e le proprie aspettative sociali, finisce per “alzare il prezzo”, detta condizioni, difende diritti, allora la multinazionale riparte, lasciando solo recessione e crisi. Va in un’altra area, ancora più povera ed abbastanza da accogliere i rappresentanti dell’azienda come “salvatori”, concedendo loro privilegi, contributi, sgravi fiscali. Una politica, questa, che oltre che essere anti-etica, anti-morale, anti-umana, si muove anche contro il vero sviluppo. Le aree abbandonate e desertificate dalle multinazionali si moltiplicano nel mondo (USA compresi); le fasce di poveri in Occidente si accrescono e con esse i potenziali squilibri sociali.

Ristrettisimi centri di potere finanziario calpestano così l’interesse e la dignità dei popoli: ricchi e poveri. I proprietari delle multinazionali ad esempio spesso sono fondi che raccolgono il risparmio in tutto il mondo, non sono produttori di merci e servizi, ma solo detentori del potere finanziario. Non sanno nemmeno come è fatto il loro prodotto. E nemmeno interessa loro saperlo.

L’area culturale ed ideologica socialdemocratica mondiale tentò di indicare la propria via per affrontare la globalizzazione, circa venti anni fa, e si domandò come poter conciliare la libertà dell’economia aperta mondiale con i diritti sociali. A quella domanda nessuno ha dato risposta, finora.

Le letture ideologiche liberali, socialdemocratiche o, per quel che resta, marxiste non sanno dare risposte credibili.

La Dottrina sociale della Chiesa, invece, offre soluzioni adeguate e sempre valide. E più volte il Magistero ha indicato la via da seguire nel campo economico-sociale.

Per sfidare l’economia globale sul suo terreno, va reso competitivo il nostro territorio, soprattutto riportando la nostra cultura cattolica e solidarista, nazionale e comunitaria al centro del dibattito culturale e politico.


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