Ci mancava anche questa: il Presidente Conte in versione “sanculotta”

Un Conte in versione giacobina non ce lo saremmo mai aspettato. Non perché avessimo nei suoi confronti un giudizio particolare e riponessimo in lui chissà quale speranza. Ma in versione giacobina no. In questo caso la realtà ha superato l’immaginazione. Forse anche in questo si manifesta la “forza” della dialettica politica, quella dialettica che in fin dei Conte (pardon: conti) risponde unicamente all’esigenza di salvare il proprio orticello.

Veniamo ai fatti. Anzi: al fatto. Nel discorso al Senato il Presidente del Consiglio dimissionario fra i tanti attacchi al ministro Salvini ha inserito anche quello dell’utilizzazione dei simboli religiosi. E, per attaccare in tal senso, il Nostro ha fatto riferimento alla laicità della politica, nonché alla laicità dello Stato.

Premesso che il termine laicità è da rifiutare perché non si limita ad esprimere la doverosa distinzione ed autonomia tra religione e politica, bensì un’inopportuna ed antievangelica separazione ed ontonomia tra queste …dicevamo: premesso questo, è risaputo che nella stessa concezione della laicità albergano due anime. La prima è di stampo anglo-sassone e fa riferimento storicamente alla cosiddetta Rivoluzione americana; la seconda è di stampo giacobino e storicamente fa riferimento alla cosiddetta Rivoluzione francese.

Nella prima, l’errore si esprime non con la proibizione di esternare convinzioni religiose, quanto di permettere -per diritto- a tutte le convinzioni religiose di esprimersi, in un’ottica di liberalismo compiuto. Insomma, tutte le identità religiose vengono -per diritto- poste sullo stesso piano.

Nel secondo tipo di laicità, invece, l’errore va ben oltre e si esprime con la proibizione di esternare qualsiasi convinzione religiosa, in quanto andrebbe a compromettere la laicità stessa intesa come unica identità possibile. Insomma, una sorta di rigor mortis. Annullare tutto, affinché rimanga solo la laicità in quanto tale.

Tornando al Presidente Conte, al di là ovviamente delle intenzioni che presumibilmente saranno state quella di rimpolpare accuse al suo interlocutore e cercare quanto più di marcarne le distanze, non si può non riconoscere nelle sue parole un’impostazione giacobina.

D’altronde Salvini lo conosciamo. Sappiamo che i suoi sforzi nel difendere certi valori trovano in lui volontariamente (ahinoi!) un limite. Salvini si è sforzato di dire che la 194 (legge sull’aborto) non si dovrebbe toccare, così come sul piano dei cosiddetti “diritti civili” ha sempre “annacquato” la sua campagna politica. Dunque, l’attacco a lui verteva non su sue presunte convinzioni politiche che potrebbero minacciare la laicità, quanto solo sull’uso di simboli religiosi. E tutto questo perché? Perché nella politica “laica” non si dovrebbero usare. Dunque, censura piena!

Verrebbe da dire: meno male che parole come quelle di Conte sono state pronunciate in un discorso al Parlamento, per giunta in un’occasione di serrato scontro politico. Meno male… perché si sa che in queste occasione la verità e l’intelligenza molto spesso … vanno a prendersi il caffè al bar!

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