Continuano a calare le nascite. Tre riflessioni sono d’obbligo.

La nascita dei bambini diminuisce significativamente. Ecco i dati Istat: nel 2018 sono stati iscritti all’anagrafe 439.747 bambini, cioè oltre 18mila in meno rispetto al 2017 e ben quasi 140mila in meno di dieci anni fa, cioè del 2008.

Poi c’è il numero medio di figli per donna, attestandosi ad 1,29. Nel 2010 era ancora dell’1.46.

Altro dato significativo: quasi un figlio su tre nasce fuori del matrimonio, il che vuol dire che non ha un nucleo familiare stabile. Nel 2018 la percentuale dei nati fuori del matrimonio era del 32,3%. Nel non lontanissimo 1995 era ancora dell’8,1%.

dati, questi, che fanno pensare almeno a tre cose.

La prima è ciò che attiene alla speranza. La chiusura alla vita è un chiaro segno di un atteggiamento negativo nei confronti della vita. E sappiamo bene che non regge alcuna motivazione economica, se è vero -come è vero- che la diminuzione delle nascite iniziò a verificarsi proprio con il boom economico degli anni ’60.

La seconda attiene al valore che deve essere dato alla famiglia. Il numero medio per famiglia continua a diminuire. Ci sono senz’altro ragioni di organizzazione familiare con lavori sempre più assorbenti soprattutto da parte della madre. Ma proprio su questo dovremmo interrogarci: perché si è fatta strada una simile situazione? Solo per motivazioni economiche? Oppure perché la donna non si riconosce più pienamente nel ruolo di madre?

La terza riguarda il valore della responsabilità. In un tempo in cui si parla di diritti di tutti, in un tempo in cui si parla e si sparla continuamente dei diritti dell’infanzia, ai bambini egoisticamente non si vuole riconoscere il sacrosanto diritto di avere una famiglia, un nucleo affettivo stabile. Perché ciò richiede la responsabilità; impone il sacrificio di costruire e conservare qualcosa di duraturo, imponendosi anche opportuni sacrifici.

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