Cosa c’è dietro il gusto di disegnare sulla propria pelle? Te lo diciamo noi

La tatuomania sembra non passare di moda. Pochi sono i calciatori che se ne privano. Molti sono coloro che, calciatori o meno, ne sono pieni.

Cari pellegrini, “sostiamo” un po’ su questa mania.

Alcuni anni fa un’attrice di film pornografici, legittimamente sposata, disse in un’intervista di non sentirsi fedifraga. Ebbe il coraggio di affermare di non aver mai tradito il marito, perché tradire richiederebbe l’intenzione, e lei altro non faceva che “prestare” il proprio corpo.

Parole strane, ma non troppo se si considera la mentalità dominante.

Facciamo questo esempio: immaginiamo di chiedere al cosiddetto “uomo della strada” se eventualmente un intellettuale  facesse bene a “prostituire” la propria intelligenza per il potere, con ogni probabilità la risposta che si avrebbe sarebbe negativa: “No, l’intelligenza non si può vendere”. Ma se allo stesso “uomo della strada” si chiedesse se una bell’attrice potesse utilizzare il proprio corpo per avere successo, la risposta sarebbe di altro tipo: “E perché no? Se ha un bel corpo…”. Insomma, la mente no, il corpo sì.

In queste possibili risposte si cela l’essenza dei nostri tempi; che non sono di materialismo -o perlomeno di solo materialismo– ma anche di evidente spiritualismoSpiritualismo vuol dire dare valore solo allo spirito; cioè, nel caso nostro, solo alla mente, al pensiero.

Ebbene, oggi si è convinti che la mente non si debba mai prostituire, mentre il corpo sì. Ciò significa che mentre la mente e il pensiero vengono ritenuti elementi costitutivi della persona, il corpo no. Questo sarebbe solo un optional, ma non parte integrante della persona.

Ma allora come la mettiamo con il materialismo che pure in tanti considerano come il male dei nostri giorni? Rispondiamo: il materialismo c’è perché c’è lo spiritualismo e viceversa. Materialismo e spiritualismo sono sì molto diversi, ma hanno in comune tanto l’origine quanto gli esiti; come due ellissi che si toccano all’origine e si ricongiungono alla fine. Dire: esiste solo la materia e lo spirito è un’illusione; o il contrario: esiste solo spirito e ad essere un’illusione è la materia, significa dire che la realtà è una nel suo essere e nella sua causa. Si può porre l’accento o sulla materia o sullo spirito ma il fondamento del discorso non cambia.

Questi due “gemelli siamesi” della cultura contemporanea (il materialismo e lo spiritualismo) hanno originato due atteggiamenti di costume diametralmente diversi, ma oggi entrambi dominanti: la corpolatria e la corpofobia.

Il primo (la corpolatria) è la diffusa fissazione per il proprio corpo. E’ la nuova “liturgia” fatta di palestre, saune, lifting… per non parlare dei tanti tentativi patetici per non invecchiare. E non solo la fissazione per il proprio corpo, anche la sua strumentalizzazione per un piacere innalzato ad un unico criterio di vita.

Il secondo, cioè la corpofobia, è invece il tentativo, misterioso perché incomprensibile, di ingegnarsi per rendere quanto più brutto il proprio corpo.  Renderlo brutto fino ad esprimerlo in chiave quasi orrida: il pearcing e la tatuomania. Anelli al naso e alle labbra da far invidia al più antico masai. Usanze tribali con cui “vestire” la propria identità, in una prospettiva non di esaltazione, bensì di dissolvimento dell’identità. Così come il mondo precristiano imponeva.

Nell’introduzione al testo Tatuaggi, Corpo, Spirito, Ivo Quartiroli, studioso dei nuovi mezzi di comunicazione, già negli anni ’90 parlava di un tempo in cui finalmente (…) i valori tradizionali di progresso, scienza e famiglia e religione stanno esaurendo la loro funzione di sostegno”. Poi continuava affermando che si stava avvicinando una nuova era in cui sarebbero tornati i tipici elementi simbolici della pre-civiltà pagana e tribale: “La cultura tribale, pagana, e il mondo antico greco hanno sempre riconosciuto diversi dèi invece di un dio unico. Per accettare una società multietnica bisogna partire dall’accettazione della diversità tra le persone e all’interno di noi stessi. (Auspichiamo) la riappropriazione della spiritualità non mediata da moralismi e dogmi ecclesiali. La spiritualità che parte dalla sensazione di essere connessi. Connessi con se stessi, con gli esseri viventi, con la terra e i suoi cicli. Una spiritualità che non necessita di luoghi di culto, non necessita di intermediari, non ha peccati né sensi di colpa.” E un noto creatore di tatuaggi americano proprio in quegli anni scriveva: “Nei tatuaggi è molto forte il concetto di fare amicizia con la morte, di confrontare e trascendere la morte, di confrontare e trascendere la morte, morte come trasformazione più che morte vera e propria; nel senso di morte dell’ego. L’arrendersi dell’io. Si arriva ad un punto nell’esperienza mistica in cui l’ego viene via come una buccia e ciò che rimane è essenza pura.”

Ed è qui la chiave di lettura, non solo della tatuomania o del pearcing, ma anche di quello che abbiamo detto a proposito del materialismo e dello spiritualismo. E’ la morte dell’ego: il cupio dissolvi di una pretesa gnostica in cui limite e differenza sono costrette a sparire. In cui l’uomo non potendo darsi quell’onnipotenza che non ha (il fallimento della pretesa moderna) si rivolge alla dissoluzione come unica possibilità di non riconoscere la sconfitta.

Come la regina cattiva della favola di Biancaneve: per non sentirsi dire che qualcun’altra era diventata la più bella del reame, distrugge lo specchio invece di accettare la dura realtà.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 

 

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