Come sarebbe stata l’Europa senza le Crociate?

 

Scrive Francesco Agnoli su La Verità del 28.3.2017:

Una delle balle spaziali più diffuse e utilizzate nelle più svariate circostanze (per attaccare la Chiesa cattolica, denigrare la civiltà europea e dare una certa lettura dei fatti odierni nel rapporto tra Occidente e islam) riguarda le crociate.

Ma che cosa furono queste benedette o maledette crociate, al di là di ideologie e qualunquismo? Anzitutto occorre analizzare ciò che le precede. Dopo la nascita dell’Islam (VII secolo d.C.), terre abitate dai cristiani come le costa dell’Africa, la Spagna, la Sicilia e numerose città appartenenti all’Impero romano d’Oriente, vengono attaccate, saccheggiate e devastate dai musulmani, che ovunque uccidono, imprigionano e fanno schiavi. Basta un qualsiasi atlante storico per comprendere la velocità con cui Maometto e i suoi eredi si impongono militarmente dove prima vivevano popolazioni cristiane o animiste.

Percorso dai pirati saraceni, in quegli anni il Mediterraneo diventa impraticabile, al punto che lo storico Henri Pirenne sostiene che è solo con l’espansione islamica che inizia il Medioevo, perché essa fu anche più traumatica delle invasioni barbariche. «I cristiani non possono far galleggiare sul mare neanche una tavola», scriveva lo storico arabo ibn Khaldun. Tra Seicento e Settecento la Sicilia è oggetto di scorrerie e razzie continue. Nell’846 si colloca il primo dei due sacchi di Roma: 73 legni con 3000 guerrieri arrivano alle foci del Tevere, e saccheggiano la città, le chiese di San Pietro e di San Paolo. Anche le città sul mare vengono periodicamente assalite.

La celebre rinascita dell’anno Mille non ci sarebbe mai stata se le Repubbliche marinare italiane non avessero, come prima cosa, riconquistato il Mediterraneo, ripulendolo dai pirati e restituendolo alla navigazione e al commercio. Ma ripercorrere le centinaia di incursioni islamiche in territorio italiano ed europeo in genere sarebbe troppo lungo: rimando per questo all’opera di Rinaldo Panetta, intitolata significativamente Pirati e corsari turchi e barbareschi nel mare nostrum.

Basti allora soffermarsi un attimo sul Medio Oriente. Gerusalemme, città abitata da cristiani ed ebrei, viene presa dai musulmani nel 638 d.C. Da allora gli abitanti originari sono sottomessi a soprusi di ogni genere. «Nel 938 la processione per la domenica delle Palme è attaccata con morti e feriti e il Sepolcro danneggiato da un incendio; nella Pentecoste del 966 il governatore eccita la popolazione musulmana contro il patriarca (ucciso e bruciato) mentre il Sepolcro è saccheggiato e incendiato; sotto il califfo al-Hakim (966-1021) vi è una lunga persecuzione anticristiana e antiebraica, culminata con la distruzione del Sepolcro il 28 settembre 1009 e la riduzione in povertà dei cristiani che impiegano 40 anni a restaurarlo» (M. Meschini, Le crociate di Terrasanta, Art; e Il jihad & la crociata, Ares). Intanto i bizantini vengono sconfitti dati turchi a Manzikert nel 1071: il loro esercito viene sbaragliato e l’imperatore catturato.

E’ la paura della fine di Bisanzio a creare il panico in Occidente e a spingere papa Urbano II alla chiamata alle armi. Gli ortodossi, per quanto fratelli separati, corrono il rischio di essere distrutti e l’Islam, che già ha conquistato la Spagna, incomincia a salire verso i Balcani, chiudendo la cristianità in una tenaglia. L’accademico René Grousset ricorda che la sconfitta di Manzikert convinse gli europei che di fronte ad una tale incapacità dei bizantini di difendersi, «le nazioni occidentali dovevano intervenire». Infatti i turchi avevano preso Nicea, e di lì avrebbero potuto assalire Costantinopoli: le crociate servivano a ritardare la caduta della città, in mano ai turchi, di oltre tre secoli e mezzo, salvando così l’Europa da un’aggressione inevitabile.

«Verso il 1090», scrive Grousset, «l’islam turco, dopo aver cacciato quasi completamente i bizantini dell’Asia Minore, si preparava alla conquista dell’Europa» (R. Grousset, La storia delle crociate, Piemme). Dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, nulla fermerà più i turchi, che invaderanno i Balcani, giungendo ben due volte alle porte di Vienna. L’intervento di Urbano II fu dunque, secondo lo storico, un atto che diede origine ad una crociata, la prima, che sarebbe più opportuno considerare non una guerra di offesa, ma di difesa: difesa di Bisanzio, del Santo Sepolcro e di terre che erano state cristiane sino alla conquista islamica.

Così riassume Samir K. Samir in Cento domande sull’Islam (Marietti): «I cristiani o i crociati che hanno combattuto la guerra non pretendevano di averlo fatto fondandosi sul Vangelo; l’hanno fatto, invece, in nome della difesa della cristianità» e come «reazione alle persecuzioni intraprese dal califfo fatimitide al-akim bi-Amri Allah contro i cristiani di Siria e di Egitto (che allora comprendeva anche la Terrasanta)», giunte fino alla «distruzione della Basilica della Risurrezione di Gerusalemme (chiamata in Occidente Santo Sepolcro), iniziata il 28 aprile 1009». Dal canto suo Jean Richard, ne La grande storia delle crociate (Newton), nota che le crociate non ebbero lo scopo di convertire gli islamici: «La “guerra santa” in quanto operazione che ha lo scopo di ottenere una conversione forzata, venne respinta da tutti i teologi e canonisti. Le crociate hanno in genere rispettato questa norma».

Quanto sostenuto sino ad ora, non da Corrado Augias o storici improvvisati che popolano la tv, ma dai massimi studiosi delle crociate, è condiviso da Arrigo Petacco, nel suo L’ultima crociata. Quando gli ottomani arrivarono alle porte dell’Europa (Mondadori): è infatti impossibile analizzare questa parte della nostra storia prescindendo da quattro secoli di aggressioni musulmane all’Europa; prescindendo dal fatto che l’assedio islamico da Ovest, iniziato con la conquista di Spagna e fermato dai franchi a Poitiers, nel 732, stava per incominciare anche a Est, proprio negli anni della prima crociata e sarebbe ripreso con alterne vicende sino al 1683, quando i cristiani dell’ultima crociata, si trovarono a liberare Vienna dai turchi.

Certamente per le crociate di guerra si trattò, e non si può negare che il moto sfuggì di mano, in molte occasioni, sia per la naturale fragilità e cattiveria degli uomini, sia evidentemente perché in svariate circostanze la volontà di difendere la cristianità si mescolò, nel cuore dei nobili e dei feudatari, con la cupidigia di nuove conquiste. Ma esse non furono nulla di paragonabile ai fatti dell’Ottocento e del Novecento: non furono cioè opera di colonialismo, o di esportazione della democrazia (vedi guerre degli Usa in terre islamiche), perché i cristiani, per lo più, si limitarono «alla liberazione della Terrasanta (abitata da cristiani ed ebrei sottomessi, ndr); a nessuno passò per la mente di togliere ai musulmani l’Africa, l’Arabia o la Persia» (G. Bordonove, Le crociate e il regno di Gerusalemme, Rusconi).

Per concludere, lo studioso Rodney Stark, nel suo Gli eserciti di Dio (Lindau), dimostra altri due fatti interessanti. Il primo: le crociate non nacquero dalla avidità dei nobili europei, molti dei quali, anzi, affrontarono «persino la bancarotta pur di recarsi in Terrasanta», né furono il primo tentativo di colonialismo europeo, essendo i regni cristiani in Oriente indipendenti da qualunque Stato europeo e, lungi dall’essere sfruttati economicamente, godettero delle ricchezze che venivano dall’Europa. Il secondo: le crociate non possono essere indicate come «una delle cause dirette dell’attuale conflitto mediorientale», visto che gli islamici fino alla fine del XIX secolo non mostrarono interesse per questi fatti. Anzi, «per molti arabi le crociate non furono che attacchi sferrati contro gli odiati turchi, e pertanto di scarso interesse».

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