Dio chiese ad Abramo di uccidere il figlio. Come interpretare questa prova?

La prova che subì Abramo presenta almeno due apparenti assurdità.

La prima relativa al fatto che Dio chieda di uccidere una vita umana, ovvero chieda di compiere un sacrificio umano. Ora, si sa che la religione ebraica si distingueva da quelle pagane per tante cose, tra queste anche il rifiuto di qualsiasi sacrificio umano.

La seconda assurdità riguarda il fatto che Dio chieda ad Abramo di uccidere quel figlio tanto sperato e inatteso, attraverso la cui nascita Abramo aveva capito che la promessa di Dio si sarebbe realizzata. Era stato difficile per lui credere in ciò che Dio gli aveva promesso, poi quella nascita impossibile … e quindi – incomprensibile! – la richiesta di far morire quel figlio. Assurdo.

Ma è proprio su questa impossibilità di accettare l’assurdo che si manifesta chiaramente la spiegazione di questa prova. In realtà, Dio fa sperimentare ad Abramo l’esperienza dell’abbandono e del non-senso, ma solo nell’ambito della suggestione, non su quello della ragione. Chiariamo: quando Abramo ricevette da Dio una simile richiesta, egli era certo sul piano della ragione (e rimase sempre di questa convinzione) che Dio non avrebbe mai potuto permettere che si realizzasse ciò che aveva richiesto. La questione si poneva però sul piano della suggestione, ove tutto sembrava terribilmente e drammaticamente vero. E’ questa la caratteristica della prova.

In teologia spirituale si parla della cosiddetta notte dello spirito, dove Dio permette che l’anima venga assalita da mille tentazioni, scrupoli e suggestioni. Dove tutto sembra vero, anche se nel fondo della propria ragione si capisce che così non è. Dove sembra di essere stati abbandonati da Dio, anche se sul piano della ragione si sa che questo non può essere. Nell’Epistolario di Padre Pio è descritta più volte una prova di questo tipo. In alcuni momenti della sua vita, il Santo Cappuccino, sul piano della suggestione, era certo di non potersi salvare, si vedeva già all’inferno, il demonio gli faceva credere (e in un certo senso vedere) che Dio lo avesse totalmente abbandonato. Ma sul piano razionale sapeva che ciò non poteva essere e che doveva conservare la pace nel profondo del proprio cuore. E’ un’esperienza terribile. Ed è proprio questa esperienza che è prefigurata nella prova che subì Abramo.

Questa è la spiegazione di ciò che gli accadde. Se così non fosse, se cioè dovessimo convincerci che Abramo credesse effettivamente che Dio avrebbe potuto permettere ciò che gli aveva chiesto, dovremmo ipotizzare che colui che è il padre della nostra fede (Abramo appunto) si sarebbe potuto convincere della possibile contraddizione nella natura di Dio, il che è impossibile. E’ vero, si dice che Abramo “sperò contro ogni speranza” (Romani 4, 18), ma ciò non significa che egli credesse che sarebbe accaduto davvero ciò che Dio gli aveva chiesto, bensì significa che la prova che stava subendo era talmente dura sul piano della suggestione che la sua convinzione razionale sembrava andare contro l’evidenza delle cose.

Il modello di un Abramo che ammette la possibilità che Dio possa avallare l’assurdo, e quindi che in Dio stesso possa esserci anche la contraddizione, è un modello non a caso presente nel mondo protestante. Il filosofo Kierkegaard (1813-1855), che pure ha tanti meriti, indica da questo punto di vista un modello sbagliato di Abramo. Per lui Abramo è colui che si abbandona ciecamente non che si affida totalmente. Kierkegaard scrive nel suo Timore e tremore: “La fede è il paradosso secondo il quale l’individuo, come tale, è al di sopra del generale, è in regola di fronte a questo, non come subordinato, ma come superiore; e nondimeno in modo tale che l’individuo, dopo essere stato come tale subordinato al generale, diventa allora, per mezzo del generale, l’individuo come tale, superiore a quello; in modo che l’individuo è in rapporto assoluto con l’assoluto. Questa posizione sfugge alla mediazione, che si effettua sempre in virtù del generale. Essa è resta eternamente un paradosso inaccessibile al pensiero. La fede è questo paradosso, altrimenti la fede non è mai esistita perché c’è sempre stata; in altre parole, Abramo è perduto.” Dunque, l’Abramo del filosofo danese si abbandona ciecamente non si affida totalmente.

Attenzione, la differenza è importante. Un conto è abbandonarsi ciecamente, altro è affidarsi totalmenteAbbandonarsi ciecamente vuol dire non coinvolgere l’intelligenza in questo abbandono. E’ il credo quia absurdum che partirà, di fatto, dal nominalismo filosofico per canalizzarsi nel principio della doppia-verità (un conto è la verità della fede, altro quella della ragione) di certo pensiero umanistico-rinascimentale per sfociare poi nel fideismo protestante. Insomma, la fede non avrebbe bisogno dell’intelligenza. Anzi, più si allontana dall’intelligenza e più diventerebbe fede vera e meritevole.  Affidarsi totalmente è il contrario. Si tratta di coinvolgere l’intelligenza per aprirsi poi all’affidamento. E’ ciò che si può anche chiamare “intelligenza della fede”. Si capisce con la ragione ciò che è vero, si capisce che Dio è tutto ed è padre e, proprio perché tutto e padre, si coglie la necessità e la logica di abbandonarsi totalmente a Lui.

Abramo è il nostro padre nella fede, ma non di una qualsiasi fede, di un ben preciso modello di fede. E’ il modello dell’intelligenza della fede, della fede non come abbandono cieco bensì come affidamento totale … e la prova che egli subì deve essere letta e compresa all’interno di questo modello.


[1] Romani 4,18.

[2] S. Kierkegaard, Aut-Aut, tr.it di K.M. Guldbransen-R. Cantoni, Milano 1976, p. 41.


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