Dio è la sua legge

di Corrado Gnerre

Dice san Paolo nella sua Lettera ai Romani (13,10): “(…) pieno compimento della legge è l’amore“. Riflettiamo su queste parole.

Secondo la filosofia naturale e cristiana Dio non è al di là del bene e del male, ma è il Bene: la sua natura s’identifica con il Bene ed è costitutivamente buona.

Molti pensano alla creazione in un certo modo, ovvero che Dio, dopo aver creato l’uomo, si sia messo a riflettere: E adesso come lo faccio comportare? Gli do la possibilità di rubare o di non rubare, di dire le bugie o di non dire le bugie… Se le cose fossero andate in questo modo, il bene sarebbe stato il male e il male il bene. Invece le cose non sono andate così. Dio non poteva non dire all’uomo “non rubare” o “non dire falsa testimonianza”, perché la sua natura è “non rubare” e “non dire falsa testimonianza”,  in quanto –come abbiamo detto prima- la sua natura è il bene.

Ecco perché la migliore definizione dei Comandamenti è questa: essi sono la natura di Dio codificata per la vita quotidiana degli uomini.

Da tutto questo si capisce una cosa molto importante: dal momento che la Legge di Dio s’identifica con la natura di Dio, accettare la Legge di Dio vuol dire abbracciare Dio stesso.

Molte volte si sente porre questa domanda: ma perché, per scegliere ed amare Dio, bisogna per forza rispettare delle norme morali? Indubbiamente si può rispondere a questa domanda dicendo che un amore che non diventi condivisione di volontà non può essere amore; per cui non si può amare Dio se non si aderisce alla sua volontà. E’ un argomento ottimo e vero, non c’è che dire. Ma ci si dimentica che il Cristianesimo offre anche un altro tipo di risposta, molto più persuasiva. Ovvero quello che abbiamo detto prima: la Legge di Dio è la sua stessa natura, per cui rispettare la Legge di Dio vuol dire di fatto abbracciarlo. E cosa ancora più decisiva: non è possibile abbracciare Dio se non si accetta e non si vive la Sua Legge.

Da ciò si capiscono ancora due cose: che il Cristianesimo non può essere ridotto né ad intellettualismo né a moralismo.

Il Cristianesimo, infatti, rifugge qualsiasi tipo d’impostazione gnostica, per cui aderire a Dio non significa semplicemente conoscerlo o condividere le Sue idee (e quindi cadere in un’adesione esclusivamente intellettuale), ma abbracciare la Sua volontà e la Sua natura. Qui c’è da fare una precisazione. Abbiamo parlato della volontà di Dio e della Sua natura, ovvero che la volontà di Dio è parte integrante della Sua natura. Vi chiederete il perché di tale precisazione. Ve lo diciamo subito. Purtroppo nel corso della storia c’è stato qualcuno che ha voluto sganciare la volontà di Dio dalla Sua natura, arrivando a concepire Dio solo come volontà, giungendo pertanto ad ammettere non solo la possibilità che Dio possa contraddirsi ma anche che in Dio stesso vi sia la contraddizione. Dire invece che la volontà di Dio è ancorata alla Sua natura, vuol dire affermare che è ancorata alla natura razionale di Dio. Essendo Dio assoluta perfezione, tale natura non può avere in sé la contraddizione, dunque la volontà di Dio non può essere contraddittoria.

La seconda cosa che si capisce dal fatto che non è possibile abbracciare Dio se non si accetta e non si vive la Sua legge è che il Cristianesimo è lontano da qualsiasi deriva moralistica, deriva che conduce a ritenere il rispetto della legge come fine a se stesso. Per trascorsi scolastici, molti ricorderanno la filosofia di Kant. Ebbene, questo filosofo (che tanti guasti ha causato), parlando dell’etica, ha affermato che la cosiddetta morale deontologica sarebbe superiore a quella teolologica. La morale deontologica è quella per cui l’agire morale deve essere compiuto indipendentemente del fine: insomma, il bene andrebbe compiuto non in quanto procura una ricompensa successiva, per esempio la felicità, ma perché moralmente è giusto che lo si compia. La morale teolologica è invece quella indirizzata ad un fine ben preciso, appunto il raggiungimento della felicità: il bene va compiuto non in se stesso ma in quanto rimanda al possesso della verità e quindi dell’autentica felicità. E’ ovvio che il Cristianesimo faccia proprio la morale teolologica e non quella deontologica; mentre la modernità, nel suo scetticismo e indifferentismo religioso, non poteva non fare propria la prospettiva kantiana. Da qui, da una parte, il fallimento dell’autorità morale nella pedagogia moderna; dall’altra, l’accusa alla morale religiosa di “moralismo”, ovvero l’incapacità di capire perché la scelta di Dio debba accompagnarsi con il rispetto della Sua Legge. Ebbene, la teologia cattolica fa capire che così non è: la Legge di Dio è la Sua Natura. Ma non solo, la teologia cattolica capovolge i termini della questione, indicando giustamente come moralista la posizione di chi è chiamato a rispettare la legge morale senza conoscerne né il fondamento né tantomeno il fine. Il moralismo non si misura dal numero delle rinunce (per cui più si mettono “paletti” nella propria vita, più si è moralisti), bensì dal numero delle motivazioni che sono alla base della rinuncia. Facciamo un esempio. Un ateo decide di non rubare. Decide di farlo per: 1.rispettare la roba degli altri, 2.per non andare in galera. Un credente che decide di non rubare avrà invece questi motivi: 1.rispettare la Legge di Dio, 2.rispettare la roba degli altri, 3.non andare in galera. Ebbene, il comportamento del credente sarà meno moralistico, in quanto egli, avendo una motivazione in più, riuscirà a dare più senso al suo sforzo di volontà. Quello dell’ateo, invece, avendo una motivazione in meno, avrà bisogno di uno sforzo di volontà maggiore, cadendo pertanto nel moralismo.

Adesso rileggiamo le parole di san Paolo da cui siamo partiti: “pieno compimento della legge è l’amore”. Pensiamo che il senso ora sia più chiaro.

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