Domenica nell’Ottava di Natale (liturgia della festa)

Di tutti i giorni dell’Ottava di Natale, questo è il solo che non sia regolarmente occupato da una festa. Nelle Ottave dell’Epifania, di Pasqua e della Pentecoste, la Chiesa è talmente assorta nella grandezza del mistero, che evita tutti i ricordi che potrebbero distrarla da esso; in quella di Natale al contrario, le feste abbondano, e l’Emmanuele ci è mostrato circondato dal corteo dei suoi servi. Così la Chiesa, o piuttosto Dio stesso, il primo autore del Ciclo, ci ha voluto far vedere come, nella Nascita, il divino Bambino, Verbo incarnato, si mostra accessibile all’umanità che viene a salvare.

MESSA

Fu nel cuore della notte che il Signore liberò il suo popolo dalla cattività, con il Passaggio del suo Angelo, armato di spada, sulla terra degli Egiziani; così pure nel profondo silenzio notturno l’Angelo del gran Consiglio è disceso dal suo trono regale, per recare la misericordia sulla terra. È giusto che la Chiesa, celebrando quest’ultimo Passaggio, canti l’Emmanuele, rivestito di forza e di bellezza, che viene a prendere possesso del suo Impero.

“Mentre il mondo intero era immerso nel silenzio, e la notte era a metà del suo corso, il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è disceso dal suo trono regale del cielo”.

EPISTOLA (Gal 4,1-7)

Fratelli: Fino a tanto che l’erede è fanciullo in nulla differisce dal servo, sebbene sia padrone di tutto, ma rimane sotto i tutori e i procuratori fino al tempo prestabilito dal padre. Così anche noi, quando eravamo fanciulli, eravamo tutti in schiavitù sotto gli elementi del mondo; ma giunta la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figliolo, fatto di Donna, sottomesso alla legge, per redimere quelli che eran sotto la legge per farci ricevere l’adozione di figlioli. E siccome siete figlioli, Dio ha infuso lo Spirito del Suo Figliolo nei vostri cuori che grida: Abba, Padre. Dunque non sei più servo ma figlio; e se figlio anche erede, per grazia di Dio.

Il Bambino, nato da Maria, posto nella mangiatoia di Betlemme, eleva la sua debole voce verso il Padre dei secoli, e lo chiama Padre mio! Si volge verso di noi, e ci chiama Fratelli miei! Anche noi dunque possiamo, rivolgendoci al suo eterno Padre, chiamarlo Padre nostro. Questo è il mistero dell’adozione divina affermata in questi giorni. Tutte le cose sono cambiate in cielo e in terra: Dio non ha più soltanto un Figlio, ma parecchi figli; noi non siamo più ormai, al suo cospetto, creature ch’egli ha tratte dal nulla, ma figli della sua tenerezza. Il cielo non è più soltanto il trono della sua gloria; è diventato la nostra eredità: e vi è assicurata una parte per noi accanto a quella del nostro fratello Gesù, figlio di Maria, figlio di Eva, figlio di Adamo secondo l’umanità, come è, nell’unità di persona, Figlio di Dio secondo la divinità. Consideriamo insieme il Santo Bambino che ci è valso tali beni, e l’eredità alla quale abbiamo diritto per lui. Che la nostra mente resti attonita davanti a così alto destino riservato alle creature; e il nostro cuore renda grazie per un beneficio così incomprensibile.

VANGELO (Lc 2,33-40)

In quel tempo: Giuseppe e Maria, madre di Gesù, restavano meravigliati di quanto si diceva di lui. Simeone li benedisse dicendo però a Maria sua madre: Ecco, egli è posto a rovina e a risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione; anche a te una spada trapasserà l’anima, affinché restino svelati i pensieri di molti cuori. Vi era una profetessa, Anna, figlia di Fanuel, della tribù di Aser: questa era molto avanzata in età, e vissuta col marito sette anni dalla sua verginità, e rimasta vedova fino agli ottantaquattro anni, non usciva mai dal tempio; ma serviva a Dio notte e giorno in digiuni e preghiere. E anche lei, capitata proprio in quella medesima ora, dava gloria al Signore, parlando del bambino a quanti aspettavano la redenzione d’Israele. E come ebbero adempito ogni cosa prescritta dalla legge del Signore, tornarono in Galilea, alla loro città di Nazaret. E il fanciullo cresceva e s’irrobustiva, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era in lui.

Il progredire dei racconti del santo Vangelo costringe la Chiesa a presentarci già il divino Bambino fra le braccia di Simeone, che profetizza a Maria il destino dell’uomo che ha dato alla luce. Quel cuore di madre, tutto inondato dal gaudio di un parto così meraviglioso, sente già la spada annunciata dal vegliardo del tempio. Il figlio del suo seno non sarà dunque sulla terra che un segno di contraddizione; e il mistero dell’adozione del genere umano sarà compiuto solo coll’immolazione di questo Bambino divenuto uomo. Da parte nostra, riscattati da quel sangue, non facciamo troppe anticipazioni sul futuro. Avremo il tempo di considerarlo, questo Emmanuele, nei suoi travagli e nelle sue sofferenze; oggi, ci è consentito di vedere ancora solo il Bambino che ci è nato, e godere della sua venuta. Ascoltiamo Anna, che ci parlerà della redenzione d’Israele. Osserviamo la terra rigenerata dall’apparizione del suo Salvatore; ammiriamo e studiamo, in un amore semplice e umile, quel Gesù pieno di sapienza e di grazia che è nato sotto i nostri occhi.

* * *

Consideriamo in questo sesto giorno dalla Nascita del nostro Emmanuele, il divino Bambino posto nella mangiatoia d’una stalla, e riscaldato dal fiato di due animali. Isaia l’aveva annunciato: Il bue – disse – conoscerà il suo padrone e l’asino, la mangiatoia del suo signore; ma Israele non mi conoscerà (Is 1,3). Ecco l’ingresso in questo mondo del grande Dio che l’ha creato. L’abitazione degli uomini gli è chiusa dalla durezza e dal disprezzo: solo una stalla gli offre un ospitale rifugio, e viene alla luce in compagnia degli esseri sprovvisti di ragione.

Ma quegli animali sono opera sua. Egli li aveva assoggettati all’uomo innocente. La creazione inferiore doveva essere vivificata e nobilitata dall’uomo; e il peccato è venuto a spezzare tale armonia. Tuttavia – come ci insegna l’Apostolo – essa non è rimasta insensibile alla forzata degradazione che il peccato le fa subire. Vi si sottomette solo recalcitrando (Rm 8,20); lo castiga spesso con giustizia; e nel giorno del giudizio, si unirà a Dio per far vendetta della iniquità alla quale troppo a lungo è rimasta asservita (Sap 5,21).

Oggi, il Figlio di Dio visita quella parte dell’opera sua; non avendolo ricevuto gli uomini, si affida agli esseri senza ragione; dalla loro dimora partirà per iniziare la sua carriera; e i primi uomini che chiama a riconoscerlo e ad adorarlo, sono i pastori di greggi, cuori semplici che non si sono contaminati respirando l’aria delle città.

Il bue, simbolo profetico che figura presso il trono di Dio in cielo, come ci dicono insieme Ezechiele e san Giovanni, è qui l’emblema dei sacrifici della Legge. Sull’altare del Tempio, è scorso a torrenti il sangue dei tori: ostia incompleta e vile, che il mondo offriva nell’attesa della vera vittima. Nella mangiatoia, Gesù si rivolge al Padre e dice: Gli olocausti dei tori e degli agnelli non ti hanno appagato; eccomi (Ebr 10,6).

Un altro profeta, annunciando il pacifico trionfo del Re pieno di dolcezza, lo mostrava mentre entrava in Sion sull’asina e il figlio dell’asma (Zc 9,9). Un giorno questo oracolo si compirà come gli altri; nell’attesa, il Padre celeste pone il suo Figliuolo fra lo strumento del suo pacifico trionfo e il simbolo del suo cruento sacrificio.

Questo è dunque, o Gesù, Creatore del cielo e della terra, il tuo ingresso in quel mondo che tu stesso hai formato. L’intera creazione, che avrebbe dovuto venirti incontro, non si è neppure mossa; nessuna porta ti è stata aperta; gli uomini sono andati a dormire indifferenti, e quando Maria ti ebbe deposto in una mangiatoia, i tuoi primi sguardi vi incontrarono gli animali, schiavi dell’uomo. Tuttavia, quella vista non ferì affatto il tuo cuore; ma ciò che lo affligge è la presenza del peccato nelle anime nostre, è la vista del tuo nemico che tante volte è venuto a turbare il tuo riposo. Noi saremo fedeli, o Emmanuele, nel seguire l’esempio di quegli esseri irragionevoli che ci ha presentati il tuo Profeta: vogliamo riconoscerti sempre come il nostro Padrone e il nostro Signore. Spetta a noi dare una voce a tutta la natura, animarla, santificarla, dirigerla verso di te: non lasceremo più il concerto delle tue creature salire verso di te, senza unirvi d’ora in poi l’omaggio della nostra adorazione e del nostro ringraziamento.

PREGHIAMO

O Dio onnipotente ed eterno, dirigi le nostre azioni secondo il tuo volere affinché nel nome del tuo diletto Figlio meritiamo di abbondare in opere buone.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 160-163

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