Domenica Quarta dopo Pentecoste (Liturgia)

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 442-446

La quarta Domenica dopo la Pentecoste fu per lungo tempo chiamata in Occidente Domenica della Misericordia, perché vi si leggeva una volta il passo di san Luca che inizia con le parole: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro”. Ma essendo stato questo Vangelo trasferito quindi alla Messa della prima Domenica dopo la Pentecoste, il Vangelo della quinta Domenica passò alla quarta; quello della sesta passò alla quinta, e così di seguito fino alla ventitreesima. Il cambiamento di cui parliamo ebbe luogo solo abbastanza tardi in un certo numero di Chiese [1] e fu universalmente riconosciuto solo nel secolo XVI.

Mentre la serie dei Vangeli risaliva così d’un gradino per quasi tutto il suo corso, le Epistole, le Orazioni e le parti cantate delle antiche Messe furono mantenute, salvo rare eccezioni, ai loro posti abituali. La relazione che i liturgisti dei secoli XI, XII e XIII avevano creduto di trovare, per ciascuna Domenica, fra il Vangelo primitivo e il resto della Liturgia non si poteva dunque sostenere come in precedenza. La Chiesa, trascurando accostamenti talora troppo sottili, non intendeva tuttavia condannare quegli autori né distogliere i suoi figli dal ricercare nelle loro opere una edificazione tanto più genuina in quanto è attinta spesso alle fonti autentiche delle antiche Liturgie. Noi terremo conto dei loro lavori, senza dimenticare tuttavia che la principale armonia da cercare nelle Messe del Tempo dopo la Pentecoste non è altro che l’unità del Sacrificio stesso.

Dignità della Domenica

Abbiamo ricordato, nel tempo di Pasqua, la maestà dell’ottavo giorno sostituito al Sabato degli Ebrei e divenuto il giorno santo del popolo nuovo. “La santa Chiesa, che è la Sposa, – dicevamo [2] – si associa all’opera stessa dello Sposo. Lascia passare il Sabato, il giorno che lo Sposo passò nel sepolcro; illuminata dagli splendori della Risurrezione, consacra d’ora in poi alla contemplazione dell’opera divina il primo giorno della settimana, che vide successivamente uscire dalle ombre e la luce materiale, prima manifestazione della vita sul caos, e quella stessa che, essendo lo splendore eterno del Padre, si è degnata di dirci: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12).

È tale l’importanza della liturgia domenicale destinata a celebrare ogni settimana così sublimi ricordi, che i Romani Pontefici rifiutarono a lungo di moltiplicare nel Calendario le feste di grado superiore al rito semidoppio, che è quello della Domenica [3], onde conservare a questa la sua legittima prerogativa e i suoi diritti secolari. La loro riserva a questo riguardo non si era smentita fino alla seconda metà del secolo XVII. Cedette infine di fronte alla necessità di rispondere con maggiore efficacia agli attacchi di cui il culto dei santi era divenuto oggetto da parte dei Protestanti e dei Giansenisti loro fratelli. Si rendeva urgente richiamare ai fedeli che l’onore reso ai servi non toglie nulla alla gloria del Padrone, che il culto dei Santi, membra di Cristo, non è se non la conseguenza e lo sviluppo di quello dovuto a Cristo loro Capo. La Chiesa doveva al suo Sposo una protesta contro le grette vedute di quegli innovatori che non riuscivano ad altro che a mutilare il dogma dell’Incarnazione, separandolo dalle sue ineffabili conseguenze. Non fu dunque senza un particolare influsso dello Spirito Santo che la Sede apostolica consentì allora a dichiarare di rito doppioparecchie feste antiche o nuove; per rafforzare la solenne condanna dei nuovi eretici, conveniva infatti rendere meno rara la celebrazione delle virtù dei Santi nel giorno di Domenica, riservato in modo speciale alle solenni dimostrazioni della fede cattolica e alle grandi riunioni della famiglia cristiana [4].

MESSA

La Chiesa ha iniziato l’indomani della Santissima Trinità, nell’Ufficio della notte, la lettura dei libri dei Re. In questa notte è entrata nel meraviglioso racconto del trionfo di David su Golia. Ora qual è per la Chiesa il vero David, se non il capo divino cheporta da diciannove secoli l’esercito dei santi alla vittoria? Non è essa stessa con tutta verità la figlia del re (1Re 17,25-27) promessa al vincitore di quella singolare battaglia fra Cristo e Satana che, sul Calvario, salvò il vero Israele e vendicò l’offesa fatta al Dio degli eserciti? Ancora tutta penetrata dei sentimenti che quell’episodio della storia sacra ha riaccesi nel suo cuore di Sposa, essa prende le parole di David (Sal 26,1-3) per cantare le grandi gesta dello Sposo, e proclamare la fiducia nella quale il suo trionfo l’ha posta per sempre.

EPISTOLA (Rm 8,18-23)

Fratelli: Io tengo per certo che i patimenti del tempo presente non sono da paragonarsi alla futura gloria che sarà manifestata in noi. Difatti, la creazione sta ansiosamente aspettando la rivelazione dei figli di Dio. Poiché la creazione è stata assoggettata alla vanità, non per sua volontà, ma di Colui che l’assoggettò con la speranza che essa pure sia liberata dalla servitù della corruzione, per aver parte alla libertà gloriosa dei figli di Dio. E noi sappiamo che fino ad ora tutte insieme le creature sospirano e son nei dolori del parto. E non esse soltanto, ma anche noi che abbiamo le primizie dello Spirito, anche noi sospiriamo dentro di noi stessi aspettando l’adozione dei figli di Dio, la redenzione del nostro corpo in Gesù Cristo Signor nostro.

La gloria eterna

“Non vi è proporzione tra le sofferenze del tempo e la gloria dell’eternità. Di questa gloria, la sola manifestazione è futura, mentre la realtà è fin d’ora stabilita e cresce nei nostri cuori di giorno in giorno. L’archivio della nostra virtù è la nostra stessa anima. Le nostre opere vi si inscrivono sotto forma di merito e come un titolo inferiore al possesso di Dio. Quando verrà l’ora del salario, la nostra gloria non ci verrà dall’esterno, ma dalla nostra anima come una manifestazione di quanto la grazia di Dio vi ha operato silenziosamente, mediante la nostra fedeltà.

La creazione tutta attende con un’ansia ardente e un desiderio profondo l’ora di questa rivelazione. La creazione materiale non è indifferente. Agli eletti essa si presenta con gioia, mentre si sdegna di dover servire alle opere dell’empio: è per essa una servitù, un’umiliazione contro la quale protesta; e volentieri si sottrarrebbe, essa, che è creatura di Dio, alla corruzione che assorbe e storna le sue energie verso fini perversi. Invoca il giorno in cui sarà rivelata la gloria dei figli di Dio, perché quel giorno sarà anche per lei il giorno della liberazione e della glorificazione” [5].

VANGELO (Lc 5,1-11)

In quel tempo: Mentre la gente si affollava intorno a lui per udir la parola di Dio, egli stava presso il lago di Genezaret. E vide due barche ferme alla riva del lago, essendone i pescatori scesi a lavar le reti. Salito in una di quelle barche che era di Simone, lo pregò di scostarsi un po’ da terra. E, sedutosi, dalla barca ammaestrava la folla. E come ebbe finito di parlare, disse a Simone: Prendi il largo, e calate le vostre reti per la pesca. Ma Simone gli rispose: Maestro, ci siam affaticati tutta la notte e non abbiamo preso niente: nonostante, sulla tua parola calerò le reti. E fatto cosi, presero tanta quantità di pesci che la rete loro si rompeva. Ed allora essi fecero segno ai compagni dell’altra barca di venirli ad aiutare. E, venuti quelli, riempirono tutte e due le barche da farle quasi affondare. Veduto questo Simon Pietro si gettò ai ginocchi di Gesù dicendo: Signore, allontanati da me, perché sono uomo peccatore. In verità, egli e quelli che erano con lui rimasero stupiti della presa dei pesci che avevano fatta. Così pure Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo, ch’erano soci di Simone. E Gesù disse a Simone: Non temere, d’ora innanzi tu sarai pescatore d’uomini. Ed essi, tirate a riva le barche, abbandonata ogni cosa, lo seguirono.

Le due pesche miracolose

Gli Evangelisti ci hanno conservato il ricordo di due pesche miracolose fatte dagli Apostoli in presenza del loro Maestro: una descritta da san Luca, e che ci è stata ora ricordata; l’altra di cui il discepolo prediletto ci invitava a scrutare, il Mercoledì di Pasqua, il profondo simbolismo. Nella prima, che si riferisce al tempo della vita mortale del Salvatore, la rete, gettata a caso, si ruppe sotto la moltitudine dei pesci presi, senza che il loro numero e la loro qualità siano diversamente notati dall’Evangelista: nella seconda, il Signore risorto indica ai discepoli la destra della barca e, senza rompere la rete, centocinquantatré grossi pesci raggiungono la riva dove Gesù li attende. Ora, spiegano con voce concorde tutti i Padri, queste due pesche raffigurano la Chiesa: lo Chiesa nel tempo prima, e più tardi nell’eternità. Ora la Chiesa è la moltitudine, e comprende senza distinzione buoni e cattivi; dopo la risurrezione, i buoni soltanto formeranno la Chiesa, e il loro numero sarà precisato, e fissato per sempre. “Il regno dei cieli – ci dice il Salvatore – è simile a una rete gettata in mare e che raccoglie pesci di ogni specie; quando è piena, la si tira su per scegliere i buoni e scartare i cattivi” (Mt 13,47-48).

Loro significato

“I pescatori di uomini hanno gettato le reti – dice sant’Agostino – ; hanno preso quella moltitudine di cristiani che contempliamo ammirati; ne hanno riempito le due barche figure dei due popoli, quello Ebreo e quello dei Gentili. Ma che abbiamo sentito? La moltitudine sovraccarica le barche, e le mette in pericolo di naufragio: così vediamo oggi che la folla frettolosa e confusa dei battezzati appesantisce la Chiesa. Molti cristiani vivono male, e turbano e ostacolano i buoni. Ma peggio ancora fanno quelli che rompono la rete con i loro scismi o con le loro eresie: pesci impazienti del giogo dell’unità che non vogliono venire al banchetto di Cristo, si compiacciono in se stessi; protestando che non possono vivere con i cattivi, spezzano le maglie che li trattenevano nella scia apostolica e periscono lontano dalla riva. In quanti luoghi non hanno essi rotto in tal modo l’immensa rete della salvezza? I Donatisti in Africa, gli Ariani in Egitto, Montano in Frigia, Manete in Persia e quanti altri ancora in seguito hanno brillato nell’opera di rottura! Non imitiamo la loro orgogliosa demenza. Se la grazia ci fa buoni, sopportiamo con pazienza la compagnia dei cattivi nelle acque di questo secolo. La loro vita non ci spinga né a vivere come loro né a uscire dalla Chiesa: è vicina la riva alla quale quelli della destra, cioè i soli buoni saranno ammessi e dalla quale i cattivi saranno gettati nell’abisso” (Sant’Agostino, Discorsi, 248-256).

PREGHIAMO

Fa’, o Signore, che il corso delle cose tenda alla pace sotto il tuo governo e che la tua Chiesa ti serva in pace e con gioia.


[1] Onorio d’Autun: Gemma animae, l. iv; Ruperto, Dei divini Uffici, l. xii.

[2] Mistica del Tempo pasquale (www.unavoce-ve.it/.pg-pasqua-mist.htm).

[3] Si noti che, col decreto del 23 marzo 1955 della Sacra Congregazione dei Riti, essendo stato abolito nella liturgia il rito semidoppio, il rito domenicale fu elevato a doppio (N.d.T.).

[4] Dalla riforma del calendario fatta da Pio X in poi, l’Ufficio della Domenica non può essere sostituito che da una festa del Signore di rito doppio maggiore, o da una festa di un Santo di rito doppio di seconda classe almeno, il che è relativamente abbastanza raro. Si fa allora “memoria” della Domenica.

[5] Dom Delatte, Epîtres de Saint Paul, I, 680.

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