Domenica Settima dopo Pentecoste (Liturgia)

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 454-457

Il ciclo domenicale del Tempo dopo la Pentecoste completa oggi il suo primo settenario. Prima della traslazione generale che dovettero subire le letture evangeliche in questa parte dell’anno, il Vangelo della moltiplicazione dei sette pani dava il suo nome alla settima Domenica e il mistero che esso racchiude ispira ancora in vari punti la liturgia di questo giorno.

La sapienza divina

Ora, questo mistero è quello della consumazione dei perfetti nel riposo di Dio, nella pace feconda dell’unione divina. Salomone, il Pacifico per eccellenza, viene ad esaltare oggi la Sapienza divina, e a rivelare le sue vie ai figli degli uomini. Negli anni in cui la Pasqua tocca il punto più alto in aprile, la settima Domenica dopo la Pentecoste è infatti la prima del mese di agosto, e la Chiesa vi inizia, nell’Ufficio della notte, la lettura dei libri Sapienziali. Diversamente continua, è vero, quella dei libri storici, che può seguitare così ancora per cinque settimane; ma anche allora la Sapienza eterna conserva i suoi diritti su quella Domenica che il numero settenario le consacrava già in una maniera così speciale. Infatti, in mancanza delle istruzioni ispirate dal libro dei Proverbi, vediamo Salomone in persona dare il buon esempio nel terzo libro dei Re, preferire la Sapienza a tutti i tesori, e farla assidero con sé come la sua ispiratrice e la sua nobilissima Sposa sul trono di David padre suo.

Anche David – ci dice san Girolamo interpretando la Scrittura di questo giorno in nome della Chiesa stessa (II Notturno) – anche David, sulla fine della sua vita guerriera tormentata, conobbe le attrattive di quella incomparabile Sposa dei pacifici; e le sue caste carezze, che non accendono i fuochi della concupiscenza, vinsero divinamente in lui il ghiaccio dell’età.

“Sia essa dunque anche mia – riprende poco più avanti il solitario di Betlemme; – riposi nel mio seno questa Sapienza eternamente pura. Senza mai invecchiare, sempre feconda nella sua eterna verginità, è agli ardori della sua divina fiamma che si accende nel cristiano il fervore dello spirito richiesto dall’Apostolo (Rm 12,11); è per il venir meno del suo impero che alla fine dei tempi si raffredderà la carità di molti”.

MESSA

La Chiesa, lasciando la sinagoga nelle sue città condannate a perire, ha seguito Gesù nel deserto. Mentre gli Ebrei infedeli assistono senza vedere a quella trasmigrazione per essi tanto fatale, Cristo convoca i popoli e li conduce a ranghi serrati sulle tracce della Chiesa. Dall’Oriente e dall’Occidente, dal Nord e dal Sud essi arrivano e prendono posto con Abramo, Isacco e Giacobbe al banchetto del regno dei cieli (Mt 8,11).

EPISTOLA (Rm 6,19-23)

Fratelli: Parlo a mo’ degli uomini, a motivo della debolezza della vostra carne: come dunque deste le vostre membra al servizio dell’immondezza e dell’iniquità per l’impurità, così date ora le vostre membra al servizio della giustizia per la santificazione. Quando eravate servi del peccato eravate liberi dalla giustizia; ma qual frutto aveste allora dalle cose di cui ora vi vergognate? Certamente la fine di esse è la morte. Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per vostro frutto la santificazione e per fine la vita eterna, essendo paga del peccato la morte, e grazia di Dio la vita eterna in Gesù Cristo nostro Signore.

La vera libertà

“La vita del battezzato, che gli deriva dalla sua adesione a nostro Signor Gesù Cristo mediante la fede, è pace con Dio, è gaudio, è libertà. È doppiamente libertà: a motivo di ciò che il battesimo ha distrutto e di ciò che ha edificato in noi. Per comprendere ciò, occorre definire esattamente la libertà e il suo contrario, la servitù. Vi è per me servitù, quando sono tenuto sotto la dipendenza di chi non dovrei, quando il tiranno agisce su di me con la forza esterna e con la costrizione, quando mi associa mio malgrado alle sue opere meschine, quando una parte di me, la più nobile, protesta contro le angherie che adopera il suo potere dispotico. Allora sì vi è servitù.

Ma quando sono sotto la dipendenza di chi devo; quando il potere che si esercita su di me agisce sull’intimo, si rivolge all’intelletto e alla volontà; quando esso mi fa attendere con sé ad opere alte e degne; quando mi associa al lavoro di Dio stesso e sotto il suo influsso interiore mi fa collaborare a un programma di alta moralità; quando ho coscienza che non è soltanto Dio ma sono anche tutte le parti più nobili della mia anima che plaudono all’opera che compiamo insieme il Signore ed io; chiamate pure ciò servitù; io dirò da parte mia, che è la somma libertà, l’assoluta indipendenza. Appartenere all’intelletto è libertà; appartenere all’intelletto di Dio è la più sublime libertà che vi sia” [1].

VANGELO (Mt 7,15-21)

In quel tempo: Disse Gesù ai suoi discepoli: Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi travestiti da pecore; ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li conoscerete. Si coglie forse dell’uva dalle spine, o dei fichi dai triboli? Così ogni albero buono dà buoni frutti, ed ogni albero cattivo dà frutti cattivi. Non può l’albero buono dar frutti cattivi, né l’albero cattivo dar frutti buoni. Ogni pianta che non porta buon frutto vien tagliata e gettata nel fuoco. Voi li riconoscerete dunque dai loro frutti. Non chi mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi entrerà nel regno dei cieli.

I discepoli della sapienza

“Li riconoscerete dai loro frutti”, dice il Vangelo; e la storia giustifica le parole del Salvatore. Sotto le vesti dell’agnello con cui vogliono ingannare i semplici, gli apostoli della menzogna esalano odore di morte. Le loro abilità dialettiche e le loro interessate vanterie non dissimulano il vuoto delle loro opere. Non abbiate dunque nulla in comune con essi. I frutti inutili o impuri delle tenebre, gli alberi d’autunno e doppiamente morti che li portano sui loro rami secchi, saranno destinati al fuoco. Se siete stati anche voi una volta tenebre, ora che siete divenuti luce nel Signore mediante il battesimo o il ritorno d’una sincera conversione, mostratevi tali: producete i frutti della luce in piena bontà, giustizia e verità (Ef 5,8.9). A questa sola condizione potrete sperare il regno dei cieli, e dirvi fin da questo mondo i discepoli di quella Sapienza del Padre che esige per sé oggi il nostro amore.

Infatti – dice l’Apostolo san Giacomo quasi per commentare il Vangelo di questo giorno – può il fico dare dell’uva e la vite dei fichi? Così nemmeno l’acqua salata può farne della dolce. Chi è sapiente e scienziato tra voi? Lo dimostri colla bontà della vita, colle sue opere fatte con quella mansuetudine che è propria della sapienza. Perché non è questa la sapienza che scende dall’alto, questa è sapienza terrena, animalesca, diabolica. Invece la sapienza che vien dall’alto prima di tutto è pura, poi è pacifica, modesta, arrendevole, dà retta ai buoni, è piena di misericordia e di buoni frutti, aliena dal criticare e dall’ipocrisia. Or il frutto della giustizia è seminato nella pace da coloro che procurano la pace (Gc 3,11-18 passim).

PREGHIAMO

O Dio, che provvedi a tutte le cose in modo ineffabile, allontana da noi tutto ciò che è nocivo e concedici tutto ciò che è di aiuto.


[1] Dom Delatte, Epîtres de Saint Paul, I, 643.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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