Domenica ventunesima dopo Pentecoste (Liturgia)

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 519-525

Ufficio

Le domeniche che seguono sono le ultime del Ciclo annuale, ma la distanza dalla fine di esso varia ogni anno, in relazione allo spostamento della Pasqua. Tale spostamento impedisce la ricerca di un preciso accordo tra la composizione delle loro Messe e le lezioni dell’Ufficio della notte che, come abbiamo detto, dopo il mese di Agosto sono fisse (VII Domen. dopo la Pentecoste). I fedeli devono ricordare che in ottobre si legge il libro dei Maccabei, che ci anima agli ultimi combattimenti, e in novembre quello dei profeti, che annunziano il giudizio di Dio, per poter trarre dalla santa Liturgia un’istruzione completa e capire bene, come è necessario, la preoccupazione della Chiesa in queste ultime settimane.

MESSA

La lotta contro Satana

Durando di Mende nel suo Razionale si applica a dimostrare che questa domenica e le seguenti danno risalto al Vangelo delle nozze divine e ne sono lo sviluppo. Egli oggi dice: “Posto che il peggior nemico delle nozze è la gelosia di Satana verso l’uomo, la Chiesa tratta in questa Domenica della lotta contro di lui e della armatura necessaria per sostenerla, come si vedrà nell’Epistola e, siccome cilicio e cenere sono le armi della penitenza, nell’Introito la Chiesa fa sua la voce di Mardocheo, che prega Dio in cenere e cilicio” (Razionale, VI, 138, Est 4,1).

Miseria del genere umano

Le riflessioni del vescovo di Mende hanno fondamento, ma, se il pensiero dell’unione divina che presto si compirà è sempre presente alla Chiesa, essa si mostrerà veramente Sposa nelle tristezze degli ultimi tempi soprattutto dimenticando se stessa, per pensare solo agli uomini, la salvezza dei quali a Lei fu affidata dallo Sposo. La Liturgia si ispira ed è piena ora dell’avvicinarsi del giudizio finale e delle condizioni lacrimevoli del mondo negli anni che precederanno immediatamente la conclusione della storia umana. I nostri padri erano oggi particolarmente sensibili all’Offertorio tolto da Giobbe coi suoi versetti dalle esclamazioni espressive, dalle ripetizioni insistenti e si può davvero dire che tale Offertorio svela il vero significato della ventunesima Domenica dopo la Pentecoste.

Come Giobbe sul letamaio, il mondo, ridotto alla miseria estrema, può sperare soltanto in Dio. I santi che ci sono ancora onorano il Signore con una pazienza e una rassegnazione, che nulla tolgono all’ardore e alla potenza delle loro preghiere. Ciò mette subito loro in bocca la preghiera sublime che Mardocheo fece per il suo popolo condannato a totale sterminio, figura dello sterminio che attende il genere umano (Est 13,9-11).

EPISTOLA (Ef 6,10-17)

Fratelli: Diventate torti nel Signore e nella sua virtù potente. Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo: perché non abbiamo da combattere con la carne o col sangue, ma contro i principi e le potestà, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro i maligni spiriti dell’aria. Prendete quindi l’armatura di Dio, per potere resistere nel giorno cattivo e, in tutto perfetti, restar vittoriosi. State adunque saldi, cingendo il vostro fianco con la verità, vestiti della corazza della giustizia, avendo i piedi calzati in preparazione al Vangelo di pace. Prendete soprattutto lo scudo della fede, col quale possiate estinguere tutti gli infuocati dardi del maligno. Prendete ancora l’elmo della salvezza e la spada dello spirito, cioè la Parola di Dio.

Il giorno del giudizio

I giorni tristi, già annunziati dall’Apostolo Domenica scorsa, sono numerosi nella vita di ogni uomo e nella storia del mondo. Ma per ogni uomo e per il mondo c’è un giorno cattivo tra tutti: il giorno del finale giudizio di cui la Chiesa canta che per la sventura e la miseria sarà di amarezza grande. L’uomo ha avuto gli anni; i secoli si sono succeduti per il mondo per preparare il giorno finale e saranno felici i combattenti della buona battaglia, coloro che in quel giorno terribile saranno vincitori e, secondo l’espressione del Dottore delle Genti, si alzeranno fra le rovine perfetti in tutto. Essi non conosceranno la seconda morte e, coronati con la corona della giustizia, regneranno con Dio sul trono del Verbo.

Appoggiarsi a Cristo

Se l’Uomo-Dio è capo, la lotta è facile. Egli ci chiede, per mezzo del suo Apostolo, di cercare la nostra forza solo in lui e nella potenza della sua virtù. La Chiesa sale dal deserto appoggiata al suo Diletto e l’anima fedele, pensando che le armi che porta sono le stesse armi dello Sposo, si sente intenerita di amore. Non per nulla i Profeti ce la presentarono mentre avanzava cingendo per prima lo scudo della fede, con l’elmo della salvezza, la corazza della giustizia, la spada dello spirito che è la parola di Dio e il Vangelo ce la presenta in lizza, per preparare con il suo esempio i suoi al maneggio di queste armi divine.

L’arma della fede

Armi molteplici per i molteplici effetti, tutte si riassumono, offensive e difensive, nella fede. Lo si vede facilmente leggendo l’Epistola e ce lo ha insegnato il nostro capo divino quando rispose soltanto invocando tre volte la Scrittura al triplice attacco subito sul monte del digiuno. La vittoria che vince il mondo, dice san Giovanni (1Gv 5,4) è la nostra fede; e Paolo, al terminare della sua carriera, riassume le lotte della sua esistenza e di tutta la vita cristiana nella lotta della fede. La fede, nonostante le condizioni svantaggiose segnalate dall’Apostolo, assicura il trionfo agli uomini di buona volontà. Se nella lotta ingaggiata si dovesse misurare la speranza di un successo delle parti avverse confrontando le loro forze, non avremmo un presagio favorevole, perché non si tratta di resistere a uomini di carne e sangue come noi, ma a nemici inafferrabili che riempiono l’aria e sono invisibili, intelligenti, forti, che conoscono a meraviglia i tristi segreti della nostra povera natura decaduta e dirigono tutti i loro sforzi contro l’uomo per perderlo in odio a Dio. Creati in origine, perché riflettessero nella purezza della natura tutta spirituale lo splendore divino del loro autore, mostrano compiuto in se stessi dall’orgoglio l’orrendo prodigio di intelligenze pure votate al male e all’odio della luce.

Diventare luce

Noi, che per natura siamo tenebra, come lotteremo contro le potenze spirituali, che mettono la loro intelligenza al servizio delle tenebre? Risponde san Giovanni Crisostomo: “Diventando luce” (Omelia XXII su l’Epistola agli Efesini). La faccia del Padre non brillerà su di noi prima del gran giorno della rivelazione del Figlio di Dio, ma fino a quel giorno la parola rivelata rimedia alla nostra cecità (2Pt 2,19). Se il Battesimo non ha aperto in noi gli occhi, ha aperto l’udito e Dio attraverso la Scrittura parla alla Chiesa e la fede da a noi una certezza come se già vedessimo.

Il giusto vive in pace e nella semplicità del Vangelo con docilità di fanciullo, difeso contro i pericoli dalla fede meglio che dallo scudo, dall’elmo e dalla corazza. La fede spunta i dardi delle passioni e rende inutili le astuzie dei nemici e fa sì che non occorrano sottili ragionamenti e lunghe considerazioni per scoprire i sofismi dell’inferno e prendere una decisione. Perché basta in qualsiasi circostanza la parola infallibile di Dio, e Satana teme chi di essa è contento. Egli teme un tale uomo più che tutte le accademie e tutte le scuole dei filosofi. È già abituato a sentirsi stritolato sotto i piedi di lui (Rm 16,20), come nel giorno del grande combattimento (Ap 12,7) fu precipitato dai cieli per una sola parola dell’Arcangelo san Michele diventato così nostro modello e difensore.

VANGELO (Mt 18, 23-35)

In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: Il regno dei cieli è simile ad un re il quale volle fare i conti coi suoi servi. Ed avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. E siccome egli non aveva da pagare, il padrone comandò che fosse venduto lui e la moglie e i figli e tutto quanto aveva e fosse saldato il debito. Ma il servo gettatoglisi ai piedi lo scongiurava dicendo: Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto. E il padrone, mosso a compassione di quel servo, lo lasciò andare condonandogli il debito. Ma, uscito di lì, quel servo trovò uno dei suoi conservi che gli doveva cento danari; e presolo per la gola lo strangolava dicendo: Paga quanto mi devi. E il conservo gettatoglisi ai piedi, si raccomandava dicendo: Abbi pazienza con me e ti pagherò di tutto. Ma costui non volle, anzi andò a farlo mettere in prigione fino a che non avesse pagato. Or i conservi vedendo quello che accadeva, grandemente contristatisi, andarono a riferirlo al padrone. Allora il padrone chiamò quel servo e gli disse: Servo iniquo, io ti ho condonato tutto quel debito perché ti raccomandasti e non dovevi anche tu aver pietà di un tuo conservo, come io l’ho avuta di te? E sdegnato lo consegnò ai manigoldi, fino a che non avesse pagato tutto quanto il suo debito. Così anche il Padre celeste farà a voi, se con tutto il cuore ognuno di voi non perdona al proprio fratello.

Meditiamo la parabola del Vangelo, che vuole insegnarci un modo sicuro di regolare per l’avvenire i nostri conti col Re eterno.

Significato della parabola.

Ciascuno di noi è il servitore negligente, debitore che non può pagare e che il padrone è in diritto di vendere con tutte le sue cose e consegnare al carnefice. Il debito contratto con la Maestà sovrana di Dio è di natura tale che richiede, a rigore di giustizia, tormenti senza fine e suppone un inferno eterno nel quale l’uomo, pur scontando sempre, non si riscatta mai.

Lodiamo il divino creditore e serbiamogli riconoscenza infinita perché, per le preghiere dell’infelice che supplica di concedergli tempo per pagare, va oltre la domanda e perdona subito tutto il debito. Quello che segue però ci dice che ciò avviene ad una condizione per il servitore: condizione giustissima, cioè di agire verso i suoi compagni come il padrone ha agito con lui. Esaudito così dal suo Signore e Re, liberato gratuitamente da un debito infinito, potrebbe rigettare la stessa preghiera che lo ha salvato, se fosse rivolta a lui da un compagno e mostrarsi senza pietà per le obbligazioni che il compagno ha verso di lui?

Sant’Agostino dice: “Ogni uomo ha un credito verso il fratello, perché dov’è l’uomo che non ha mai ricevuta un’offesa? Perciò chi mai non è debitore di Dio, dato che tutti hanno peccato? L’uomo è dunque insieme debitore di Dio e creditore verso il fratello, e il giusto Iddio ha dato la regola di agire col nostro creditore come egli agisce col suo” (Discorso LXXXIII, 2). Ogni giorno noi preghiamo, rivolgiamo a Dio la stessa supplica e ci prosterniamo a dire: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12). “Di quale debito parli? Di tutti i debiti o solo di qualcuno? Tu dici: Tutti. E allora tu pure perdona tutto al tuo debitore, perché questa è la regola accettata, la condizione posta” (Sant’Agostino, ivi, 4).

Perdonare per essere perdonati

“È cosa più grande, dice san Giovanni Crisostomo, perdonare al prossimo i torti che ci ha fatto che un debito di denaro, perché, perdonando i suoi peccati, noi imitiamo Dio” (Omelia XVII, 1, Sulla lettera agli Efesini). E che cosa è dopo tutto l’offesa fatta dall’uomo all’uomo in confronto dell’offesa fatta dall’uomo a Dio? Tuttavia questa ci è familiare, anche il giusto la commette sette volte al giorno (Pr 24,16) e più o meno riempie il giorno tutto. Almeno la sicurezza di essere perdonati ogni sera col solo pentimento delle nostre miserie ci renda capaci di misericordia verso gli altri. È abitudine santa quella di non andare a letto prima di sapere di potere addormentarsi sul petto di Dio come Giovanni, ma, se noi sentiamo il sereno bisogno di trovare alla fine del giorno oblio dei nostri falli e infinita tenerezza nel cuore del Padre, che è nei cieli (Mt 5,9), come pretendiamo di conservare in cuore spiacevoli ricordi, rancori piccoli o grandi contro i nostri fratelli, che sono suoi figli allo stesso modo? Essi pure sono forse stati oggetto di ingiuste violenze, di atroci ingiurie, i loro falli contro di noi non uguaglieranno mai i peccati commessi da noi contro un Dio così buono del quale siamo nati nemici e del quale abbiamo causato la morte. Non vi è perciò circostanza in cui non si applichi la regola dell’Apostolo: Siate misericordiosi, perdonatevi a vicenda, come Dio vi ha perdonati nel Cristo; siate imitatori di Dio come suoi figli carissimi (Ef 4,32; 5,1).

Chiami Dio tuo Padre e conservi ricordo di un’ingiuria! “Non è cosa che convenga a un figlio di Dio – dice bene san Giovanni Crisostomo – conviene a un figlio di Dio perdonare i nemici, pregare per coloro che lo crocifiggono, versare il suo sangue per quelli che lo odiano. Ecco coloro che sono degni di un figlio di Dio: nemici, ingrati, ladri, impudenti, traditori per farne fratelli e coeredi” (Omelia sopra l’Epistola agli Efesini, XIV, 3).

Presentiamo intero il celebre Offertorio di Giobbe con i suoi versetti e ciò che abbiamo detto al principio di questa domenica aiuterà a intenderlo bene. L’Antifona, sola parte oggi conservata, ci presenta, dice Amalario, le parole dello storico, che narra semplicemente i fatti e procede direttamente finché Giobbe stesso, stanco il corpo e l’anima colma di amarezza, è messo in scena nei versetti.

Le ripetizioni, le sospensioni, le riprese, le frasi interrotte esprimono al vivo il suo respiro ansante e il suo dolore {De Eccl. Off. l. IlI, c. 39).

OFFERTORIO

Vi era un uomo nella terra di Hus, semplice e retto e timoroso di Dio che Satana chiese di tentare. Gli fu dato potere sui suoi beni e sul suo corpo ed egli fece perire tutto quanto gli apparteneva e i suoi figli e colpì il suo corpo di una piaga mortale.

V/. È piaciuto a Dio che fossero pesati i miei peccati, è piaciuto a Dio che fossero pesati i miei peccati coi quali ho meritato la sua collera, e i mali, i mali di cui soffro.

Questi appariranno più grandi.

V/. Vi era un uomo.

V/. Perché qual è, perché qual è, perché qual è la mia forza per sopportarli? quando verrà la mia fine, per poter avere pazienza?

V/. Vi era un uomo.

V/. La mia forza è forse quella della roccia? o forse è la mia carne di bronzo?

V/. Vi era un uomo.

V/. Perché, perché, perché, il mio occhio non potrà più vedere la felicità, vedere la felicità, vedere la felicità, vedere la felicità, vedere la felicità, vedere la felicità, vedere la felicità, vedere la felicità, vedere la felicità, vedere la felicità.

Vi era un uomo.

PREGHIAMO

Custodisci con incessante bontà, o Signore, la tua famiglia, affinché sotto la tua protezione sia libera da ogni male e, facendo il bene, dia gloria al tuo nome.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri 

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