E’ meglio comandare o ubbidire? Se non si crede, comandare; ma se si crede, è meglio ubbidire!

Un antico detto monastico dice: Ubbidire è meglio che comandare.

Una frase di questo tipo suona strana, soprattutto per la mentalità di oggi che è una mentalità inequivocabilmente mondana.

Ricordiamo  che cristianamente per “mondo” non s’intende il creato in quanto tale (che è invece “cosa buona” come dice il Libro del Genesi), ma quell’insieme di fattori (ambizione, ricerca del potere, del danaro, ecc…) che fanno sì che l’uomo privilegi la ricerca del piacere materiale piuttosto che il rispetto della Legge di Dio e la salvezza della propria anima.

I nostri sono i tempi dell’apparire e del fare carriera. Per essi (per l’apparire e per la carriera) si è pronti a sacrificare ogni cosa, finanche gli affetti che dovrebbero essere più cari.

Si sa che tra i giovani le aspirazioni più frequenti sono quelle di diventare “qualcuno”, di farsi desiderare, di occupare i posti di maggiore potere per servirsi di ogni bene e degli altri.

D’altronde non c’è da stupirsene: tutto questo ha una logica. E’ la conseguenza di un mondo che non vive più nella prospettiva dell’eternità e del giudizio di Dio.

E’ inutile che ci prendiamo in giro: se la vita finisce definitivamente con la morte, è più che naturale convincersi che sia meglio comandare che ubbidire, che sia meglio essere “qualcuno” piuttosto che vivere nel nascondimento. A che pro sacrificarsi, ridursi e non emergere?

All’uomo tutto si può chiedere ma non di essere scemo! Perché rimandare a dopo la felicità, se poi questo “dopo” non c’è?

Tra parentesi: da qui si capisce il perché del fallimento di tutte quelle prospettive morali che rinunciano al fondamento metafisico per basarsi solo su un puro volontarismo moralistico (ogni riferimento alle morali kantiana e post-kantiane non è puramente casuale!).

Il sacrificarsi e il sano timore di assumersi delle responsabilità hanno senso solo nella prospettiva della vita eterna e di una sua razionale e persuasiva ammissione. Infatti, se si crede davvero nel giudizio di Dio, si arriva a “tremare” ogni qualvolta il proprio ruolo deve assumere maggiori responsabilità.

L’odierna mentalità neopagana non riesce a capire che quando aumenta l’autorità è perché deve aumentare il servizio.

Spesso si dice: poveretto quel parroco di campagna, dimenticato da tutti, che deve farsi tutto da solo…il Papa invece, servito e riverito…Ma perché non ricordare che quando il parroco di campagna andrà dinanzi al giudizio di Dio, il Signore gli chiederà conto di ciò che avrà fatto per la salvezza di quelle centinaia di anime che gli sono state affidate; quando invece ci andrà il Papa, gli si chiederà conto di ciò che avrà fatto per salvezza non di centinaia ma di miliardi e miliardi di anime?

Si racconta che quando san Pio X (ancora cardinale) si accorse che in conclave si stavano accordando sul suo nome, arrivò ad implorare con le lacrime agli occhi di evitargli questa responsabilità di cui si riteneva indegno. Così ragionano i santi!

Lo stesso vale per la famiglia. San Paolo dice che il marito è capo della moglie. Maschilista? Sciocchezze. Non si ricorda che a questa affermazione ne fa seguire un’altra, e cioè che il marito deve amare la moglie come Cristo ha amato la Chiesa. E Cristo per la Chiesa ha dato la sua vita. Infatti, mentre la moglie è tenuta a dare la vita per i figli, il marito è tenuto a dare la sua vita per i figli e anche per la moglie.

Una breve ma importante comparazione: si pensi che nella famiglia islamica tutto appartiene al marito: figli e moglie (pardon: mogli!). Il marito è una specie di astro intorno al quale tutti (a mo’ di satelliti) devono gravitare. Altro che autorità come servizio!

Convinciamoci che anche su questo argomento (comando e obbedienza) il Cristianesimo si pone al di sopra di ogni altra religione e dimostra di essere vero: tempera il comando dandogli una prospettiva di servizio, nobilita l’obbedienza rendendola via privilegiata di santità.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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