E’ talmente grande la crisi… che dobbiamo temere finanche gli Anglicani

Anglican Bishops from around the world file into the Canterbury Cathedral for their Sunday service, Canterbury, England, Sunday, July 20, 2008. The bishops have turned to the enormous task at the heart of their once-a-decade summit: trying to keep the Anglican family from breaking apart over the Bible and homosexuality. With its private prayer phase over Saturday, the business of the Lambeth Conference begins, but it is hobbled by a boycott: about one-quarter of the invited bishops _ mostly theological conservatives from Africa _ are not attending. (AP Photo/Sang Tan)

Selezionato da: liberoquotidiano.it 

Uno su dieci non ce la fa. Tra i sintomi più preoccupanti della crisi del cattolicesimo non c’è solo la fuga dei fedeli dalle chiese e il mancato avvicinamento o la mancata conversione di nuovi credenti; ma c’è anche la rinuncia al proprio ministero da parte di tanti, tantissimi sacerdoti che – per ragioni personali, motivi dottrinali o un’insofferenza verso le gerarchie – si spretano, dismettono l’abito talare o approdano ad altre confessioni. Secondo le stime di alcune associazioni cattoliche in Italia, sono ben 5mila i preti che si sono dimessi su un totale di 50mila uomini con la tonaca. Un’erosione enorme.

Ed è interessante che, mentre la maggior parte torna alla vita laicale, alcuni di essi restano preti, ma sotto una nuova veste, quella della Chiesa anglicana. In questi giorni ha fatto scalpore la storia del segretario dell’abbazia di Montecassino, padre Antonio Potenza, diventato anglicano e trasferitosi in Gran Bretagna dove ha sposato una giovane donna all’interno di un’altra abbazia, quella di Westminster. Ma non è un caso isolato. Come raccontato da Marianna Losito di coratolive.it, un prete pugliese, don Fabrizio Pesce, dopo una crisi spirituale durante una missione in Argentina (dove aveva come vescovo il futuro Papa Francesco), ha lasciato il sacerdozio, si è innamorato di una donna che ha sposato ed è andato a vivere a Londra; qua si è avvicinato alla comunità anglicana fino a divenirne sacerdote.

Storie che si inseriscono in un fenomeno più ampio, confermato dal vicario generale della Chiesa anglicana in Italia, Vickie Sims: «I preti cattolici mi contattano nella speranza di poter diventare preti anglicani», ci dice, «anche se non esiste un passaggio diretto. Uno deve essere prima membro della chiesa anglicana, e poi in un secondo momento discernere la vocazione al sacerdozio anglicano». Ecco allora il caso di «un gesuita che, tempo dopo aver lasciato il sacerdozio cattolico, è entrato nella Chiesa d’Inghilterra e ha poi ottenuto il permesso a esercitare il ministero dal nostro vescovo»; e ancora la storia di un prete che si è sposato, ha avuto una figlia ed è approdato alla Chiesa d’Inghilterra; o la vicenda di un giovane ex sacerdote cattolico che «è ancora nel processo per fare riconoscere i suoi ordini» dalla Chiesa anglicana. A conferma che, sebbene richiesto, il passaggio è molto lento e lungo. «Prima la persona deve far parte di una congregazione anglicana come laico per un periodo di tempo. Poi, a seguito di un processo di discernimento, può essere accettata per esercitare il suo ministero nella Chiesa d’Inghilterra».

Di solito i parroci ex cattolici, nella fase di passaggio, cambiano non solo confessione ma anche Paese: si trasferiscono in Gran Bretagna dove hanno maggiore possibilità di esercitare il loro sacerdozio con la nuova veste.
«A muoverli nella scelta di approdare all’anglicanesimo c’è una somma di fattori. In primo luogo, la possibilità di vivere a pieno la propria sfera affettivo-sessuale, visto che nella Chiesa anglicana il matrimonio dei sacerdoti è pienamente riconosciuto. Ma contano anche altri aspetti, di natura dottrinale-pastorale: dalla minore gerarchia interna alla maggiore autonomia di ciascuna comunità fino a un messaggio evangelico più vicino all’uomo e alla sua natura, in nome di un pragmatismo tipicamente british. «Una combinazione», sintetizza la Sims, «di vita privata con questioni di dogma e di cultura ecclesiastica».

Temi che spingono ad aderire alla comunità anglicana non solo parroci ma anche semplici fedeli. Motivati ad esempio dalla possibilità per un divorziato di risposarsi o di vedere celebrata una messa anche da parte di una donna (nella Chiesa anglicana è prevista l’ordinazione femminile). Ma, ribadisce la Sims, «quello che attrae le persone è soprattutto l’esperienza di una comunità dove si sentono volute, accettate, e trovano lo spazio per riflettere sulla vita e incontrare Dio». E così la Chiesa anglicana cresce, a piccoli passi in Italia, dove esistono una ventina di congregazioni riconducibili alla Chiesa d’Inghilterra e la comunità ha un carattere internazionale, in quanto mette insieme persone dalle nazioni più diverse; e in modo più significativo nel mondo, dove la confessione anglicana è la terza del cristianesimo, dopo il cattolicesimo romano e la Chiesa ortodossa. Ma, a spiegare questa tendenza, c’è forse soprattutto la volontà di realizzare il doppio auspicio di Enrico VIII e di Lucio Dalla. Il primo, divorziando, sperava di «tornare lo scapolo più felice del creato»; il secondo sognava preti che «potranno sposarsi, ma solo a una certa età».

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