Enciclopedia Apologetica: Platone (apologetica filosofica)

Enciclopedia Apologetica “San Giuseppe, Custode della Verità”

Il Secondo Sentiero (La Verità va conosciuta: apologetica per dimostrare la verità del Cristianesimo) si affida a San Giuseppe, Colui che fu chiamato dalla Provvidenza, in obbedienza totale e offrendo tutto se stesso, a proteggere e a custodire la Verità.

Platone

(apologetica filosofica)

La vita

Platone nacque ad Atene nel 427 e morì nel 347 a.C. Ottant’anni, non male. D’altronde, si sa, la filosofia rende longevi perché fa rimanere attiva la mente… il problema è che alle volte fa morire gli altri… ma questo, per qualche filosofo, può essere secondario.

Della vita di Platone sappiamo molto poco. Nel 399, dopo la morte di Socrate, ch’era il suo maestro, si recò con altri socratici a Megara (una fuga per sfuggire anche loro alla condanna? Chissà…). Nel 388 si recò in Sicilia, ospite a Siracusa di Dionigi I. Nella città siciliana tornò ancora nel 367 e anche nel 361, quando ormai regnava Dionigi II. In realtà, questi tiranni erano gli unici che potevano avere lo “stomaco” di ascoltare le sue idee sulla realizzazione di uno Stato-ideale. E, come tutte le cose strambe e utopistiche, questo progetto fallì. Ma ci pensate? Platone arrivava a dire che a comandare dovessero essere i filosofi. Più astratto di così!

Platone fondò l’Accademia, rimasta famosa. Lo fece al ritorno del suo primo viaggio in Italia. Nell’Accademia si radunavano gli ingegni più brillanti dell’epoca (filosofi, matematici, astronomi, medici) e le finalità erano quelle di creare i futuri governanti della società. L’Accademia sopravvisse fino a quando Giustiniano I (482-565), imperatore romano d’Oriente, nel 529 ne decise la chiusura e ne confiscò il patrimonio.

Platone scrisse molto, anche se risentì della diffidenza che il suo maestro Socrate aveva nei confronti della scrittura. Capì però che tutti quegli sforzi intellettuali non potevano andare persi; e allora arrivò ad un buon compromesso all’ “italiana”, lui che italiano non era: il filosofo deve sì scrivere molte cose, ma non quelle che per lui sono “di maggior rilievo”. Per la serie: ho ragione io… ma anche Socrate.

Dunque, Platone scrisse molte opere, di cui alcune sono andate perdute. A quelle rimaste è difficile assegnare una datazione precisa. Le opere sono I dialoghi, che si possono dividere in “socratici”, dove si espone la dottrina di Socrate (Apologia di Socrate, Critone, Ione, Liside, Eutifrone); in “polemici”, dove si criticano i sofisti (Protagora, Gorgia, Cratilo, Menone, Ippia Maggiore); della maturità (Convito: sull’amore, Fedone: sull’immortalità dell’anima, Fedro: sulla retorica, Rupubblica: sullo Stato ideale); della “vecchiaia”, dove Platone rivede la dottrina delle Idee e dello Stato (Teeteto, Parmenide, Sofista, Politica, Filebo, Timeo).

Veniamo al suo pensiero.

Fu il primo ad indagare il soprasensibile

Prima di tutto va detto che a Platone si deve la scoperta del mondo soprasensibile, nel senso che fu lui il primo ad indagarlo con un metodo rigorosamente razionale.

In realtà già altri filosofi avevano fatto cenno ad un mondo oltre quello fisico (d’altronde la religione ha sempre influenzato i filosofi), ma, per l’appunto, vi avevano fatto solo cenno, cioè non lo avevano indagato in maniera sistematica e filosofica.

Il ragionamento che fa è molto semplice e persuasivo. Se l’uomo si guarda intorno si accorge che non c’è una bellezza assoluta, un bene assoluto, né tantomeno una perfezione assoluta, ecc… E allora perché l’uomo possiede questi concetti di bellezza assoluta, di bene assoluto, di perfezione assoluta? Se non li ha potuti apprendere sperimentandoli in questa vita, vuol dire che li sperimentati in un’altra vita.

Dunque, secondo Platone, le teorie “fisiche” delle filosofie precedenti non avevano saputo rispondere al “perché” delle cose. Gli elementi fisici non sono la vera causa della realtà, ma sono solo gli strumenti di cui si avvale la vera causa, che è aldilà del fisico ed è l’idea. Platone diceva che se si vuole spiegare la ragione per cui una cosa è bella, non ci si può limitare alle componenti fisiche (bellezza del colore, della forma, ecc.) ma si deve risalire all’idea del bello. Un bel colpo al soggettivismo e allo scetticismo dei Sofisti!

L’idealismo di Platone non ha nulla di “idealistico”

Va detto però che l’idea platonica non ha nulla di idealistico. Quando noi pensiamo alle idee pensiamo a qualcosa di astratto, che si contrappone alla realtà; Platone invece non la pensava così. Le sue idee sono sì oltre il mondo fisico, ma sono reali, e a queste idee corrisponde una realtà fisica ben precisa. Da Cartesio in poi il concetto di “idea” assumerà una connotazione idealista, cioè di pura astrazione: alle idee non necessariamente debbono corrispondere le cose.

Ma come sono fatte queste idee? Sembra che Platone si dimenticasse le risposte precedenti; infatti, a volte rispondeva in un modo, a volte in un altro. All’inizio diceva che fossero di natura morale (bontà, bellezza, santità…); poi di natura metafisica (unità, differenza, moto, quiete, essere…); negli ultimi scritti disse che potevano essere di natura matematica, cioè numeri.

Dove però Platone aveva le idee chiare (come battuta non male) era sulla proprietà delle idee. Le idee -diceva- sono semplici, incorporee, immateriali, insensibili, incorruttibili, eterne, divine, immutabili, autosufficienti, trascendenti.

Un’altra caratteristica: le idee sono disposte gerarchicamente; pur avendo le stesse qualità, non tutte hanno lo stesso valore: alcune (ad esempio, Bontà, Unità, Essere, Bellezza) sono più importanti rispetto alle altre.[1]

Troppo spiritualismo

La seconda cosa che va detta del pensiero platonico riguarda la contrapposizione insanabile tra materia e spirito. Qui Platone mostra tutto il suo spiritualismo. Per lui il mondo materiale è solo secondario, un mondo decaduto, una riproduzione imperfetta, un’imitazione fatta male. Ma imitazione di cosa? Di un mondo vero, ideale (nel senso di “fatto di idee”), perfetto, eterno, incorruttibile, divino. Questo mondo lo chiama appunto mondo delle idee o iperuranio.[2]

Ma in che senso il mondo fisico è un mondo decaduto? Platone rispondeva: le idee esistono da sempre, il mondo fisico esiste grazie al Demiurgo (una specie di dio minore, un dio di serie B). Questo Demiurgo avrebbe calato nella realtà fisica i modelli del mondo ideale, trasformando il disordine in ordine con l’utilizzazione di enti matematici. Ultimata la formazione del mondo, il Demiurgo vi avrebbe infuso un’anima universale per conservare in vita il mondo, senza bisogno che continuasse ad intervenire. Dunque, per Platone il mondo fisico era meglio che non ci fosse mai stato.

La dialettica come chiave di lettura

La filosofia di Platone deve essere sempre considerata tenendo conto di questo dualismo tra materia e spirito, dualismo che condiziona tutto e che esige una tensione verso l’unità.

Condiziona la logica dove Platone ammette il cosiddetto metodo dialettico, che è appunto un metodo di contrapposizione tra i termini per raggiungere l’unità.

Condiziona la gnoseologia (cioè la conoscenza) in cui Platone svaluta la conoscenza sensibile riducendola alla sola funzione di ravvivare il ricordo delle idee (teoria della reminiscenza): l’anima, prima di essere incarnata, contemplava le idee nell’iperuranio; poi avrebbe dimenticato tutto e inizierebbe a ricordare quando osserva qualcosa.

Insomma, per Platone, i concetti universali non possono derivare dalla conoscenza sensibile. Questo problema verrà invece risolto da Aristotele attraverso il processo astrattivo, l’induzione.

Il dualismo condiziona anche la psicologia. Platone identifica l’uomo con la sola anima spirituale ed immortale; e considera invece il corpo come una “prigione”. L’uomo -diceva- in origine era soltanto anima ed esisteva nel mondo delle idee. Il Demiurgo produsse solo l’anima dell’uomo, poi demandò a dèi minori la creazione del corpo.

Nell’uomo non vi sarebbe una sola anima, ma tre: l’anima razionale, l’anima irascibile e quella concupiscibile, che sono collocate rispettivamente nella testa, nel petto e nel ventre.

L’anima razionale è come un auriga, le altre sono i due cavalli che tirano il cocchio montato dall’auriga. Uno dei cavalli è buono e bello (anima irascibile), l’altro è cattivo e brutto (anima concupiscibile): quello buono è obbediente all’auriga, l’altro è ribelle e procura grande fatica al compagno di giogo.

Dunque, Platone parlava di caduta dell’anima nel corpo. E’ una teoria dai tratti chiaramente gnostici. L’anima, semplice, invisibile, spirituale, all’inizio abitava assieme alle idee nell’iperuranio (una specie di paradiso delle idee) e nella contemplazione delle idee era la sua felicità. Ma ad un certo punto avvenne che l’anima non riuscì più a sostenere lo sforzo della contemplazione e, non giungendo più a vedere le idee, si fece pesante-pesante e cadde sulla Terra.

Ma la caduta nel corpo non ha privato l’anima della sua immortalità; e Platone, nel Fedone, ne dimostra l’immortalità attraverso questo ragionamento: l’anima deve essere dello stesso genere delle idee dal momento che le può conoscere; e proprio perché è dello stesso genere vuol dire che anch’essa è incorruttibile come le idee.[3]

La metempsicosi

Le sorti dell’anima sono cicliche. Essa viene premiata o punita a seconda della vita condotta sulla Terra; e in tempi determinati si reincarna (metempsicosi) per potersi adeguatamente purificare. Anche qui ci sono tratti chiaramente gnostici.

Il dualismo condiziona anche la sua concezione morale. Platone diceva che l’uomo avrebbe dovuto sopprimere totalmente istinti e passioni. Solo in questo modo ci sarebbe stato il distacco dell’anima dalla “prigione” del corpo e quindi la contemplazione delle idee.

Ma un conto è dirle certe cose, altro è praticarle. Si racconta che Platone morì sì alla veneranda età di ottant’anni, ma in mezzo alla confusione di un banchetto nuziale. Chissà quanto aveva mangiato? Lui che tanto magro non doveva essere, se è vero, come è vero, che si chiamava Aristocle e che “Platone” fu un soprannome datogli per la sua corporatura. “Platone” significa “ciccione” (da platys: largo).

Continuando sul problema etico, va detto che anche in lui vi era la fissazione per l’intellettualismo etico. Nel Fedone è scritto che per raggiungere la felicità è necessario rinunciare ai piaceri e alle ricchezze e dedicarsi alla pratica della virtù; ma la virtù è da intendere come conoscenza. Il male sarebbe l’ignoranza.

L’arte? Un pericolo!

Il dualismo condiziona anche l’estetica. Platone, da una parte, considera l’arte come una sorta di “divino entusiasmo”, cioè un’espressione di quell’amore che spinge l’uomo all’unità, al vero, al divino… dall’altra, considera l’arte negativamente perché sarebbe solo un’imitazione del mondo sensibile che è a sua volta imitazione delle idee. Insomma l’arte come un’imitazione di un’imitazione.

Il dualismo condiziona la politica, con la divisione della società in classi e l’assegnazione del governo ai filosofi. Il vero politico -diceva Platone- deve fare ordine il più possibile nello Stato, riconducendo a tutti i livelli la molteplicità ad unità. Il che vuol dire perseguire i valori di giustizia e di bene.

Poiché non esiste altro modo di “curare l’anima” se non con la filosofia, ecco l’identificazione platonica di politica e filosofia, ed ecco l’identificazione di politico e filosofo.[4] Bontà sua!

Platone: positivo o negativo?

Che giudizio dare di Platone?

Indubbiamente i punti positivi sono: l’indagine razionale del soprasensibile, l’immortalità dell’anima, la tensione verso il divino…

I punti invece negativi sono: l’eccessivo spiritualismo, le forti venature gnostiche (negativizzazione del mondo fisico e reincarnazione).

Insomma un pareggio. Attenzione però, più formale che sostanziale, perché Platone è vissuto pur sempre tre secoli prima di Cristo. Di altro giudizio sarebbe meritevole se fosse vissuto dopo Cristo.

E’ un pareggio ottimo: come se una squadra di serie B italiana andasse a pareggiare al “Santiago Bernabeau” con il Real Madrid. Cioè un pareggio che sa di vittoria!

 

[1] E’ chiaro che le idee che attengono più propriamente alla sfera metafisica e morale sono, per Platone, gerarchicamente più importanti.

[2] Platone, nella Repubblica, espone quello che è ricordato come il mito della caverna, ovvero una metafora della visione platonica della condizione umana: siamo in una caverna prigionieri in catene, costretti nei nostri corpi, e vediamo sulla parete solo le ombre distorte di chi passa dietro di noi illuminato dal fuoco e crediamo che la vera realtà siano quelle ombre. Insomma, la nostra esperienza non è la realtà: la vera realtà è al di là dell’apparenza.

[3] “(…)l’anima, quando per qualche sua ricerca si vale del corpo, adoperando la vista o l’udito o altro senso qualunque, perché ricercare mediante il corpo è come dir ricercare mediante i sensi, allora l’anima è trascinata dal corpo a cose che non sono mai costanti, ed ella medesima va errando qua e là e si conturba e barcolla come ebbra, perché tali appunto sono le cose a cui si appiglia. Quando invece l’anima procede tutta sola in se stessa alla sua ricerca, allora se ne va colà dov’è il puro, dov’è l’eterno e l’immortale e l’invariabile; e, come di questi è congenere, così sempre insieme con questi si genera, ogni volta che le accade di raccogliersi in se medesima e le è possibile; e cessa dal suo errare, e rimane sempre rispetto a essi invariabilmente costante, perché tali sono appunto codesti esseri a cui egli si appiglia. E questa sua condizione è ciò che diciamo intelligenza. (…) Orsù, dunque, ancora una volta, da ciò che si disse prima e da ciò che s’è detto ora, a quale di queste due specie pare a te che l’anima sia più congenere e somigliante? Chiunque, anche il più rozzo, messo così su la traccia, pare a me debba convenire in questo, che l’anima è simile in tutto e per tutto a ciò che è sempre invariabile che a ciò che non è. E il corpo? All’altra specie.” (Platone, Fedone, 79e).

[4] “(…) a meno che (…) negli Stati non divengano re i filosofi, o coloro che oggi si dicono re e sovrani non divengano veri e seri filosofi (…) mai, se non a questa condizione, il regime che abbiamo idealmente delineato potrà nascere per quanto è realizzabile, né mai vedrà la luce del sole.” (Platone, Repubblica, 473, 10).

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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