Enciclopedia Apologetica: Soren Kierkegaard (apologetica filosofica)

Enciclopedia Apologetica “San Giuseppe, Custode della Verità”

Il Secondo Sentiero (La Verità va conosciuta: apologetica per dimostrare la verità del Cristianesimo) si affida a San Giuseppe, Colui che fu chiamato dalla provvidenza, in obbedienza totale e offrendo tutto se stesso, a proteggere e a custodire la Verità.

Soren Kierkegaard

(Archivio: apologetica filosofica)

Tempo fa in una scuola della mia città vi era un professore un po’ particolare. Era famoso per la sua ipocondria, diceva di stare male e si sentiva sempre sull’orlo della morte. Iniziava sempre le lezioni parlando delle sue “malattie” e della sua “prossima” morte. Volete sapere come è andata finire? E’ morto molto vecchio…e ha seppellito quasi tutti i parenti.

Anche la storia della filosofia ha conosciuto un tipo di questo genere, è il danese Soren Kierkegaard (1813-1855). Le sue opere più famose sono: Aut-aut (1843) e Timore e tenebre (1846).

Kierkegaard era un tipo di un pessimismo spaventoso, convinto com’era che la sua vita (e anche quella degli altri) fosse contrassegnata dall’angoscia. Pensate che, pur amando una brava ragazza, che corrispondeva al suo amore, che condivideva con lui buoni ideali cristiani, decise di lasciarla, quasi col gusto di volersi infierire un’inutile sofferenza. E la sua vita fu contrassegnata da una continua nostalgia per questa storia d’amore. Arrivò perfino ad annunciare in pubblico la rottura del fidanzamento e disse che il suo lavoro filosofico era più importante del matrimonio. Sbagliato. Non mi vanno giù quei filosofi che fanno della filosofia l’unico scopo della loro vita. Paradossalmente dimostrano di non amare la filosofia. Essa (la filosofia) è uno strumento, non un fine; e la sua più grande disgrazia è renderla il “tutto” della vita. Il filosofo che sa fare solo il filosofo in realtà non solo non sa fare altro, ma non sa fare nemmeno il filosofo …ma veniamo al pensiero di Kierkegaard.

Egli afferma il primato del senso comune su ogni pretesa di fondare il pensiero su se stesso. Per lui l’esistenza individuale umana non si può spiegare attraverso la logica: la vita umana è sempre particolare, mentre l’oggetto del pensiero è universale. La vita dell’uomo non è l’esito del divenire storico, bensì delle libere scelte: l’uomo costruisce la sua storia, una storia in cui si possono distinguere tre fasi: estetica, etica e religiosa.

La fase estetica è quella della ricerca del piacere, quella etica delle scelte moralmente responsabili; e infine la fase religiosa è quella dell’affidamento totale a Dio e alla Sua Grazia. Il modello -secondo Kierkegaard- di questa ultima fase è Abramo che “sperò contro ogni speranza”[1].

Ora, dal momento che l’uomo è libero, il destino è nelle sue mani e questo gli determina uno stato di “angoscia”. Kierkegaard afferma che lo stato originario dell’uomo era quello dell’innocenza, ma poi l’uomo cadde nel peccato. Ed è proprio il peccato che porrebbe l’uomo nella sua estrema individualità, tanto che egli lo definisce (il peccato) come vero e proprio “principio d’individuazione” dell’esistenza umana.

La coscienza del peccato, l’incertezza che nasce dal senso del peccato, genererebbero l’angoscia. Ma è proprio questa scelta -dice Kierkegaard- che rende irriducibile ogni vita umana. Egli scrive: “Il momento della scelta per me è assai serio, non tanto a causa della severa riflessione sulle varie e distinte possibilità, e neppure a causa della molteplicità di pensieri che sono inerenti ad ogni valutazione, ma perché vi è pericolo che nel momento seguente io non sia più così libero di scegliere, che già abbia vissuto qualche cosa che debbo nuovamente rivivere.”[2]

Il vero significato della prova di Abramo

Indubbiamente questa prova presenta almeno due assurdità.

La prima relativa al fatto che Dio chieda di uccidere una vita umana, ovvero chieda di compiere un sacrificio umano. Ora, si sa che la religione ebraica si distingueva da quelle pagane per tante cose, tra queste anche il rifiuto di qualsiasi sacrificio umano.

La seconda assurdità riguarda il fatto che Dio chieda ad Abramo di uccidere quel figlio tanto sperato e inatteso, attraverso la cui nascita Abramo aveva capito che la promessa di Dio si sarebbe realizzata. Era stato difficile per lui credere in ciò che Dio gli aveva promesso, poi quella nascita impossibile … e quindi – incomprensibile! – la richiesta di far morire quel figlio. Assurdo.

Ma è proprio su questa impossibilità di accettare l’assurdo che si manifesta chiaramente la spiegazione di questa prova. In realtà, Dio fa sperimentare ad Abramo l’esperienza dell’abbandono e del non-senso, ma solo nell’ambito della suggestione, non su quello della ragione. Mi spiego meglio. Quando Abramo ricevette da Dio una simile richiesta, egli era certo sul piano della ragione (e rimase sempre di questa convinzione) che Dio non avrebbe mai potuto permettere che si realizzasse ciò che aveva richiesto. La questione si poneva però sul piano della suggestione, ove tutto sembrava terribilmente e drammaticamente vero. E’ questa la caratteristica della prova.

In teologia spirituale si parla della cosiddetta notte dello spirito, dove Dio permette che l’anima venga assalita da mille tentazioni, scrupoli e suggestioni. Dove tutto sembra vero, anche se nel fondo della propria ragione si capisce che così non è. Dove sembra di essere stati abbandonati da Dio, anche se sul piano della ragione si sa che questo non può essere. Nell’Epistolario di Padre Pio è descritta più volte una prova di questo tipo. In alcuni momenti della sua vita, il Santo Cappuccino, sul piano della suggestione, era certo di non potersi salvare, si vedeva già all’inferno, il demonio gli faceva credere (e in un certo senso vedere) che Dio lo avesse totalmente abbandonato. Ma sul piano razionale sapeva che ciò non poteva essere e che doveva conservare la pace nel profondo del proprio cuore. E’ un’esperienza terribile. Ed è proprio questa esperienza che è prefigurata nella prova che subì Abramo.

Questa è la spiegazione di ciò che gli accadde. Se così non fosse, se cioè dovessimo convincerci che Abramo credesse effettivamente che Dio avrebbe potuto permettere ciò che gli aveva chiesto, dovremmo ipotizzare che colui che è il padre della nostra fede (Abramo appunto) si sarebbe potuto convincere della possibile contraddizione nella natura di Dio, il che è impossibile. E’ vero, si dice che Abramo “sperò contro ogni speranza” (Romani 4, 18), ma ciò non significa che egli credesse che sarebbe accaduto davvero ciò che Dio gli aveva chiesto, bensì significa che la prova che stava subendo era talmente dura sul piano della suggestione che la sua convinzione razionale sembrava andare contro l’evidenza delle cose.

Il modello di un Abramo che ammette la possibilità che Dio possa avallare l’assurdo, e quindi che in Dio stesso possa esserci anche la contraddizione, è un modello non a caso presente nel mondo protestante. Kierkegaard, che pure ha tanti meriti, indica da questo punto di vista un modello sbagliato di Abramo. Per lui Abramo è colui che si abbandona ciecamente non che si affida totalmente. Kierkegaard scrive nel suo Timore e tremore: “La fede è il paradosso secondo il quale l’individuo, come tale, è al di sopra del generale, è in regola di fronte a questo, non come subordinato, ma come superiore; e nondimeno in modo tale che l’individuo, dopo essere stato come tale subordinato al generale, diventa allora, per mezzo del generale, l’individuo come tale, superiore a quello; in modo che l’individuo è in rapporto assoluto con l’assoluto. Questa posizione sfugge alla mediazione, che si effettua sempre in virtù del generale. Essa è resta eternamente un paradosso inaccessibile al pensiero. La fede è questo paradosso, altrimenti la fede non è mai esistita perché c’è sempre stata; in altre parole, Abramo è perduto. Dunque, l’Abramo del filosofo danese si abbandona ciecamente non si affida totalmente.

Attenzione, la differenza è importante. Un conto è abbandonarsi ciecamente, altro è affidarsi totalmente. Abbandonarsi ciecamente vuol dire non coinvolgere l’intelligenza in questo abbandono. E’ il credo quia absurdum che partirà, di fatto, dal nominalismo filosofico per canalizzarsi nel principio della doppia-verità (un conto è la verità della fede, altro quella della ragione) di certo pensiero umanistico-rinascimentale per sfociare poi nel fideismo protestante. Insomma, la fede non avrebbe bisogno dell’intelligenza. Anzi, più si allontana dall’intelligenza e più diventerebbe fede vera e meritevole.  Affidarsi totalmente è il contrario. Si tratta di coinvolgere l’intelligenza per aprirsi poi all’affidamento. E’ ciò che si può anche chiamare “intelligenza della fede”. Si capisce con la ragione ciò che è vero, si capisce che Dio è tutto ed è padre e, proprio perché tutto e padre, si coglie la necessità e la logica di abbandonarsi totalmente a Lui.

Abramo è il nostro padre nella fede, ma non di una qualsiasi fede, di un ben preciso modello di fede. E’ il modello dell’intelligenza della fede, della fede non come abbandono cieco bensì come affidamento totale … e la prova che egli subì deve essere letta e compresa all’interno di questo modello.

[1] Romani 4,18.

[2] S. Kierkegaard, Aut-Aut, tr.it di K.M. Guldbransen-R. Cantoni, Milano 1976, p. 41.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

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2 Comments on "Enciclopedia Apologetica: Soren Kierkegaard (apologetica filosofica)"

  1. Seguo regolarmente le riflessioni di Corrado Gnerre in questo utilissimo sito. La nota su Kierkegaard è davvero illuminante, in questo periodo nel quale troppi teologi cattolici adottano il fideismo per essere più in sintonia con i luterani.Ma anche vale ti filosofi cattolici, come Dario Sacchi, hanno pubblicato dei saggi su Kierkegaard senza discostarsi dall’irrazionalismo di costui nel trattare della fede cristiana.

    • Ch.mo prof.Livi, mi onora il suo apprezzamento. Oriento le sue parole a maggior gloria di Dio. Affidandomi alle sue preghiere, la saluto caramente. Corrado Gnerre

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