Guai se i coniugi pretendessero santificarsi fuori del matrimonio

Scrive Pierre Dufoyer nel suo La donna nel matrimonio:
Lo stato matrimoniale ha ricevuto da Dio origine, natura, efficienza e fini. Non è una invenzione umana, ma divina. Dio lo volle il giorno in cui creò l’umanità distinta in due sessi, diede all’uomo e alla donna la loro particolare struttura psichica e la loro attitudine a generare. Da Cristo il matrimonio fu elevato alla dignità di sacramento. I coniugi non debbono perciò santificarsi ad onta o al di fuori del matrimonio, ma nel matrimonio e per mezzo del matrimonio. Il loro perfezionamento umano e soprannaturale non deve essere realizzato individualmente, ma a due, o per dir meglio, nella famiglia. Non deve essere un’elevazione di uno nonostante l’altro e nonostante i figli, bensì di uno mediante l’altro, e di entrambi mediante i figli e con i figli. […] Se è vero che Dio ha stabilito il matrimonio e ne ha fissato le leggi per realizzare i suoi piani, ne segue che il matrimonio è una missione di Dio. La scelta del consorte è libera, e libere sono le innumerevoli e svariate strade pratiche per raggiungere gli scopi della convivenza; ma questi scopi in sé sono tanto poco liberi quanto le leggi del matrimonio. Si ha il dovere di seguirle e osservarle. Una missione onora quelli ai quali è affidata. Il matrimonio è un segno di fiducia che Dio dona agli sposi, un onore del quale hanno il diritto di essere fieri, ma del quale dovranno mostrarsi degni. Non è infatti un incarico onorifico l’avere il compito dell’aiuto vicendevole e della santificazione reciproca, l’essere collaboratori di Dio e obbedire al Suo appello per dare la vita a nuovi esseri viventi? Una missione porta sempre con sé anche delle difficoltà. Nella vita sociale i compiti sono spesso onerosi, e magari pericolosi, piuttosto che puramente onorifici. Far migliorare il proprio marito, mettere al mondo i figli e allevarli è un lavoro grandioso ma anche duro, che richiede giorno per giorno le più svariate dedizioni e numerosi sacrifici. Gli sposi cristiani considerino perciò il loro matrimonio come una missione della quale hanno l’incarico dalla Provvidenza, e vivranno in corrispondenza a questo incarico. A quale altezza viene elevato il matrimonio per mezzo di tali visioni suggerite dalla ragione e dalla fede! Non è più una semplice ricerca del piacere sessuale, o di sola tenerezza e di appoggio morale. È qualcosa di infinitamente più grande, più forte: è la volontà, mediante l’amore, di servire la società e Dio. Questa volontà e questo amore debbono essere tanto costanti da vincere tutti gli ostacoli suscitati dagli eventi della vita, dalle differenze di carattere dei coniugi e dalle difficoltà inevitabili causate dall’educazione dei figli, e da simboleggiare e realizzare, nell’ambito familiare, nella propria casa, l’affetto indefettibile e fecondo che Cristo nutre per la Sua Chiesa. Queste sono la grandezza e la nobiltà dei piani di Dio per il matrimonio. Da quelli che lo intendono bene sotto questa luce, può essere vissuto con generosità ed entusiasmo. Ben lungi dal fare del coniugo uno strumento di divertimento o una fonte di piaceri egoistici e sensibili, rispetta ognuno la personalità dell’altro. È delicato e amorevole per incoraggiarlo e renderlo felice. Ben lungi dall’essere un impedimento alla vita cristiana del consorte e dall’istigarlo al peccato, ciascuno degli sposi aiuterà l’altro a formarsi moralmente e a santificarsi. In questo caso il matrimonio sarà una competizione a due per una più nobile umanità e per la santità. Lo spirito di fede vivificherà ogni particolare della vita matrimoniale, ogni ora, ogni azione. Ogni giorno sarà considerato un dono di Dio: ognuno porta un divino compito da assolvere, e tutto verrà offerto a Dio nella comune preghiera mattutina degli sposi. Ciascuno degli sposi si accingerà con coraggio al suo lavoro quotidiano. […] A qualunque lavoro possano applicarsi – con le mani o con l’intelletto, per la famiglia o per la società – lo considereranno come voluto da Dio, come utile per gli uomini, come adempimento dei piani divini per l’umanità. Ognuno viva nella carità fuori di casa, ma soprattutto in casa, poiché il marito e la moglie saranno consapevoli di non avere alcun prossimo più vicino di loro stessi e dei loro figli. Entrambi si prodigheranno con sforzo comune all’educazione dei loro bambini come doni di Dio. Li ameranno con tutte le forze senza viziarli, perché avranno come meta la formazione della loro personalità, cioè di farne uomini buoni e cristiani perfetti. Alla luce della fede, vedranno pure le prove e i casi luttuosi da sopportare in due. Non considereranno la vita come una pura ricerca di una felicità terrena durevole, bensì come una grande opera per possedere Dio e a Lui donare degli altri esseri. Quando avranno compiuto questo dovere, allora non avrà più, in fondo, grande importanza la loro presenza più o meno lunga su questa terra. Anche l’unione dei corpi deve essere vista e vissuta nella luce di Dio, nel rispetto dei suoi fini provvidenziali e nella gerarchia dei suoi valori. Essa si realizzerà, costantemente, senza malizia e in nobile gioia. Così nutrirà l’amore degli sposi. Quando scoccherà l’ora inevitabile della continenza, saranno più lievi gli sforzi necessari, poiché la loro unione è fondata nel profondo dell’anima più ancora che nella carne. Nelle avversità tali sposi cristiani sanno accettare la volontà di Dio e nelle gioie sono stimolati a ringraziarLo. Da questa visione di fede, i coniugi attingono un nuovo slancio per compiere i loro doveri, perché sanno che sono voluti da Dio. L’amore spontaneo dei loro cuori li spinge al rispetto dei doveri coniugali, paterni e materni che hanno scelto liberamente, ma ve li spinge anche la coscienza che ingrandisce il loro amore e ne supplisce le deficienze. Vedono nel lavoro quotidiano un dovere di stato da compiere […]. E se succedesse che il fuoco dell’affetto sensibile venisse a indebolirsi, e se lo spirito diventasse smanioso di novità e di sensazioni inesplorate, allora la coscienza troncherebbe decisamente gli sbandamenti fuori della strada della fedeltà e richiamerebbe inesorabilmente il cuore instabile e l’animo vagabondo ai doveri familiari. Lasciamo alle persone di corte vedute l’intonare un inno alla bellezza transitoria del libero amore e l’ostentare disprezzo verso i doveri del matrimonio. Rimane assodato che lo spirito del dovere ha trattenuto innumerevoli volte i passi dei cuori che si sviavano e ha così salvato l’amore e la felicità dei coniugi e dei loro figli. Coscienza e spirito del dovere non solo nocivi alla profondità dell’amore, ma lo salvano rafforzando la sua spontaneità con la loro stabilità. Lo spirito di fede accenderà nei coniugi, accanto all’amore naturale, l’amore cristiano, “il quale è paziente, benefico, non è invidioso, non è insolente, non si gonfia, non è ambizioso, non cerca il proprio interesse, non s’irrita, non pensa al male, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta; e non verrà mai meno” (San Paolo). Ognuno dei coniugi ponga nel suo dovere quotidiano tutto il suo cuore, tutta la sua volontà, la sua fede e il suo amore. Le preghiere del mattino e della sera, la preghiera prima e dopo il pasto non sono quindi solo un gesto, un rito abituale, un atto senza anima; è, al contrario, l’anima che ispira e forma gesti e parole. Così le loro giornate saranno una preghiera a due, poiché essi vivono come figli di Dio e pellegrini incamminati verso l’eternità. Ma essi amano la loro unione perché è opera di Dio e vedono in essa la via verso la loro eternità. I coniugi cristiani assisteranno anche gli altri con le parole, i consigli e i fatti, e mostreranno loro la strada che conduce al vero amore cristiano. Gli uomini hanno la nostalgia dell’amore cristiano, perché è la migliore qualità dell’amore umano.
[“La donna nel matrimonio”, di Pierre Dufoyer, Edizioni Paoline, 1958].
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