I fan di Vasco Rossi parlano di “libertà”, ma sanno cosa significa davvero questa parola?

MESTRE, 11/06/2011 VASCO ROSSI HJF NELLA FOTO VASCO ROSSI FOTO:PRANDONI FRANCESCO/INFOPHOTO

Si è consumato un altro, ennesimo, rito neopagano dei nostri tempi: il mega-concerto di Vasco Rossi. La parola chiave è stata “libertà”. Qualche commentatoore ha parlato di “urlo libero del rock“. Nei testi del cantante spesso è citata la parola “libertà”, ma in che senso? E con quali conseguenze? Davvero chi segue questi pseudo miti contemporanei è più libero? I fatti e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Allora, visto che lo scopo del C3S è anche quello di offrire un servizio apologetico, vediamo cosa è davvero naturalmente e cristianamente la libertà.

La libertà vera scaturisce dall’adesione al reale

Non può esistere libertà senza la prospettiva realista, che è adeguamento del soggetto conoscente all’oggetto.

Immaginiamo che non sia così, ovvero che la libertà possa scaturire da un puro soggettivismo capace di creare volta per volta la realtà. Cosa accadrebbe? Che ciò che il mio soggetto può ritenere libero non lo sia necessariamente per gli altri … e da qui scaturirebbe del tutto automaticamente il trionfo dell’arbitrio e della violenza.

Scrive il fondatore del surrealismo, André Breton: «la più semplice azione surrealista consiste nell’uscire per strada con la rivoltella in pugno e sparare a caso, finché si può, tra la folla» (Entretiens 1913-1952, Paris 1969, p. 96). Certo, queste parole sono paradossali, tutti le rifiuterebbero. Ciò che però le fa rifiutare è il buon senso; ma è proprio il buon senso che ci dice che la conoscenza è adeguamento del pensiero al reale. Se così non fosse, come potremmo contestare queste parole di Breton? Lo dovremmo fare sul piano di un sentimento istintivo, ma non lo potremmo mai fare sul piano della ragione. Se infatti la vera libertà scaturisse dall’immaginazione (e quindi non da un reale-realista ma da un reale-immaginato), con quali argomenti potremmo dimostrare che il nostro concetto di libertà sia più vero rispetto a quello surrealista di Breton?

La libertà vera scaturisce dall’adesione alla natura dell’uomo

Altro punto importante. La libertà deve concorrere alla realizzazione dell’uomo e non alla sua distruzione. Ora, solo partendo da un esatto concetto di uomo, tale libertà può essere davvero rispettosa dell’uomo stesso.

Facciamo un esempio: l’organismo umano per poter sopravvivere ha bisogno quotidianamente di una determinata quantità di acqua, di calorie, di zuccheri, di proteine, di carboidrati, di grassi, ecc…  Cosa accadrebbe se si pensasse: voglio essere libero di vivere senza acqua? Oppure: voglio vivere solo mangiando zuccheri, solo mangiando carboidrati, solo mangiando grassi? Tale “libertà” (attenzione: ho posto non a caso le virgolette) sarebbe la nostra condanna. In questo caso, insomma, la presunta libertà sarebbe in contraddizione con la legge secondo cui l’uomo non può vivere senza acqua, senza calorie, senza proteine, senza grassi, ecc…

La libertà vera scaturisce dall’adesione al vero Dio

La vera libertà muove dal dato metafisico e quindi da una vera concezione di Dio.

Per capire ciò che stiamo dicendo, partiamo da una serie di domande: Dio è onnipotente? Ovviamente la risposta è affermativa. Se Dio non fosse onnipotente, non sarebbe Dio. Altra domanda: se Dio è onnipotente, può Egli fare il male? Verrebbe da rispondere di “sì”: se Dio può tutto, potrebbe anche fare il male… altrimenti non sarebbe onnipotente. In realtà questa risposta è sbagliata. Dio, proprio perché è onnipotente, non può fare il male.

Ragioniamo. Secondo la filosofia naturale e cristiana, Dio non è al di là del bene e del male, ma è il Bene, s’identifica con esso. Se Dio fosse al di là del bene e del male, ciò significherebbe due cose. Primo, che Egli potrebbe contraddirsi in quanto il bene e il male sarebbero delle sue libere teorizzazioni. Secondo, che Egli non sarebbe più natura ragionevole ma solo volontà, in quanto la realtà creata non manifesterebbe più una logica incontrovertibile: è così ma poteva anche essere nel modo totalmente contrario.

Torniamo all’affermazione: Dio, proprio perché onnipotente, non può fare il male. Dio può tutto, ma non può allontanarsi da se stesso, né tantomeno contraddire se stesso. È la creatura libera (angelo o uomo) che può, nella sua fallibilità, utilizzare in maniera errata la sua libertà e quindi decidere di allontanarsi da Dio generando il male; ma Dio, che è il Bene, non può allontanarsi da se stesso. Ecco perché sant’Agostino, codificando con la sua genialità filosofica la concezione cristiana del male, arriva a dire giustamente che il male è «privatio boni» (mancanza di bene). Cioè il male non ha una causa efficiente (Dio), bensì una causa deficiente (la creatura intelligente che può utilizzare in maniera sbagliata la sua libertà).

Ora, questa impossibilità di Dio di fare il male (Dio, proprio perché onnipotente, non può fare il male) ci fa capire che la libertà è adesione alla verità, più si è conformi alla verità e più si è liberi. Ecco perché Gesù dice: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv. 8, 32)… e la verità è la sua persona.

Dio è la sua Legge

Dice san Paolo nella sua Lettera ai Romani (13,10): «(…) pieno compimento della legge è l’amore». Riflettiamo su queste parole.

Secondo la filosofia naturale e cristiana Dio non è al di là del bene e del male, ma è il Bene: la Sua natura s’identifica con il Bene ed è costitutivamente buona. Molti sono portati a pensare alla creazione in un certo modo, ovvero che Dio, dopo aver creato l’uomo, si sia messo a riflettere: “E adesso come lo faccio comportare? Gli do la possibilità di rubare o di non rubare, di dire le bugie o di non dire le bugie…”. Ora, se le cose fossero andate in questo modo, il bene sarebbe stato il male e il male il bene. Invece le cose non sono andate così. Dio non poteva non dire all’uomo “non rubare” o “non dire falsa testimonianza, perché la sua natura è “non rubare” e “non dire falsa testimonianza”,  in quanto – come abbiamo detto prima – la sua natura è il bene.

Ecco perché la migliore definizione dei Comandamenti è questa: «la natura di Dio codificata per la vita quotidiana degli uomini».

Da ciò si capisce una cosa molto importante: per il fatto che la Legge di Dio s’identifica con la natura di Dio, accettare la Legge di Dio vuol dire abbracciare Dio stesso.

Molte volte si sente porre questo tipo di domanda: “Ma perché, per scegliere ed amare Dio, bisogna per forza rispettare delle norme morali?”. Indubbiamente si può rispondere a questa domanda dicendo che un amore che non diventi condivisione di volontà non può essere amore; per cui non si può amare Dio se non si aderisce alla sua volontà. È un argomento ottimo e vero, non c’è che dire. Ma ci si dimentica che il Cristianesimo offre anche un altro tipo di risposta, molto più persuasiva. Ciò che abbiamo detto prima: la Legge di Dio è la sua stessa natura, per cui rispettare la Legge di Dio vuol dire di fatto abbracciarLo. E cosa ancora più decisiva: non è possibile abbracciare Dio se non si accetta e non si vive la Sua Legge.

Da ciò si capiscono ancora due cose. La prima, che il Cristianesimo non può essere ridotto né ad intellettualismo né a moralismo.

Il Cristianesimo, infatti, rifugge qualsiasi tipo d’impostazione gnostica, per cui aderire a Dio non significa semplicemente conoscerlo o condividere le sue idee (e quindi cadere in un’adesione esclusivamente intellettuale), ma abbracciare la sua volontà e la sua natura.

La seconda cosa che si capisce dal fatto che non è possibile abbracciare Dio se non si accetta e non si vive la sua legge è che il Cristianesimo è lontano da qualsiasi deriva moralistica, deriva che conduce a ritenere il rispetto della legge come fine a se stesso. Kant (che tanti guasti ha causato), parlando dell’etica, ha affermato che la cosiddetta “morale deontologica” sarebbe superiore a quella “teolologica”. La morale deontologica è quella per cui l’agire morale deve essere compiuto indipendentemente del fine: insomma, il bene andrebbe compiuto non in quanto procura una ricompensa successiva, per esempio la felicità, ma perché moralmente è giusto che lo si compia. La morale teolologica è invece quella indirizzata ad un fine ben preciso, appunto il raggiungimento della felicità: il bene va compiuto non in se stesso ma in quanto rimanda al possesso della verità e quindi dell’autentica felicità.

È ovvio che il Cristianesimo faccia propria la morale teolologica e non quella deontologica; mentre la modernità, nel suo scetticismo e indifferentismo religioso, non poteva non fare propria la prospettiva kantiana. Da qui, da una parte, il fallimento dell’autorità morale nella pedagogia moderna; dall’altra, l’accusa alla morale religiosa di “moralismo”, ovvero l’incapacità di capire perché la scelta di Dio debba accompagnarsi con il rispetto della Sua Legge.

Ebbene, la teologia cattolica fa capire che così non è: la Legge di Dio è la Sua Natura; e – anzi – capovolge i termini della questione, indicando giustamente come moralista la posizione di chi è chiamato a rispettare la legge morale senza conoscerne né il fondamento né tantomeno il fine.

Il moralismo non si misura dal numero delle rinunce (per cui più si mettono “paletti” nella propria vita, più si è moralisti), bensì dal numero delle motivazioni che sono alla base della rinuncia.

Facciamo un esempio. Un ateo decide di non rubare. Decide di farlo per: 1. rispettare la roba degli altri, 2. per non andare in galera. Un credente che decide di non rubare avrà invece questi motivi: 1. rispettare la Legge di Dio, 2. rispettare la roba degli altri, 3. non andare in galera. Ebbene, il comportamento del credente sarà meno moralistico, in quanto egli, avendo una motivazione in più, riuscirà a dare più senso al suo sforzo di volontà. Quello dell’ateo, invece, avendo una motivazione in meno, avrà bisogno di uno sforzo di volontà maggiore, cadendo pertanto nel moralismo.

Libertà naturale e libertà morale

Ciò che abbiamo appena detto, ci dà la possibilità di operare una differenziazione importante: quella tra libertà naturale e libertà morale.

La libertà naturale è la semplice possibilità di scegliere. L’uomo, in quanto essere intelligente e spirituale, ha la facoltà di scegliere tra più possibilità (poche sono le azioni cosiddette necessitate). Posso scegliere se passeggiare o rimanere a casa, se mangiare la pastasciutta o la pasta in brodo, se tifare per una squadra di calcio o disinteressarmene totalmente … se (e qui viene il problema) fare il bene o fare il male.

Proprio questa ultima possibilità di scegliere ci introduce alla libertà morale. Questa, infatti, non è la semplice scelta (perché, se così fosse, la potremmo, appunto, ancora chiamare “libertà naturale”), ma l’obbligo di scegliere il bene.

Certamente, la libertà naturale è un presupposto necessario per esercitare la libertà morale (non posso scegliere il bene se non ho la possibilità di scegliere), ma non s’identifica con essa.

La teologia cristiana ci dice che Dio rispetta la libertà naturale, nel senso che ordinariamente (“ordinariamente”, perché “straordinariamente” potrebbe farlo) non impedisce ad essa di esercitarsi, ma ciò non vuol dire che ogni scelta della libertà naturale sia da rispettare sul piano assiologico (cioè valoriale). Infatti, da sempre la teologia cristiana afferma che Dio premia i buoni e punisce i cattivi.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 

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