I veri uomini non hanno bisogno di “letti caldi”, ma di “campi di battaglia”

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Shakespeare è Shakespeare …e non si discute. Non a caso alcuni sono cionvinti che in una ipotetica graduatoria della letteratura al vertice ci debba essere Omero e immediatamente a seguire, alla pari, Dante e il famoso Bardo inglese. Certamente si potrebbe discutere su questo tipo di classifica, indubbiamente Dante è superiore, ma che Shakespeare sia tra i primi è fuori di dubbio.

Partiamo da un suo dramma che non è tra i più celebri, l’Enrico V. E partiamo dal momento più rappresentativo dell’opera, il famoso discorso che il Re d’Inghilterra rivolge ai suoi soldati prima della battaglia di Agincourt contro i Francesi, siamo nell’anno 1415.

Facciamo un po’ di mente locale. Gli Inglesi avevano invaso la Francia perché rivendicavano quel regno per motivi dinastici. La Provvidenza farà poi capire, suscitando Giovanna d’Arco, che in realtà ad aver ragione erano i Francesi e non gli Inglesi, ma questa considerazione adesso non c’interessa. Siamo nei pressi di Agincourt prima di una battaglia decisiva. Le forze in campo non sono proporzionate: i Francesi sono molti di più rispetto agli Inglesi. Pertanto l’esercito di Enrico V è abbattuto, ha il morale come si suol dire “sotto le scarpe”, sa che una vittoria è impossibile in quelle condizioni: deve combattere su un suolo straniero contro un esercito molto più numeroso e attrezzato. E allora Enrico V parla e fa un discorso straordinario. Risponde ad alcuni, fra cui suo cugino, che rimpiangono il non essere in un numero maggiore.

Leggiamolo:

Chi è mai che desidera questo, mio cugino Westmoreland?

No, mio caro cugino.

Se è destino che si muoia, siamo già in numero più che sufficiente;

e se viviamo, meno siamo e più grande sarà la nostra parte di gloria.

In nome di Dio, ti prego, non desiderare un solo uomo di più.

Anzi, fai pure proclamare a tutto l’esercito che chi non si sente l’animo di battersi oggi, se ne vada a casa: gli daremo il lasciapassare e gli metteremo anche in borsa i denari per il viaggio.

Non vorremmo morire in compagnia di alcuno che temesse di esserci compagno nella morte.

Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano; colui che sopravviverà quest’oggi e tornerà a casa, si leverà sulle punte sentendo nominare questo giorno, e si farà più alto, al nome di Crispiano.

Chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo:”Domani è San Crispino”; poi farà vedere a tutti le sue cicatrici, e dirà:”Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino”. Da vecchi si dimentica, e come gli altri, egli dimenticherà tutto il resto, ma ricorderà con grande fierezza le gesta di quel giorno. Allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche – Enrico il re, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester – saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno questa storia. Ogni brav’uomo racconterà al figlio, e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da quest’oggi, fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati; noi pochi.

Noi felici, pochi.

Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!

Ecco il genio di Shakespeare! Il grande drammaturgo, così come il grande scrittore, il grande poeta, ma il grande artista in genere, riesce ad universalizzare un particolare rendendolo “interessante” per tutti. E’ ovvio che in questo caso Shakespeare non vuole semplicemente farci conoscere ciò che accadde quel lontano 1415 sul suolo francese, bensì ci vuol far capire che molte volte anche noi, nei gangli della nostra vita, ci troviamo in quel 1415, su quel campo e nei pressi di Agincourt.

Shakespeare ci dice che la dimensione eroica è un tratto caratterizzante dell’uomo. Di cosa l’uomo ha davvero bisogno? Di avvertire la pancia piena o piuttosto di sentirsi dentro una dimensione più grande, che è quello di offrirsi totalmente per una causa? Enrico V lo dice chiaramente: coloro i quali sono rimasti nel proprio letto e nelle proprie comodità senza rischiare la vita non sono dei privilegiati. I privilegiati sono loro che hanno la possibilità di scolpire i loro nomi nella perennità della memoria. Coloro i quali oggi si sentono dei privilegiati, o si crede che lo siano, un giorno rimpiangeranno di non essere lì tra loro. Di non essere lì al freddo, di non essere lì a rischiare la vita, di non essere lì a combattere perché si realizzi un ideale.

Basterebbe già questo discorso per smontare tutto quel “riduzionismo biologista” che oggi va molto di moda, ovvero che l’uomo altro non è che il suo corpo, che il suo spazio sarebbe solo qui, che le sue scelte e i suoi pensieri altro non sarebbero che effetto di fredde pulsioni di meccanismi neuronali. Se così fosse, l’uomo non saprebbe andare oltre i propri istinti, fra cui anche quello di conservazione, e spingersi fino al sacrificio totale di sé.

E qui veniamo ad un secondo punto. Gli Inglesi sono molto di meno dei Francesi, ma Enrico V sottolinea la grandezza di quell’essere “pochi”: Noi felici, pochi. Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino! La dimensione eroica sicuramente deve tararsi sulla virtù della prudenza, altrimenti sarebbe un inopportuno tentare la Provvidenza; ma è anche vero che la situazione contingente, così come la misura dell’ideale da perseguire e per cui lottare, possono, alle volte, costringere al superamento di qualsiasi valutazione prudenziale.

Si sa che Dio molte volte permette nella vita dell’uomo delle prove che sembrano (attenzione: sembrano!) impossibili, e lo fa affinché chi le vive senta il bisogno di invocarLo e di pregarLo. Inoltre, la sproporzione esalta l’intervento di Dio stesso. L’esempio che viene in mente è quello di Davide contro Golia. Addirittura il futuro Re decise di non indossare nemmeno l’armatura, la sentiva pesante, in essa si avvertiva impacciato, e concluse dicendo che solo Dio sarebbe stata la sua forza e la sua protezione.

L’ultimo punto è il più importante. Quello che Shakespeare fa dire al suo Enrico V è un vero e proprio “manifesto” contro quella menzogna che avrebbe dominato nella tarda modernità, ovvero che la dimensione religiosa costringerebbe l’uomo nella piccolezza.

Nietzsche pone la dimensione religiosa nel modello dell’uomo-cammello, cioè di quell’uomo che sarebbe incapace ad affrontare coraggiosamente la vita e che quindi sceglierebbe la religione come sistema protettivo, come espediente per giustificare la sua viltà. Shakespeare, figlio di altri tempi (molto più seri), fa capire il contrario. E’ come se ribadisse le parole di San Paolo ai Filippesi: “Io tutto posso in Colui che mi dà la forza.”

Enrico V infonde coraggio (lui stesso era passato da una vita sfaccendata ad una vita di responsabilità) appellandosi al giorno in cui sono chiamati a combattere: la festa dei santi Crispino e Crispiano. E insiste su questa coincidenza temporale, quasi a voler far capire che in quel frangente si avvicendano forze naturali e soprannaturali; c’è la Provvidenza che guida.

Dalle parole del Re è chiaro quanto la prospettiva dell’eterno è ciò che spinge l’uomo a superare i propri limiti.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 

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