Il 1° agosto del 1900 nasce il Borussia Mönchengladbach. Un suo storico calciatore ci fa capire come un handicap …può non essere un handicap

Il calcio è l’unico sport in cui il fisico dell’atleta non è decisivo. Il che non vuol dire che non sia importante. Certamente però non è decisivo.

Negli altri sport non è così. Nell’ippica bisogna essere brevilinei e magri, nel nuoto bianchi (gli uomini di colore hanno una struttura ossea più pesante, non riuscirebbero mai ad ottenere gli stessi risultati dei bianchi), nelle varie discipline dell’atletica leggera occorre un fisico adatto. Tra i velocisti di atletica, invece, meglio essere di colore perché questi hanno un baricentro più alto.

Provate ad immaginare un centometrista con un fisico da lanciatore del peso o viceversa. Un nero che faccia il salto in alto o il salto con l’asta, non ce ne sono e il motivo è lo stesso che abbiamo detto per il nuoto. Nel calcio, invece, tutto questo non succede. Si può essere alti e bassi, anche molto alti e molto bassi.

Per praticare ad alto livello il calcio si può essere molto magri ma anche un po’ in carne. Si può essere perfino con qualche handicap. Sì, avete letto bene: con qualche handicap.

Il difensore del Borussia Moenchledebach anni ’70, Wilfried Hannes, era cieco da un occhio. Giocò tutta la sua carriera ad alto livello (bundesliga, cioè massima serie, e coppe europee; precisamente vinse tre campionati: 1975, 1976, 1977; e due coppe UEFA: 1975, 1979) senza l’occhio destro che aveva perso a causa di un tumore alla pupilla avuto da bambino. L’handicap non lo penalizzò affatto. Fu un libero dalle improvvise sortite offensive. Non aveva un occhio, eppure divenne famoso per i suoi tiri precisissimi da grande distanza e anche per i suoi colpi di testa che molto spesso erano risolutivi facendo gol. Era un difensore che segnava talmente tanto che nel campionato 1980-81 fu capo-cannoniere della sua squadra. Militò anche nella nazionale tedesca, collezionando 8 presenze, non molte, ma un motivo c’era: era chiuso dai fratelli Karheinz e Bernd Forster…scusate se è poco. Attualmente allena squadre del calcio minore tedesco.

C’è anche in questo qualcosa di profondamente cattolico. Per il cattolicesimo la salvezza è offerta a tutti: Dio vuole tutti salvi.  Anche chi è stato più sfortunato nella vita può avere le stesse (se non più) chanches. Il Cattolicesimo è teologia della croce, è accettazione di ciò che Dio permette nella propria vita. La santità si raggiunge così. Ed è proprio questa accettazione del limite che apre ad una prospettiva non limitante. Sembra un paradosso, ma è così. Anche chi è costretto a stare nel letto immobile, produce; se offre le sofferenze al Signore, produce salvezza per la propria anima e per quella altrui. E’ il principio della comunione dei santi, è il principio che l’esercizio della virtù (in questo caso della pazienza) si riflette positivamente su tutto il corpo mistico della Chiesa. Oggi c’è tanta disperazione perché alla sofferenza non viene dato un significato: non si capisce più che utilità può avere. E questo accade perché si è persa la Fede, quella Fede che faceva dire a san Francesco d’Assisi: Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto!

Certamente non diciamo (sarebbe assurdo se lo dicessimo) che chi ha un handicap nel calcio sia avvantaggiato. Tutt’altro. Piuttosto che non tutti gli handicap impediscono di giocare a pallone. Se questo parzialmente può avvenire anche in altri sport (ricordiamo il famoso sciatore della valanga azzurra degli anni ’70, Fausto Radici, che era privo di un occhio come Hannes), è pur vero che è soprattutto il calcio ad aprirsi a questa possibilità.

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