Il Catechismo di San Pio X commentato per voi (n.16)

(a cura di Pierfrancesco Nardini)

I cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale, che cosa meritano? I cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale meritano l’Inferno

La parabola del ricco epulone raccontata da Cristo aiuta a capire sia la reale esistenza dell’Inferno, come luogo
e non solo come stato, sia l’eternità del giudizio finale per ogni anima.

Reale esistenza: Gesù parla tante volte dell’Inferno, come nella detta parabola (1) , e, quindi, in quanto Lui è Verità
assoluta, è di fede per il cattolico la sua esistenza. Ne parla molte volte usando una metafora con il termine “geenna”, voragine presso il Cedron a Gerusalemme in cui si bruciavano i rifiuti e dove, quindi, ardeva continuamente il fuoco.

Eternità del giudizio finale: Gesù usa spesso in modo chiaro l’aggettivo “eterno” in riferimento all’Inferno, come ad es. in Mc 9, 42-43 ove parla di “fuoco eterno”.

Nelle parole di Cristo «si vede il parallelismo fra la vita e la condanna eterna. Come eterno è il premio, così
eterno è il castigo» (Casali). È confermato da Nostro Signore anche che mai un dannato potrà sperare di uscire dall’Inferno per entrare in
Paradiso, quindi si conferma l’eternità della pena: «un grande abisso è posto tra noi e voi: onde chi vuol passare di qua a voi non può, né da cotesto luogo tragittare fin qua» (Lc 16, 26).

Gli Apostoli, e con loro tutta la Chiesa nel corso dei tempi, hanno ribadito l’eternità dell’Inferno. Si ricordi ad esempio San Paolo: «non sapete che gli iniqui non possederanno il Regno di Dio?» (1Cor 6, 9); ed anche «saranno perduti nelle pene eterne lontani dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza» (2Tess. 1, 9: «L’eternità delle pene dell’inferno è qui affermata in modo chiarissimo da S. Paolo» commenta il Sales).

Anche Sant’Agostino conferma l’eternità sia del premio che della pena (De Cic. Dei, 21, 23).

Pio XII ha chiarito che «il fatto della immutabilità e della eternità di quel giudizio di riprovazione e del suo adempimento è fuori di qualsiasi discussione» (discorso all’Unione Giuristi Cattolici d’Italia, v. O.R. 6.2.1955).

Queste sono realtà che contrastano in modo definitivo tutte quelle teorie proposte nel corso dei secoli contro la reale esistenza dell’Inferno e contro la reale ed eterna condanna delle anime in stato di peccato grave.

Chi sono i cattivi di cui parla San Pio X? Questo numero è chiaramente da leggere in parallelo con il precedente in cui si parlava dei buoni.

Anche in questo caso, per cattivo non si intende genericamente, e umanamente, solo chi non è educato, chi fa del male, chi non obbedisce ai genitori ecc…, ma chi pecca gravemente contro Dio, ossia non rispetta i suoi Comandamenti e quindi non Lo serve e non Lo ama (Gv 14, 15).

È di fede anche che chi muore in stato di peccato mortale vada all’Inferno, dato che è sempre dalle parole di Gesù che ne abbiamo conferma (v. fra molti, Mc 9, 42-43 e Mt 25, 41).

Questo succede perché chi è in peccato mortale si trova, anzi si mette in una condizione differente rispetto a chi è invece in stato di grazia, ossia si priva dell’amicizia di Dio (termine che indica la grazia) e non può dunque essere trattato allo stesso modo di chi invece ha combattuto e resistito alle tentazioni per rimanere in stato di grazia.

Come detto anche nel commento al n. 15, è questione di giustizia, non di misericordia.

In quanto Giustizia perfettissima, Dio non darà mai pene o ricompense uguali in situazioni diverse, il Suo premio o castigo sarà diversificato perfettamente, anche tra gli stessi beati e tra gli stessi dannati.

«Le pene differenti corrispondono alla colpevolezza e alla differenza del numero e della gravità dei peccati, ma basta un solo peccato mortale per meritare la pena eterna» (Casali). E questo vale anche per il premio. San Paolo ce lo insegna nella Lettera ai Romani, quando scrive che Dio «renderà a ciascuno secondo le opere sue» (2, 6). Se quindi le opere saranno cattive, è naturale ci sia un castigo e non un premio.

Sia che dia il premio sia che dia la pena, «Dio giudicherà con la massima imparzialità, e la sua sentenza di premio o di castigo sarà quale è meritata dalle opere di ciascuno» (commento Sales).

Concludiamo infine con l’evidenziare la perfetta ragionevolezza dell’esistenza dell’Inferno e della sua eternità.
È infatti la stessa ragione a farci comprendere che queste non contrastano con alcun attributo divino. È ragionevole ritenere che non sarebbe giusto che avessero il premio del Paradiso sia i buoni che i cattivi. Al contrario, chi volesse intendere la Misericordia di Dio come nessuna condanna e le pene come contraddizione con l’amore divino, contrasterebbe sì, invece, con un attributo divino: la Giustizia.
Potrebbe Dio, sì Misericordia ma anche Giustizia perfettissima, dare un premio a chi muore in peccato mortale come lo dà a chi si presenta al Giudizio particolare in stato di grazia?

Anche l’eternità della condizione post mortem è qualcosa di assolutamente ragionevole. L’eternità non è una
sequela di momenti, di tempi, ma un tutt’uno definitivo, quindi «mentre in vita l’uomo può dirigersi verso Dio o allontanarsi da Lui, avvenuta la morte, l’anima resta immobile nella sua decisione. Se è contro Dio resterà
contro Dio per sempre, quindi per sempre degna di castigo» (Casali).

Maria, Auxilium christianorum, portaci per mano lungo la via stretta verso il Paradiso e lontano dall’Inferno.

(1) V. ad es. Mt 5,22; Mt 8,11-12; Mt 12, 22; Mt 18, 8 ss.; Mc 3, 29; Mc 9, 41; Mc. 9, 42-43; Gv. 3, 36; Gv. 5, 29


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