Il Catechismo di San PIo X commentato per voi (n.17)

(a cura di Pierfrancesco Nardini)

Che cos’è l’inferno? L’Inferno è il patimento eterno della privazione di Dio, nostra felicità, e del fuoco, con ogni altro male senza alcun bene

L’uomo è stato creato da Dio per il fine di «conoscerLo, amarLo e servirLo in questa vita, e per goderLo poi nell’altra in Paradiso» (n. 13). Dio, infatti, è «fine supremo naturale e soprannaturale» (Casali).

La felicità che l’uomo può avere nella vita terrena è sempre qualcosa di effimero, che finisce e comunque mai lo appagherà in modo completo e definitivo. L’unica vera, completa, appagante e definitiva felicità è Dio, e in primis la sua visione beatifica.

Solo raggiungendo Dio in Paradiso, infatti, l’uomo soddisferà appieno, in modo completo quel bisogno innato di felicità che ha in sé dalla nascita.

Si può quindi facilmente immaginare il peso della pena dell’Inferno: il sapere che non si potrà mai, in eterno, avere la visione di Dio, «nostra felicità», è quanto di più doloroso e angosciante.

A questo si aggiunge la definitiva consapevolezza delle proprie colpe, dell’essere unici responsabili della propria dannazione eterna. In tal modo, si viene a conoscenza, infatti, di tutte le grazie e gli aiuti ricevuti da Dio nel corso della nostra vita con conseguente ulteriore disperazione per non aver combattuto un po’ di più per guadagnare il premio della salvezza eterna.

L’anima «nell’inferno è priva di Dio, della sua visione, del suo possesso, e quindi del suo gaudio» (Dragone, commento al n. 17).

Questa pena, «il patimento eterno della privazione di Dio», viene chiamata pena del danno, ed è la più grave.

Cosa c’è infatti di più duro per un’anima se non l’impossibilità di vedere Dio, la lontananza da Lui, dovuta alle proprie colpe? Questa pena comporta, tra l’altro, anche la privazione di tutti gli altri beni del Paradiso (ad es. familiarità con Maria, con gli Angeli e con i Santi; e poi tutte le gioie del Paradiso).

Ci sarà anche la pena del senso. Non viene chiamata così perché si soffre solo con il corpo (le anime non hanno corpo), ma perché la pena «viene dalle cose esterne» (Casali), sensibili (il mezzo più conosciuto è il fuoco eterno, ma non c’è solo questo).

In questa pena il fuoco, «non metaforico ma reale», «tormenta lo spirito “per modum alligationis”, dice San Tommaso, cioè per un vincolo messo da Dio tra fuoco e anima» (DIZ.).

È di fede l’esistenza di queste pene. È insegnata, infatti, dallo stesso Gesù, che non a caso (come sempre) spiega che ad alcuni verrà detto «andate via da me maledetti al fuoco eterno» (Mt 25, 41).

In questo modo, con poche chiarissime parole, Cristo parla sia della pena del danno («andate via da me») che di quella del senso («fuoco eterno»).

Il Concilio di Firenze insegna che saranno «puniti all’Inferno con pene differenti», quindi danno e senso.

Che l’Inferno sia un luogo dove i dannati subiscono delle pene è insegnato direttamente da Gesù ed è quindi di fede.

Nella parabola del ricco epulone, questi, compreso che non potrà ottenere nulla per sé oramai destinato alla pena eterna, prega Abramo di far avvisare i fratelli, che vivevano «anch’essi nelle delizie, dimentichi di Dio e dei poveri» (Lc 16, 28), dell’impossibilità di mitigare le pene e di passare in Paradiso, «affinché non vengano anch’essi in questo luogo di tormenti» (idem). Nel suo famoso commento Padre Sales (versione Martini) spiega che in questo modo il ricco epulone voleva far conoscere ai fratelli «la realtà dei tormenti, che loro sono riservati, e così faranno penitenza» per poi far evitare loro la sua stessa sorte.

Non si può quindi, salvo voler contestare la Parola di Cristo, non credere nella realtà delle pene dell’Inferno.

La Chiesa ha sempre confermato la durezza di tali tormenti.

«Questo fuoco, benché di natura diversa dal nostro, è però vero fuoco corporeo, come pensano comunemente i Padri e i Teologi» (commento Padre Sales a Mt 25, 41): viene da sempre insegnato che tutte le sofferenze terrene non sono minimamente paragonabili al più piccolo tormento dell’Inferno.

«Sentenza certa e cattolica che il fuoco… è un vero e proprio fuoco corporeo» (Suarez 1548-1617, De Angelis, 8). Il 30 aprile 1890 la Sacra Penitenzieria evidenziava l’impossibilità di assoluzione per chi si fosse ostinato a non credere a un fuoco reale, ma a qualcosa di metaforico, simbolico.

Si conclude ponendo l’attenzione sull’ultima parte della risposta di San Pio X, «con ogni altro male senza alcun bene», che è palesemente opposto a «ogni altro bene, senza alcun male» del Paradiso (n. 14).

Questa frase, oltre a chiarire che le pene non derivano solo dal fuoco ma anche da altro, evidenzia la capacità sintetica e di efficacia del Santo di Riese che meglio non poteva fare per sottolineare l’angosciosa situazione dei dannati all’Inferno. Questi non avranno alcun bene, alcuna possibilità nemmeno di una goccia d’acqua di refrigerio, come per il ricco epulone della citata parabola.

Le due frasi rendono ancora più chiara la netta differenza tra Paradiso ed Inferno e diventano davvero fortissime sulla nostra anima. Facciamo sì che diventino anche armi con cui avere sempre più forza contro le tentazioni.

D’altronde, per dirla col Dragone, «che cosa sono i piccoli ed effimeri piaceri della colpa, in confronto della pena eterna, che ne è la punizione?»

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