Il Catechismo di San Pio X commentato per voi (n.21)

(a cura di Pierfrancesco Nardini)

Delle tre Persone della Santissima Trinità si è incarnata e fatta uomo alcuna?

Delle tre Persone della Santissima Trinità si è incarnata e fatta uomo la seconda, cioè il Figliuolo

«Et verbum caro factum est/E il Verbo si è fatto carne» (Gv 1, 14).

Nel Prologo del Vangelo di San Giovanni si trova il passo che spiega meglio di tutti l’Incarnazione di Gesù.

Con la parola “Verbo”, dal greco Lógos, si intende Cristo. Con questa parola si vuol significare che la seconda Persona della Ss.ma Trinità viene intesa come sapienza di Dio, nel senso che Dio rivela se stesso attraverso il Figlio.

Il termine “carne” viene usato come sinonimo di “uomo”: è un uso tipico delle lingue semitiche adoperato nella Bibbia. Serve anche però per evidenziare maggiormente come Dio si abbassi, non dismettendo la Sua natura, per essere in mezzo agli uomini a tutti gli effetti come vero Uomo, pur con tutte le specialità della Sua umanità unita alla Sua divinità.

Questa unione si dice ipostatica ed indica appunto «unione personale, in cui si attua l’Incarnazione del Verbo in modo singolare, ben distinto da quello che si verifica in un semplice uomo» (DIZ.), unione sostanziale, reale. Il Casali la definisce «l’ammirabile unione della natura divina e della natura umana, nell’unica Persona del Verbo».

L’unione ipostatica è verità di fede: si veda il Simbolo Atanasiano ed anche quanto definito dal Concilio di Calcedonia (451), che si riporta in toto alla lettera dogmatica di S. Leone Magno (449) a S. Flaviano.

Quando si parla di Incarnazione si può intendere sia l’azione divina (ossia la discesa dello Spirito Santo su Maria e il concepimento verginale di Cristo nel suo seno), sia la reale unione delle due nature, divina e umana, nella persona di Gesù, Verbo.

L’Incarnazione con la Passione, Morte e Resurrezione di Gesù è uno dei due misteri principali della nostra fede (l’altro è la Trinità). Ed è anch’essa verità di fede. Non si è cattolici se non la si crede.

La troviamo insegnata infatti in maniera esplicita nella Sacra Scrittura, in particolare nei Vangeli di San Luca (1, 26-38) e di San Matteo (1, 18). Ci sono comunque altri passi in cui se ne parla.

È chiarissimo inoltre da questi passi che è la Trinità tutta ad agire nell’Incarnazione, ma che è solo la seconda Persona a farsi uomo.

La Chiesa ha insegnato poi costantemente questa verità con tanto di spiegazioni chiare e semplici di tutte le implicazioni derivanti e di tutti i benefici per gli uomini.

Professiamo la fede in questa verità ogni qualvolta recitiamo il Credo (“per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal Cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della vergine Maria e si è fatto uomo”).

C’è chi ha inteso le parole di San Paolo «annientò se stesso» (Fil 2, 5-8) come una dimostrazione della perdita di Gesù degli attributi divini a causa dell’Incarnazione, addirittura fino a perdere cognizione della sua divinità.

Sant’Agostino spiega invece così queste parole: «annientò se stesso. In che modo? Perse la sua natura? No. Ma come annientò se stesso? Non lasciando la sua natura, ma prendendo una natura che non aveva» (Disc. 265/E).

Aveva insomma soltanto rinunciato per un certo periodo di tempo a tutte le peculiarità esterne (non interne) divine, nascondendo la forma di Dio.

Cristo stesso, comunque, aveva già preventivamente risposto a questo, quando, più volte, nei Vangeli si era definito “Figlio di Dio” e lo aveva fatto parlando al presente, ossia confermando la Sua divinità anche durante la Sua vita terrena.

Nel Vangelo di San Giovanni leggiamo anche che Cristo ha affermato «Io e il Padre siamo una cosa sola» (10, 30: il Sales nel suo famoso commento così spiega: «vale a dire abbiamo la stessa identica natura, la stessa identica potenza, ecc. (…) In questo versetto è chiaramente affermata la consostanzialità del Figlio col Padre [e quindi la sua divinità, ndr]: una cosa sola, ed è pure chiaramente affermata la distinzione personale tra il Padre e il Figlio»).

Quel “annientò se stesso” di San Paolo deve quindi essere inteso come l’amore di Dio per gli uomini che è così grande da decidere addirittura di umiliarsi e incarnarsi, restando però sempre Dio.

Il Concilio di Calcedonia tra l’altro ha definito che Cristo deve essere riconosciuto in ambedue le nature senza annullare la differenza tra le due nature a causa dell’unione ipostatica.

Era necessaria l’Incarnazione?  Ovviamente no, non in senso assoluto.

Dio avrebbe potuto, certamente ed ovviamente, trovare una riparazione di diverso tipo al peccato originale.

Era però di certo necessaria dal punto di vista della convenienza: l’esigenza di una riparazione era accompagnata anche dall’impossibilità di farlo in modo efficace ed esaustivo per qualsiasi creatura.

L’uomo in quanto essere finito e limitato non poteva in nessun modo compensare con alcuna sua azione l’infinita offesa fatta a Dio. Infinita, perché oggetto dell’offesa è il Creatore, essere infinito ed eterno.

La gravità di un’offesa varia, infatti, in base a chi la subisce. È ben più grave se si offende un’alta carica dello Stato rispetto ad un normale cittadino. Così come è molto grave se ne diventa oggetto un sacerdote.

Facendo le dovute proporzioni, è chiara la portata infinita della gravità dell’offesa fatta a Dio, essere infinito.

Era conveniente dunque che la riparazione fosse fatta da «un Uomo-Dio, capace di morire e di riparare infinitamente» (DIZ.).

L’Incarnazione ci sarebbe stata se Adamo ed Eva non avessero peccato?

La risposta più grandiosa prevede che ci sarebbe stata comunque (Scotisti), ma quella dei Tomisti (Incarnazione legata alla Redenzione, quindi non ci sarebbe stata senza peccato originale) sembra quella più aderente ai «documenti della Rivelazione, che sono decisivi quando si tratta di cose che dipendono dalla libera volontà di Dio» (DIZ.): ad es. «per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal Cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della vergine Maria e si è fatto uomo» (Credo).

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