Il Catechismo di San Pio X commentato per voi (n.8)

(a cura di Pierfrancesco Nardini)

Dio è sempre stato? Dio è sempre stato e sempre sarà: Egli è l’Eterno

Prima che si formassero i monti e che fossero fatti la terra e il mondo,

dal principio alla fine tu sei Dio (Sal 89, 21)

Tutto quel che ci hanno insegnato i numeri precedenti è base anche per questa verità.

Quando San Pio X scrive che «Dio è sempre stato e sempre sarà» non fa altro che ribadire la verità di una Causa prima necessaria alla Creazione, un Creatore che esistesse da sempre.

Questa Causa prima, Dio, in quanto non solo ha la vita, ma è la vita, è Colui che dà la vita a tutto: ragionevolmente, quindi, non può che essere eterno, ossia esistere da sempre, non avere un inizio e una fine.

Si usa l’avverbio “ragionevolmente” non per dire che non è una verità certa, ma che è qualcosa a cui si può arrivare anche solo con la ragione, cioè con il ragionamento.

«Ciò che esiste senza fine e senza principio è “eterno”» (Dragone, n. 8).

Nessuna creatura è infinita. Le creature sono mortali, hanno un inizio e una fine (quelle materiali, ossia che hanno un corpo: uomini, animali, piante, ecc…). Altrimenti, seppur non mortali, hanno comunque un inizio anche senza fine (quelle che sono spirituali: angeli e anima).

Per eternità si deve intendere qualcosa che esclude un inizio e una fine, ma anche ogni cambiamento e successione. S. Anselmo la definiva «vita interminabile che esiste perfettamente tutta insieme» (Monologium 25).

Anche se a volte si usa la parola eternità per le creature, non la si usa mai in senso assoluto, ma sempre come sinonimo di un tempo molto lungo, quasi eterno. Non esiste una creatura (corporea o spirituale) che possa essere eterna in modo assoluto, ossia che, oltre a bypassare i concetti di inizio e fine, supera anche quelli di mutamento e successione. Gli stessi angeli, che, siccome spirituali, sono immortali hanno comunque un inizio: la loro creazione da parte di Dio.

Il temine “immortale”, infatti, non è sinonimo di “eterno”. Immortale è qualcosa che non muore, ma che ha comunque una data di nascita, un inizio. Eterno invece significa essere da sempre e per sempre, non avere inizio e fine.

Aristotele definiva il tempo come la «misura del movimento secondo un prima e un poi»: come si nota è una definizione che contrasta con l’idea di eternità. Nel tempo vivono le creature corporee che quindi hanno un inizio e una fine, ossia nascono e muoiono, sono finite, hanno un’esistenza delimitata, nel tempo appunto.

Se ci pensiamo, infatti, l’uomo subisce nel corso della sua vita dei cambiamenti, anche sostanziali (invecchia, modifica il suo modo di pensare, modifica i suoi gusti, ecc…).

Le creature spirituali non vivono invece il tempo, per loro si parla di evo, concetto con cui si indica la mancanza di una fine, della morte (non essendoci il corpo), e delle mutazioni accidentali (tipiche del corpo).

L’anima, seppur per un po’ viva nel tempo perché dentro il corpo, è più vicina agli angeli come essenza.

La differenza quindi è solo nell’essenza (corpo-spirito) e nella durata della vita (finita-per sempre, dalla nascita), ma non certo nella eternità delle creature spirituali rispetto a quelle corporee.

Tutto ciò che è creato, in generale, non è eterno. Anche se non morirà più, come le anime e gli angeli, hanno comunque avuto un inizio, la loro creazione.

L’eternità, invece, «trascende il tempo» e «in Dio non c’è un passato e un futuro, ma un immutabile presente. Il problema del prima e del poi non ha senso in Dio, cui è sempre presente tutto il tempo nella sua successione» (DIZ.).

Questa differenza tra Dio e le creature è chiarita anche da tutti gli attributi sottolineati nei precedenti numeri: Dio è spirito non solo puro ma purissimo, senza limiti e senza fine, perfettissimo e la cui esistenza è necessaria.

Il Concilio Vaticano I definiva in modo infallibile che Dio è «immutabile».

L’immutabilità è infatti concetto strettamente collegato all’eternità, non sinonimo, ma elemento importante.

È immutabile ogni cosa che non ha un passaggio, un movimento da un termine a un altro, che non cambia. È quindi l’esatto opposto di evoluzione e sviluppo.

L’immutabilità di Dio è insegnata da sempre dalla Chiesa.

San Paolo scrive che la terra e i cieli «periranno, ma tu durerai, e invecchieranno tutti come un vestito. E come una veste li muterai, e saranno mutati: ma tu sei (sempre) lo stesso, e i tuoi anni non verranno meno» (Eb 1, 11-12). «Tu durerai», «sei (sempre) lo stesso»: sei immutabile! (cf. commento P. Marco. M. Sales O.P., 1911, Ed. Effedieffe 2016. Ivi si spiega anche la frase «i tuoi anni non verranno meno»: «espressione metaforica per indicare che durerà in eterno»).

Nella lettera di San Giacomo leggiamo che in Dio «non è mutamento, né alternativa di adombramento». Anche se la frase è in particolare legata al fatto che non è Nostro Signore a sollecitare il male agli uomini, è comunque valida anche a livello generico, in quanto tutto ciò che Dio ha è perfettissimo, quindi anche il non mutare.

Dio non può essere immutabile solo in qualche parte, ma lo è sempre, in tutto.

Al di là dell’infallibilità con cui la Chiesa ha definito questa verità, anche qui è la stessa ragione che ce la può confermare e ci può far arrivare a crederla.

Basti pensare, infatti, che «l’essere che si muta e si sviluppa, passando dal meno al più, è evidentemente imperfetto, è potenza che passa all’atto, acquistando qualche cosa di nuovo» (DIZ.).

Questo non può essere anche per Dio, essere perfettissimo, perché «si oppone alla ragione di Essere per essenza, di Atto puro, semplice, perfettissimo, infinito» (DIZ.).

Si può concludere quindi con il citato Dizionario di Teologia Dommatica che «l’evoluzionismo divino è antropomorfismo e pone l’assurdo dell’Infinitofinito».


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