Il “cuore” come apertura dell’uomo al “dover essere del proprio esistere”

Parlare di “cuore” oggi è pericoloso, perché mai parola è più distorta nei nostri tempi come questa. Una distorsione che riguarda l’amore, che viene pensato come qualcosa che si autogiudica e che, pertanto, sarebbe completamente svincolato dalla verità. Oggi, con l’affermazione “lo si fa per amore…” si giustifica tutto, anche le cose più aberranti, più innaturali, più moralmente inconcepibili.

Ma il vero significato di “cuore” non è questo. Il “cuore” non è qualcosa d’istintivo, di irrazionale e di irragionevole, tanto è vero che per gli animali non parliamo di cuore. O perlomeno, se ne parliamo, è quando li vogliamo infantilmente umanizzare, e allora diciamo: “Il mio cane ha un grande cuore, è così affezionato…” Oppure: “Quella gatta ha un grande cuore di mamma, sta sempre attenta ai suoi gattini, ecc…”

Il “cuore” nel suo vero significato è invece ciò che contraddistingue l’essere uomo. Prima di tutto è l’attestazione che l’uomo non è solo il suo corpo, i suoi istinti, il suo ventre, ma che c’è in lui una componente che trascende ed è chiamata a governare tutto questo. Il “cuore” è la sintesi della volontà e della ragione. E’ –come dice il Catechismo della Chiesa cattolica al n.2563- (…) il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte”. Il “cuore” è la dimensione dell’apertura dell’uomo verso il “dover essere del suo esistere”, cioè verso ciò che dovrebbe realmente essere e raggiungere. In tal modo possiamo dire che il “cuore” è l’amore, ma quello vero, quello donante, quello che sottostà alla legge del reale, quello che è esito del riconoscimento della Verità. Un amore che si fa apertura a tutto ciò di cui l’uomo ha veramente e integralmente bisogno. Attenzione a questo avverbio, “integralmente”, che significa un bisogno che riguardi tutto l’essere e l’esistere umani, non solo i bisogni più spiccioli, ma anche e soprattutto quelli più grandi, senza i quali l’uomo non può capire chi è davvero. In questo senso il “cuore” è il bisogno di felicità piena.

L’uomo nel suo vivere corre vari rischi di snaturare se stesso. Non li elenchiamo tutti perché sarebbe un compito oneroso tanti ne sono. Ma c’è un rischio in particolare che dobbiamo ricordare. Un rischio significativo ed importante, tanto significativo ed importante che in un certo qual modo è a fondamento degli altri. E’ quello di non capire perché si vive. Certamente c’è chi a riguardo se ne esce (e sono tanti) che una vera risposta a questa annosa domanda sarebbe impossibile darla perché nulla può essere conosciuto con certezza in quanto nulla si può oggettivamente conoscere. Eppure l’ineludibilità di questa domanda sta in una necessità che l’uomo avverte in maniera decisiva, ed è la necessità del “dover essere del proprio esistere”. Cosa intendiamo con questa frase un po’ complicata ed ermetica? L’animale nel momento in cui compie qualcosa, riflette? Ovviamente no, perché non possiede né l’autocoscienza né la conoscenza concettuale. Proprio per questo l’animale, quando agisce, non conferisce successivamente un giudizio alla sua azione. L’animale non è che si mette a pensare e conclude: “Beh, quell’azione l’avrei potuta fare meglio…” L’animale non ha un pensiero che è capace di dominare i fatti, sorvolare su di essi e giudicarli. Tutto questo, invece, esiste nell’uomo. Molto spesso, soprattutto per chi ha un carattere tendente all’insicurezza, questa tendenza a ruminare sulle proprie azioni è anche sproporzionato. Ci sono delle persone che non sono mai contente di ciò che fanno. Ebbene, il “dover essere del proprio esistere” è il desiderio di realizzare se stesso, di compiere adeguatamente la propria vita, di non fallire, di tendere al perfetto per raggiungere il giusto fine.

Ovviamente ciò è legato alla consapevolezza della umana grandezza, che è un tratto universale dell’uomo; universale perché è da sempre. Il poeta greco Teognide, vissuto tra il VI e il V secolo a.C., scrive del (e per il) suo amico-allievo Cirno: “Io ti ho dato le ali! Volerai sul mare infinito, leggero ti alzerai sopra la terra: ospite sarai in tutti i banchetti e i conviti, su mille labbra poserà il tuo nome, cari amici ti canteranno con grazie e armonie e belle, alte voci. Quando andrai nella casa dolente dell’Ade, nei luoghi segreti e più bui della terra la morte non spegnerà la tua gloria e sempre nei cuori sarai un nome immortale fra gli uomini, Cirno!” In questi versi si esprime bene il “dover essere dell’esistere”, soprattutto quando il poeta espone un paradosso e dice che anche quando la morte prenderà il suo amico, la sua gloria non finirà mai perché (e lo dice precedentemente) lui che gli è stato maestro, attraverso la poesia, ha fatto capire a Cirno quanto è grande l’uomo e quanto sia necessario saper corrispondere a questa grandezza: “…volerai sul mare infinito, leggero ti alzerai su tutta la terra…”. Il “peso” dell’uomo, dunque, si può risolvere nella “leggerezza” dell’infinito. Ma l’uomo deve corrispondere a questo. Ciò è quello che intendo per “dover essere del proprio esistere”. Anche se molto potrebbe spingere l’uomo a volare basso, a ridimensionarsi, a credersi di essere poca cosa, il “cuore” invece lo può ricondurre a scoprirsi grande e desideroso dell’infinito. Il ventre lo fa strisciare, il “cuore” lo fa volare alto. Il ventre lo rende rettile, il cuore aquila!

E’ proprio il “cuore” che fa dire al salmista (Salmo 8): “Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi? (…). Eppure lo hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi (…).”

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri


Vuoi aiutarci a far conoscere quanto è bella la Verità Cattolica?

Share on:

Be the first to comment on "Il “cuore” come apertura dell’uomo al “dover essere del proprio esistere”"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*