La devozione a Gesù Bambino di Praga e il pensiero controrivoluzionario

di Corrado Gnerre


I fatti

Nella Spagna del XVI secolo si iniziò a diffondere la devozione alla regalità di Gesù Bambino. Da pochi anni il territorio era stato liberato dal dominio musulmano ed era tornato sotto la corona dei cattolicissimi Re di Aragona e di Castiglia. La Spagna era nel massimo del suo splendore. Fu allora che cominciarono a diffondersi delle raffigurazioni di Gesù non più adagiato nella culla, ma in piedi, su un trono, vestito con abiti bellissimi e con la mano benedicente.

In questa Spagna, detta del “secolo d’oro”, visse ed operò Santa Teresa d’Avila che, per il suo grande amore verso l’umanità di Cristo, sviluppò la devozione carmelitana a Gesù Bambino. Ogni qual volta fondava un monastero, ella non solo voleva che venisse messa in venerazione una statuetta del Bambin Gesù, ma anche che questa statuetta avesse pose e abiti diversi. Erano tutti ninos bellissimi, ai quali l’affetto delle monache dava una soprannome. Tra queste vi era una soprannominata El Fundador, vestita da re, con la mano destra benedicente e la sinistra nell’atto di sostenere il mondo. Dai Carmeli della Spagna la devozione si diffuse in tutti i Carmeli dell’Europa.

La storia di quello che poi sarebbe stato il miracoloso Gesù Bambino di Praga inizia nel 1628. L’allora priore del convento dei carmelitani scalzi della città boema, padre Gianluigi dell’Assunta, preoccupato per l’estrema povertà della casa, ebbe un’ispirazione: incaricò i suoi confratelli di cercare una statua del Bambino Gesù per affidare a lui le sorti del convento.

La statua venne offerta dalla principessa Polissena di Lobkowicz, che già si era distinta come benefattrice dei carmelitani di Praga. Raffigurava un bellissimo Gesù Bambino in abiti regali, ritto in piedi (dunque in quella nuova posizione che si era iniziata a diffondere nella Spagna del XVI secolo), con il mondo nella mano sinistra e la destra in atto benedicente. La principessa l’aveva ricevuta dalla madre, la nobile Maria Manrique de Lara, spagnola, e la conservava come il più caro ricordo di famiglia.

Per ordine del priore, fu portata in noviziato e collocata sull’altare dell’oratorio.

I carmelitani scalzi erano arrivati a Praga dopo la celebre vittoria cattolica della Battaglia della Montagna Bianca (8 novembre del 1620). Si era nella cosiddetta Guerra dei trent’anni e l’esercito cattolico, fedele all’Imperatore, aveva sconfitto l’esercito ribelle, fedele invece al Principe Elettore del Palatinato, il calvinista Federico V.

Per quella vittoria l’Imperatore Ferdinando II aveva un debito di grande riconoscenza con l’Ordine del Carmelo perché era stato proprio il generale dei carmelitani scalzi, il venerabile padre Domenico di Gesù Maria, ad esortare i suoi soldati alla vittoria contro i ribelli protestanti. A seguito di quella vittoria, attribuita all’aiuto della Vergine Maria, nel 1624 i carmelitani furono chiamati a Praga e venne loro assegnata una chiesa ribattezzata appunto “Santa Maria della Vittoria”.

Ma nel 1631 il Principe Elettore della Sassonia iniziò l’assedio della città. Molti fuggirono. Tra questi, anche membri dell’esercito imperiale. Il priore del convento, per prudenza, fece partire i novizi ed anche colui che poi sarebbe diventato il grande apostolo della devozione al Gesù Bambino di Praga, padre Cirillo della Madre di Dio.

Passò poco tempo e Praga capitolò. I soldati protestanti saccheggiarono chiese e conventi ed incarcerarono anche i pochi carmelitani rimasti. Quando videro nell’oratorio la statuetta di Gesù Bambino Re, scoppiarono in risate blasfeme e urlarono: “Ecco il pupazzo dei papisti!” Uno di loro, per disprezzo, gli mozzò le mani con la spada e lo buttò dietro l’altare. Così il Santo Bambino cadde fra i ruderi della Chiesa di Santa Maria delle Vittoria, dove rimase per lungo tempo, dimenticato in mezzo alle immondizie.

La Pace di Praga, firmata nel 1634, consentì il ritorno dei carmelitani nel loro convento, ormai quasi completamente distrutto. Ma nessuno ormai si ricordava più della Statuetta. Nel 1637 ritornò anche padre Cirillo della Madre di Dio. La guerra ancora non era terminata. Gli Svedesi ruppero gli accordi e assediarono nuovamente Praga. Intanto, padre Cirillo cercava la Statuetta e grande fu la sua gioia quando riuscì a ritrovarla. Tutti i frati del convento poterono pregare con fervore Gesù Bambino e Praga uscì indenne dalla distruzione protestante. Anche il convento, dopo due anni difficili  in cui era mancata la benedizione del Santo Bambino, godette nuovamente dell’aiuto dei benefattori e di una pace operosa.

Da allora è continuata e si è diffusa in tutto il mondo la devozione al Gesù Bambino di Praga.

Il significato della devozione 

Ma ora chiediamoci: qual è l’importanza della devozione al Gesù Bambino di Praga?

Fino al XVI secolo la devozione a Gesù Bambino si indirizzava prevalentemente o addirittura esclusivamente al Gesù Bambino nella culla, cioè al momento della Natività. Cioè il Gesù Bambino della tenerezza, della debolezza e della “piccolezza”.

A partire, invece, da questo secolo non c’è solo il Gesù Bambino che giace nella culla, ma anche il Gesù Bambino Re, con la corona sul capo e con il mondo nella mano. Dunque, non solo il Gesù Bambino nella sua naturale collocazione di infante (la culla), ma anche il Gesù Bambino che, in quanto Dio, è Re dell’universo intero. E’ la convinzione che la signoria di Cristo è anche quella della tenerezza e della delicatezza, tratti tipici dell’infanzia. Ma su questo ci soffermeremo dopo.

Vediamo adesso quali i sono i fondamenti teologici alla base di questa devozione. Il perché, cioè, non è sbagliato considerare la Regalità di Cristo come espressione dell’intera vita di Gesù, e quindi anche della sua infanzia.

La Cristologia ci dice che l’Incarnazione è avvenuta attraverso la cosiddetta unione ipostatica: un unico soggetto (divino) in una duplice natura (umana e divina).

Ciò comporta due conseguenze:

1.Ogni azione (anche la più banale) compiuta dal Cristo ha avuto un valore infinito. Il valore di un’azione, infatti, è dato dalla dignità del soggetto che la compie. Dal momento che il soggetto del Cristo è divino, tutte le sue azioni hanno avuto un valore divino, cioè infinito. Una sola lacrima del Cristo ha avuto un valore infinito, così come un solo disagio o una sola sofferenza.

2.A vivere l’esperienza è colui che consapevolmente la vive. L’esperienza è vissuta dal soggetto e non dalla natura. Quindi, ogni avvenimento che Gesù ha vissuto, l’ha vissuto anche come Dio. L’Incarnazione ci dice che Dio ha fatto esperienza di tutte le fasi della vita umana, perché l’intelletto divino non ha bisogno della maturazione del corpo. Il Verbo incarnato è stato consapevole di se stesso (dunque della propria divinità) sin dal concepimento. “Dio è passato veramente attraverso l’infanzia. E’ stato veramente bambino, con i gusti di un bambino, con la psicologia di un bambino; ma contemporaneamente consapevole di essere Dio. Un’immagine per capire. Dinanzi a noi è la bottega di San Giuseppe. Sta piallando. A terra vi sono dei pezzetti di legno. Gesù ha tre anni. E’ seduto a terra così come solitamente fanno i bambini a quella età e preferisce non parlare con il papà di cose importanti, ma giocare con i pezzetti di legno. In questi momenti, malgrado la sua tenera età, Gesù è consapevole di essere il Signore dell’universo. La sua coscienza è attiva e il suo soggetto è divino. Qui il paradosso del mistero: Gesù è consapevole di essere il Signore dell’universo, eppure non finge di giocare, desidera veramente farlo, davvero prova gusto a maneggiare quei semplici pezzetti di legno. Qualsiasi adulto si trovasse in quella situazione, non si divertirebbe. Il Signore dell’universo sì! Nella dottrina cristiana, Dio –consapevole di essere Dio- è passato veramente attraverso l’infanzia. Per un periodo della vita, in Cristo si realizza la coniugazione tra il desiderio di giocare, accontentandosi di piccole cose, e la sapienza infinita, la consapevolezza cioè di essere il Signore dell’universo. Tutto ciò non successivamente, ma contemporaneamente e veramente”[1].

Questo significa che l’Incarnazione segna una peculiarità tutta cristiana. Cioè: Dio rimane tale anche quando è veramente bambino. Il che significa che la sua Regalità è caratterizzata anche dalla sua infanzia; dalla tenerezza della sua infanzia. 

La devozione  e il pensiero controrivoluzionario 

La devozione al Gesù Bambino di Praga è strettamente legata al pensiero controrivoluzionario. Non solo storicamente (si pensi alla Guerra dei trent’anni e allo scontro tra cattolici e protestanti), ma anche, e soprattutto, a livello di Teologia della Politica.

Vediamo adesso come si lega questa devozione al pensiero controrivoluzionario.

1.La devozione al Gesù Bambino di Praga conferma quanto la sovranità debba essere vissuta come testimonianza di una sudditanza.

Il pensiero controrivoluzionario afferma che l’autorità deve avere una sua persuasività. Questa persuasività è riconoscere la verità come fondamento. L’autorità per essere persuasiva deve testimoniare l’obbedienza. Non si può pretendere obbedienza se non si testimonia l’obbedienza. (Ci sono motivi che obbligano il re a farsi)  vassallo, riconoscere e servire Colui che lo ha fatto tale e che, pur essendo uguale alla natura agli altri uomini, lo innalzò sopra di loro e lo collocò sul trono, lo fece Suo vicerè e luogotenente in terra. Perché, come è certo che il re non si fece uomo da solo, né formò il suo corpo, né prese l’anima per sua volontà, ma che fu Dio a dargli tutto ciò, così è certissimo che neppure lui si fece re, né scelse per padri i re che lo generarono, né nacque per primo fra i suoi fratelli o, essendo morti i maggiori di questi, restò lui solo vivo per essere re, né raggiunse il regno per i suoi meriti e per la sua abilità, perché è Dio che lo nomina  e gli dà lo scettro. E visto che è così, come potrà allora il re pagare a Dio un dono così notevole se non con altrettanti servigi? In che modo deve cercare di onorare Colui che tanto lo favorì se non migliorandosi e dedicandosi ad accrescere la gloria di Colui che tanto lo innalzò al di sopra di tutti gli altri?”[2]

L’incoronazione per diritto divino voleva significare il fatto che il Re, prima di iniziare ad esserlo, riconosceva di essere suddito nei confronti di un altro Re, molto più importante di lui. Solo chi si fa obbediente, può pretendere obbedienza.

Il Gesù Bambino incoronato insegna che l’esercizio della regalità è anche farsi obbediente alla Verità; come un bambino che si fa obbediente. “A questo scopo mirano le solenni cerimonie che sono solite compiersi per l’incoronazione dei re. Per questo vengono incoronati nelle chiese durante il tempo in cui si celebra la Messa, e si mettono davanti all’altare; in certe parti li vestono da sacerdoti ed i vescovi danno loro lo scettro e la corona e chiedono loro il giuramento, minacciando maledizioni per quelli che osassero infrangerlo, affinché sappiano che Dio conferisce loro quella reale dignità a mezzo della Chiesa, Sua sposa, perchè la amino e servano, difendano e proteggano la Sua santa religione.”[3]

2.La devozione al Gesù Bambino di Praga conferma quanto la sovranità debba essere vissuta come manifestazione di servizio e di amore, e non di potere.

Nel pensiero controrivoluzionario l’autorità è intesa non come manifestazione di potere, ma di servizio. Comanda chi sa sacrificarsi, chi è disposto ad immolarsi per i suoi sudditi. Il capo è colui che va davanti agli eserciti, chi rischia di più. Più alta è l’autorità, più alta è la responsabilità. Il Dio che, incarnandosi, vive veramente l’esperienza dell’infanzia e che regna conservando anche la sua infanzia, è un Dio che serve. E’ un Dio che si fa piccolo per mettersi al servizio di tutti. Grande insegnamento per chi esercita l’autorità politica!

3.La devozione al Gesù Bambino di Praga conferma quanto la sovranità debba essere vissuta come abbandono filiale a Dio.

Il pensiero controrivoluzionario, riconoscendo l’autorità anche come esercizio di obbedienza nei confronti di Dio, afferma che chi comanda deve rimettere in Dio la propria autorità. San Luigi IX, il grande Re di Francia, veniva accusato di essere un “bigotto dal collo corto” perché passava più tempo a pregare in cappella che non a governare i sudditi. Ma lui era solito rispondere: “Mi si addebita come un crimine la mia vocazione, ma nessuno direbbe una parola di biasimo se tutto quel tempo lo spendessi nella caccia o nel gioco.”[4] E non è un caso che il suo regno fu uno dei più luminosi della storia di Francia!

4.La devozione al Gesù Bambino di Praga conferma quanto la sovranità debba essere vissuta nel lasciarsi guidare dallo stupore.

Abbiamo detto che la devozione al Gesù Bambino fino al XVI secolo fu quella al Bambino nella culla. Poi si ebbe il Gesù Bambino, Re. Dunque, la regalità di Cristo non è solo la regalità del Cristo adulto, ma anche di quello bambino. Ora, una delle caratteristiche dei piccoli è proprio quella di lasciarsi stupire dal reale, di riconoscere la meraviglia dell’altro, di ciò che si manifesta ai propri occhi, segno di una grandezza immensa che richiama la maestà del divino. Quindi, il Gesù Bambino che regna vuole insegnare che lo stupore dell’infanzia non solo non è un impedimento all’esercizio della sovranità, ma addirittura diviene una necessità, un qualcosa di cui non si può fare a meno.   


 [1] Il mio L’Incarnazione alla prova della storia, Udine 1999, pp.105-106.

[2] PEDRO de RIBADENEYRA, Il principe cristiano, vol. I, Siena 1978, p.99.

[3] Ivi , p.94.

[4] Cit. in P. LAZZARIN, Il libro dei Santi, Padova 1987, p.344.


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