La follia del modernismo secondo Paul Claudel

Scrive il poeta Paul Claudel (1868-1955):

La natura, all’inizio di ogni stagione, non è come una sarta che si rompe la testa per inventare nuovi tagli per abiti o cappotti. La vediamo, al contrario, spontaneamente e di continuo, che non cessa di produrre la stessa foglia, sempre la stessa rosa, sempre lo stesso uccello, sempre la stessa farfalla (le stesse, mai le stesse) … Per ogni cosa che fa, si direbbe si applichi con un tale interesse e rivesta un’importanza così estrema, che non si stanca mai di ripeterle, come un bambino che ripete con insistenza una parola non riuscendo a farcela capire (…). Analogamente nell’ordine delle realtà religiose, vediamo un fenomeno simile. Gli spiriti limitati e superficiali, gli eretici, i modernisti vorrebbero mettere mano ovunque, cambiare ogni cosa, sconvolgere tutto. La Chiesa rimane attaccata all’ordine immutabile dei suoi dogmi e delle sue cerimonie, sapendo che, come si dice nella Genesi, sono cose non solo buone, ma molto buone. Nei suoi salmi, nei suoi inni, nella Messa di ogni giorno, nel prestigioso poema della liturgia, che è sia dramma sia coro, lungo l’intero anno, le anime mutate dall’amore e della bellezza ritrovano, senza nessuna tiepidezza, e con interesse sempre nuovo, le stesse soddisfazioni che avevano cercato i loro padri prima di loro.”

(Cit. in Dom Gérard Calvet, La santa liturgia, tr.it., Nova Millennium Romae, Roma 2011, pp.50-51).

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