La Messa Cattolica? La più avvincente delle avventure!

“La Messa è un’avventura mistica di portata incalcolabile. Il mistero della croce sanguinante si rinnova con dolcezza, provocando uno squarcio ne paradiso. Il sogno di Giacobbe si realizza: gli angeli salgono e discendono e la loro presenza affettuosa rende più soave la nostra partecipazione all’austero sacrificio. Chiunque si accosti all’altare suscita l’aiuto amichevole e l’ammirazione dei nostri fratelli invisibili.” 

Queste parole sono state scritte dal grande liturgista, dom Gérard Calvet (1927-2008). Egli dice una cosa che soprattutto per chi è giovane è affascinante e anche abbastanza. Scrive che la Messa è un’avventura, poi aggiunge l’aggettivo mistica. Ora, che la Messa sia un rito, siamo tutti d’accordo; che sia un atto di culto, anche… ma che possa essere definita un’avventura -diciamolo francamente- suona strano. Solitamente cosa s’intende per “avventura”? Etimologicamente il termine “avventura” deriva da “avvenire”, cioè fa riferimento agli accadimenti. Ma i sono accadimenti e accadimenti. Ci sono accadimenti che non coinvolgono e ci sono accadimenti che coinvolgono a tal punto da occupare non solo la propria persona, ma da richiedere la concentrazione delle proprie energie per trovarne una soluzione. Insomma, l’avventura è un coinvolgimento totale che entusiasma, nel senso che prende totalmente. Dom Calvet scrive che la Messa è “un’avventura mistica di portata incalcolabile”; quindi un’avventura che in un certo qual modo è ancor più che un’avventura.

Però, potremmo chiedere a dom Calvet: un’avventura, ma con quale trama? Ed egli risponde: “Il mistero della croce sanguinante si rinnova con dolcezza, provocando uno squarcio nel Paradiso.” La chiave sta proprio nella parola “squarcio” che fa capire come la Messa unisca la terra al Cielo, meglio: permetta al Cielo d’irrompere nella terra e sulla Terra. E’ il mistero della compenetrazione tra soprannaturale e naturale, che non separa né confonde queste due dimensioni. E poi aggiunge Calvet facendo riferimento al sogno di Giacobbe: “…gli angeli salgono e discendono…” Insomma, un’avventura in cui c’è un rapporto costante con l’invisibile per risolvere la grande questione del peccato.

Uno che se ne intendeva (eccome se… se ne intendeva!), il cattolico Tolkien, padre del genere fantasy, autore del celebre Il Signore degli Anelli, crea una scena straordinaria: l’hobbit Frodo, che è chiamato a distruggere l’anello del potere, affinché non venga definitivamente preso da Sauron e così decretare la distruzione della terra di Mezzo, sale con grande fatica il Monte Fato, unico luogo dove l’anello può essere distrutto. Ad accompagnarlo è il fedele Sam. Questi, vedendo completamente sfinito Frodo, lo solleva, lo mette sulle spalle e prosegue la scalata. Il tutto con queste parole: “Padrone, se non posso portare io l’anello, posso almeno portare voi.” Qui c’è tutta la Messa. C’è la Redenzione: la distruzione dell’anello che simboleggia il peccato. C’è il Redentore: Frodo che -solo solo lui- può adempiere al compito. C’è il sacerdote: Sam che si unisce a Frodo perché questi realizzi ciò che deve realizzare. Il tutto quando avviene? Guarda caso un 25 marzo, giorno in cui si ricorda l’Annunciazione a Maria, giorno in cui cambia la Storia, giorno in cui il soprannaturale irrompe nel naturale, in cui Dio si fa uomo.

Certamente Tolkien non conosceva le parole di dom Calvet… ma entrambi ci dicono che la Messa è la più avvincente avventura.

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