La Passione di Gesù e il Cristianesimo come unica religione dell’amore

San Pio da Pietrelcina amava dire che Dio, non potendo naturalmente soffrire, abbia deciso di farlo incarnandosi. Egli scrive: “Divinissimo Spirito, conducimi a navigare nello sconfinato amore della Passione di Gesù, a penetrare questo mistero di infinito amore e dolore della Divinità che, rivestita della nostra umanità, soffre, agonizza e muore per amore della creatura.”

Si sa che Dio non può soffrire e si sa anche che tutti coloro che hanno preteso affermare la sofferenza di Dio, hanno finito col tradire la purezza della dottrina, sostenendo delle eresie.

Dio, nella sua immutabilità, non può soffrire, ma qui (entriamo in un campo minato, perché difficilissimo e misterioso) ci può essere di aiuto la teologia francescana.

Questa teologia pone al centro di tutte le argomentazioni su Dio la dimensione dell’amore. Ovviamente non si tratta di un amore sganciato dalla verità (cioè di un amore che troverebbe solo in se stesso il proprio fondamento) bensì di un amore che, pur esito logico della verità, si esprime nella più assoluta gratuità.

In questi giorni meditiamo sulle sofferenze di Gesù, cioè sulle sofferenze del Dio fattosi uomo e rimaniamo (dobbiamo rimanere!) meravigliati di come sia stato possibile che Dio -infinito, assoluto, onnipotente- abbia potuto e voluto prendere realmente su di sé le sofferenze più insopportabili: fisiche ed interiori.

Ebbene, che altra spiegazione possiamo dare a tutto questo se non considerando l’infinito amore di Dio?

Chiediamoci: l’amore può vincere la natura? Sì. Ma attenzione: “vincere” non significa stravolgere.

Se dicessimo che Dio stravolge la sua natura, diremmo un’eresia, perché Dio non può (nel senso che “non può volerlo”) contraddire nulla, nemmeno la sua natura. Ma “vincere” è un’altra cosa: non è contraddire ma è un affermare senza negare, un forzare senza spezzare.

Facciamo un esempio. L’uomo deve amare la propria vita. Egli possiede un istinto di conservazione e non può moralmente legittimare l’autodistruzione. Bene. Ma come la mettiamo per chi offre spontaneamente la vita per salvarne un’altra? Come la mettiamo –per citare un grande gesto di santità- con San Massimiliano Kolbe che arrivò a rinunciare alla propria vita per salvarne un’altra?

L’amore vero non contraddice la natura, ma certamente può “superarla”.

Questa è una possibilità che può concepirsi solo nel Cristianesimo. Vediamo perché.

Nelle religioni orientali (induismo e buddismo) e in quelle estremo-orientali (taoismo, confucianesimo e shintoismo) la connotazione panteistica (identificazione del divino con il tutto) impedisce l’espressione dell’amore. La perfetta identificazione di Dio con la natura annulla la differenza tra Dio e le creature, impedendo pertanto anche la dinamica del dono. L’amore è possibile solo se c’è un amante e un amato.

Anche nell’Islam non è possibile ciò che invece è possibile nel Cristianesimo.

L’Islam non riconosce il concetto di vita interiore, non afferma l’esistenza di un’inabitazione di Dio nell’uomo, per cui non ammette l’esistenza della Grazia: tutto si fonda sulla legge piuttosto che sull’amore…per cui non è credibile che Dio, per amore, possa “superare” la sua natura.

Il Dio dell’amore è il Dio del Cristianesimo, perché è il Dio che ha veramente sofferto. E -come dice in maniera molto affascinante la teologia francescana- anche se non ci fosse stato il peccato originale, Dio si sarebbe incarnato ugualmente: non avrebbe sofferto i dolori della Passione e non sarebbe stato crocifisso, ma avrebbe comunque –per amore- fatto questo gesto di grande spoliazione, incarnandosi per annullare qualsiasi distanza tra Sé e l’uomo.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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