“La rivoluzione di Luca”. Una novella per il giorno di Santo Stefano

Un momento del sit in organizzato dal centro sociale Insurgencia contro la visita del ministro Salvini durante il quale si sono registrati momenti di tensione tra i manifestanti e le forze dell'ordine. Napoli, 15 novembre 2018. ANSA/ CESARE ABBATE

Cari pellegrini, in occasione della ricorrenza di Santo Stefano, vi offriamo questa novella di Dino Focenti, dal titolo: La rivoluzione di Luca

C’è una grande differenza tra il pensare e il vivere.

Il torto del pensare è quando volontariamente vuole fare a meno della realtà.

Ma quale realtà?

Quella della vita vera, che è fatta di sacrificio, sudore e dolore. Se si fa a meno di confrontarsi con la vita vera, la mente annega nell’astrazione.

A Luca, a scuola, avevano insegnato tanto – forse troppo – ma non il necessario, quel necessario che incontrerà nella sofferenza innocente di una bambina.

Il treno correva verso nord, nel freddo e nel nevischio.

Luca guardava dietro i vetri mentre la sua mente era completamente presa dalla musica, quella musica dura, feroce e ribelle che non si stancava mai di ascoltare con il suo Ipod.

Era il giorno di Santo Stefano, giusto il tempo di passare il Natale e partire via per liberarsi, almeno per alcuni giorni, da catene inutili. Luca aveva diciassette anni e i suoi amici del centro sociale glielo avevano detto: “Ma a chi aspetti? Sganciati dai tuoi genitori, sono troppo oppressivi.” Loro sì che potevano parlare così, c’era chi non li aveva i genitori (perché separati) e c’era chi i genitori li aveva, ma erano contenti di quelle esperienze così avanzate e rivoluzionarie perché anche loro erano stati rivoluzionari in gioventù e dicevano: “Se non si è rivoluzionari quando si è giovani, quando si deve esserlo?”

I genitori di Luca invece no. La vita del loro Luca non erano riusciti ad accettarla. La scuola non meritava più del dovuto, lo studio era giusto farlo a fasi alterne, gli abiti dovevano essere trasandati e sudici, i capelli neanche a parlarne e orecchini e piercing a piacimento. Lui al papà – che era un militare – lo appellava: “Servo del potere”; la mamma, buona casalinga tutta casa e chiesa: “Una donna che non aveva capito nulla della vita”. Vita che invece – secondo lui – doveva essere solo caos e rivoluzione.

Il professore di filosofia, poi, era stato chiaro: “Può esistere un’educazione che non sia oppressiva e antidemocratica? Che forse i genitori non si devono solo limitare ad assecondare la spontaneità dei figli, i loro sogni e le loro utopie?”

“Sì sì, che è giusto così.” Pensava Luca mentre continuava ad ascoltare sempre la stessa musica. Sarebbe arrivato a Milano e lì avrebbe incontrato gli amici giusti, quegli amici di cui avevano parlato al Centro.

Il treno si fermò a Firenze e nello scompartimento entrarono tre persone: una donna, un uomo ed una bambina di dieci-undici anni. La bimba però non stava bene (si vedeva chiaramente) era magra, pallidissima e doveva aver perso tutti i capelli, perché a coprirle la testa aveva una specie di fazzoletto rosso. I tre si sedettero, ma poco dopo la bambina ebbe qualche problema, sembrò quasi svenire; allora i tre si alzarono rapidamente e uscirono dallo scompartimento.

Luca, togliendosi l’auricolare, e un altro uomo anziano, che era già presente, fecero per intervenire per dare una mano, ma colui che doveva essere il papà della bambina ringraziò e fece cenno di non preoccuparsi. Poi l’uomo rientrò nello scompartimento, mentre la donna e la bambina rimasero nel corridoio, vicino al finestrino aperto.

“Vi ringrazio – disse dopo essersi seduto – mia figlia non sta bene e adesso ha bisogno di un po’ di aria. E’ rimasta mia moglie vicino a lei. E’ molto malata la mia bambina – i suoi occhi iniziarono ad inumidirsi – nella mia città non mi hanno dato nessuna speranza … Stiamo facendo un ultimo tentativo, andiamo a Parigi a giocarci l’ultima carta. Io faccio l’operaio e mia moglie sta in casa, ho altri tre figli e mi sono indebitato fino al collo per fare questo tentativo, ma lo voglio fare … per la mia bambina lo voglio fare.” E l’uomo si commosse ancor di più.

“Quello che sto passando io – continuò il pover’uomo – non lo auguro nemmeno al mio peggior nemico. Vedere la mia bambina spegnersi ogni giorno che passa e non poter far niente … se non si è genitori, non si può capire.”

“La capisco, la capisco – esclamò l’altro uomo, quello anziano – anch’io sono padre, di figli ormai grandi e sposati, ma sono padre.”

Luca aveva ascoltato quelle parole e pensava ai sacrifici che stava facendo quel povero papà. Poi gli venne da pensare che cosa avrebbero fatto i suoi genitori se lui si fosse ammalato gravemente. Luca sapeva bene che avrebbero fatto né più né meno quello che i genitori di quella bambina stavano facendo. I suoi amici questo lo avrebbero fatto? E perché nel centro sociale questi discorsi non si affrontavano mai? La rivoluzione, il terzo mondo, il commercio equo e solidale … ma dinanzi alla povertà del dolore, della sofferenza umana, quale rivoluzione era possibile? A Luca avevano sempre detto che la famiglia non è che un’inutile istituzione, ma adesso si chiedeva: cosa sarebbe stato di quella bambina se non ci fosse stata la sua famiglia?

Luca capì che anche lui era malato, ma di una malattia diversa: il non aver mai incontrato la sofferenza umana, non quella scritta sui libri, teorica, insegnata a scuola dai professori di filosofia tra un blaterare di ermeneutica e di epistemologia, bensì quella della vita, della carne e del sangue.

Dopo Bologna, il treno proseguì. Ma nello scompartimento, oltre la famiglia della bambina, c’era solo l’uomo anziano. Luca no. Luca aveva deciso che Milano poteva attendere.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri


Vuoi aiutarci a far conoscere quanto è bella la Verità Cattolica?

CONDIVIDI

Be the first to comment on "“La rivoluzione di Luca”. Una novella per il giorno di Santo Stefano"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*