LA SELEZIONE CATTOLICA – La tesi USA dell’attacco chimico di Assad è sempre meno credibile

FONTE: lanuovabq.it

TITOLO: Sarin, la tesi Usa scricchiola. Mancano le prove

AUTORE: Gianandrea Gaiani

Sarà stato proprio Bashar Assad a lanciare il gas Sarin su Khan Shaykhun, nella provincia siriana di Idlib occupata dai ribelli jihadisti il 4 aprile scorso?

Trump non attese conferme o prove e meno di 48 ore dopo ha lanciato per rappresaglia 60 missili da crociera Tomahawk contro a base aerea di Shayrat provocando poche vittime e qualche danno.

I dubbi però sono tanti e i rapporti ufficiali contradditori, ma soprattutto evidentemente inficiati dalla politica e dalle posizioni assunte da USA ed Europa, arabi e turchi che pretendono di mettere sotto accusa Assad con l’evidente speranza di cambiare le sorti del conflitto siriano e farlo vincere i ribelli jihadisti.

Secondo l’ultimo rapporto rilasciato dalle Nazioni Unite, quello a Khan Shaykhun, nella provincia di Idlib, in Siria fu un attacco con armi convenzionali. La maggior parte delle vittime, molte delle quali bambini, non furono uccise da gas tossici. Secondo la commissione ONU, che sembra avere l’esigenza politica di non scontentare nessuno, “non è escluso che quel giorno raid aerei colpirono ospedali locali rilasciando anche gas sarin”.

Quest’ultima ipotesi però resta priva di rilievi accertati ma non si può neppure escludere che dosi limitate di gas siano state diffuse nell’aria dai ribelli stessi per accusare il regime di Damasco che però non aveva alcun interesse a impiegare armi chimiche in quel contesto e per provocare un numero di vittime limitato per un impiego di armi di distruzione di massa (Saddam Hussein nel 1988 impiegò Sarin e Yprite contro i curdi ad Halabja uccidendo 5 mila persone).

Il cratere della bomba a carica chimica mostrato dai ribelli per dimostrare le responsabilità delle forze aeree di Assad non è compatibile con quello provocato da un ordigno da almeno 117/250 chili (il peso delle bombe più piccole in dotazione ai jet siriani) ma sembra invece provocato da un razzo campale da 122 millimetri dal peso decisamente più ridotto (45 chili circa) e in dotazione anche ai ribelli tra i quali milizie qaediste e salafite che dispongono da tempo di aggressivi chimici recuperati sul campo o forniti dall’intelligence saudita, come rivelò nel 2013 il comandante di una milizia salafita intervistato dalla RAI.

I russi sostennero inizialmente che raid aerei siriani avessero colpito un deposito di armi chimiche dei ribelli liberando gas venefici. Ipotesi contestata da alcuni esperti che ricordano come il Sarin sia un gas binario i cui componenti vengono mantenuti separati, quindi non letali, fino al momento dell’impiego. Precauzioni rispettate però solo dalle forze armate regolari non certo dai ribelli siriani e in ogni caso nulla sembra dimostrare l’impiego di Sarin a Khan Shaykhun.

A un osservatore neutrale era sufficiente osservare le immagini delle supposte vittime del Sarin (diffuse dall’Idlib Media Center cioè dall’organo di propaganda controllato, come a suo tempo l’Aleppo Media Center, dai qaedisti dell’ex Fronte al-Nusra) per rendersi conto che si trattava di una messa in scena.

I morti non avevano le espressioni contratte di chi è colpito da quel tipo di aggressivo chimico né coloro che venivano presentati come sopravvissuti mostravano sintomi compatibili col Sarin ma al contrario avevano espressioni e atteggiamenti fin troppo tranquilli. Inoltre, dettaglio non certo irrilevante, nessuno dei soccorritori (quei “caschi Bianchi” considerati da Mosca al servizio delle milizie qaediste), neppure coloro che erano addetti a lavare i corpi, indossava gli equipaggiamenti protettivi necessari a operare in aree contaminate dal Sarin che passa attraverso la pelle.

La vicenda del Sarin di Khan Shaykhun è però ormai sottoposta a forti pressioni politiche che minano la credibilità anche degli organismi internazionali che dovrebbero essere neutri.

Il primo rapporto dell’Organization for the Prohibition of Chemical Weapons (che ha gestito rimozione e smaltimento dell’arsenale chimico della Siria) aveva riferito l’impiego di “cloro” non di Sarin, quindi di un prodotto tossico facilmente ottenibile e disponibile negli arsenali di tutte le forze in campo il cui impiego giustifica l’assenza di equipaggiamento speciale da parte dei soccorritori poiché il cloro si disperde rapidamente.

Il 19 aprile invece il direttore generale dell’Opcw, il diplomatico turco Ahmet Uzumcu, ha definito “indiscutibile” che tre vittime e sette sopravvissuti all’attacco chimico in Siria, nell’area di Khan Shaikhun, lo scorso 4 aprile, “sono stati esposti al gas sarin o a simili tossine”.

Anche ammesso che sia vero un numero così esiguo di vittime lascerebbe pensare più ad un uso del gas su scala limitata da parte dei ribelli stessi che a un attacco aereo con bombe a carica chimica.

Mosca, sponsor di Damasco, ha definito “avventate” le conclusioni di Uzumcu e sottolinea come l’Opcw abbia bocciato la richiesta di Russia e Iran di creare un nuovo gruppo di indagine, allargato a membri di diverse nazionalità per garantire l’imparzialità del lavoro, sul presunto attacco chimico a Khan Shaykhun.

“La nostra proposta congiunta per inviare gli esperti dell’Opac sul posto del presunto incidente con uso di armi chimiche è stata bloccata, senza ragione, dalle delegazioni occidentali”, ha denunciato nei giorni scorsi il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov.

Il 18 aprile il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov, aveva fatto niotare che “a due settimane esatte” dal presunto attacco con armi chimiche attribuito dall’Occidente al regime di Damasco, “l’unica prova dell’uso di armi chimiche rimangono ancora i due filmati pubblicati dai Caschi Bianchi”.

“Finora non è stata identificata la zona d’impatto a Khan Shaykhun – continua il comunicato diffuso dal ministero – e da dove gli abitanti locali dovevano essere evacuati. Ne’ gli abitanti locali, ne’ gli pseudo-soccorritori hanno chiesto medicine, antidoti e decontaminanti”. A detta del portavoce, ancora non è stato spiegato come questi rappresentanti dei Caschi Bianchi, “senza maschere e tute speciali, abbiano potuto lavorare così tanto tempo nella zona contaminata rimanendo in vita”.

Il nuovo rapporto dell’ONU lascia quindi aperti molti interrogativi circa l’affidabilità dei report di alcune organizzazioni e ong internazionali che sostennero immediatamente la versione fornita dall’Idlib Media Center dichiarando che tra le vittime erano stati riscontrati sintomi relativi all’uso di Sarin.

A rischiare il ridicolo è soprattutto la posizione assunta da Donald Trump e l’iniziativa militare culminata con il lancio dei missili contro la base aerea siriana di Shayrat sull’onda emotiva della strage di bambini gasati da Assad.

Evidentemente Trump si è commosso molto meno per i bimbi iracheni uccisi dalle bombe dei suoi jet a Mosul Ovest a fine marzo o per i bimbi siriani (ma alauiti, appartenenti a una comunità filo-Assad) sterminati vicino ad Aleppo da un’autobomba delle milizie jihadiste, ormai a tutti gli effetti alleate degli Occidentali in quel conflitto. In entrambi i casi le vittime sono state maggiori che a Khan Shaykhun.

La decisione avventata di Trump (forse ispirata dai servizi d’intelligence?) è stata seguita dalla figuraccia dei leader europei, appiattiti sulle posizioni USA senza neppure un dubbio o una critica. Paolo Gentiloni giovedì a Washington si è “sdraiato” davanti a Trump affermando che il raid Usa in Siria “motivato dall’uso armi chimiche, credo fosse la cosa giusta da fare”.

Dalla vicenda esce maluccio pure il Segretario alla Difesa, James Mattis, noto per l’ostilità nei confronti dell’Iran, alleato di ferro di Damasco. “Mad Dog” ha dichiarato che “non ci sono dubbi” circa il fatto che la Siria disponga ancora di ingenti quantitativi di armi chimiche, in barba al disarmo mediato da Mosca nel 2013, senza però presentare nessuna prova in proposito.

Probabilmente l’affermazione di Mattis deriva dalle informazioni rilasciate da Israele (altro nemico di Assad che preferirebbe una Siria dominata da jihadisti filo sauditi che da un regime alleato dell’Iran) che attraverso fonti militari anonime ha fatti sapere di avere la certezza che, nonostante gli accordi del 2013 che portarono al disarmo degli arsenali chimici di Damasco, il regime siriano ha ancora nel suo arsenale militare da una a tre tonnellate di armi chimiche. Nessuna prova in tal senso è stata però fornita mentre vale la pena ricordare che l’Opcw ufficializzò nel 2013 che l’intero arsenale chimico di Damasco era stato rimosso e smaltito.

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